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Quinto Stato

Gli studenti esodati contro la distruzione dell’università

Il disordinato attacco al diritto allo studio del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo è stato respinto. E già si preannuncia una nuova offensiva, questa volta sull’accreditamento e la valutazione degli atenei con il decreto Ava. che ha il nome di un detersivo, ma rappresenta l’ultima tappa della demolizione programmata dell’istruzione universitaria in Italia iniziata con la riforma Gelmini.

“Un mandato fallimentare”
Andiamo con ordine. La conferenza Stato-Regioni prevista per oggi pomeriggio non potrà approvare le modifiche ai requisiti per erogare le borse di studio agli studenti fuorisede. Lunedì scorso il Consiglio Nazionale degli studenti universitari (Cnsu) non ha approvato il decreto inviato in bozze giovedì 31 gennaio da Profumo. È stato decisivo il boicottaggio degli studenti di centrosinistra (Unione degli studenti e la Rete universitaria nazionale) che hanno fatto mancare il numero legale. Il parere di questo organo voluto dalla Gelmini è obbligatorio, ma non vincolante. «Il ministero adesso non sa cosa fare – afferma Michele Orezzi dell’Udu – Se oggi proveranno ad approvarlo ricorreremo. Dovranno spostare tutto dopo le elezioni. È la degna chiusura del mandato fallimentare di questo ministro. È la vittoria di tutti gli studenti che con le loro mobilitazioni dal 2008 cercano di salvaguardare il carattere pubblico dell’università e quel che resta del sistema del diritto allo studio».
Il bluff del governo sul diritto allo studio
Profumo ha cercato far finta di nulla. L’ansia di portare a casa il decreto prima della scadenza della legislatura lo ha spinto a modificare un provvedimento ispirato al «leghismo universitario», com’è stato felicemente ribattezzato dagli studenti che si sono prontamente mobilitati, occupando l’Adisu a Napoli e a Bari, una facoltà a Cagliari, e poi le residenze di Venezia, Macerata e Urbino. Ieri sera c’è stata una veglia a Modena, a l’Aquila si organizzano, oggi sono previste azioni in tutte le città. Gli hashtag su twitter da seguire sono: #nodecreto, #borseggiatori #dirittoallostudio.
Il punto debole di Profumo è il comma 8 dell’articolo 4 che prevede la creazione di tre macroregioni di riferimento per la residenza che regolererebbero il livello massimo di Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente) per accedere alle borse: Nord (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna) con tetto massimo di 20mila euro, Centro (Toscana, Marche, Lazio e Umbria) con tetto di 17.150 euro e Sud (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia) di 14.300 euro. Profumo ha provato a modificare i parametri. A Nord l’Isee varrà da 19 a 21 mila euro, nel Centro da 17 mila a 18.500 euro e a Sud da 15 mila a 17 mila. «In questo modo – ha aggiunto – il numero delle borse di studio passerà da 115 mila a 140 mila, l’ammontare delle singole borse da 4.900 a 5.500 euro».
Un ottimismo fuori luogo per Federico Nastasi, coordinatore di Run: «Considerate le risorse del fondo per le borse, la riduzione dell’età massima per beneficiare delle borse e l’innalzamento dei criteri di merito, Profumo vuole restringere la platea degli idonei come avviene dal 2008 con i tagli del governo Berlusconi». Per gli studenti del coordinamento universitario Link è tutto fumo negli occhi: il decreto resta immutato. «Se è vero – dice Luca Spadon – che aumenta l’importo complessivo delle borse, non vi è nessuna inversione di tendenza rispetto ai criteri di reddito e merito».
Ciò che ha fatto indignare gli studenti è la norma sui fuorisede. Se passasse il decreto uno studente di Gravina di Puglia, a 60 km da Bari, non sarà più considerato un «fuorisede» bensì un «pendolare» e non avrà diritto a una borsa di studio, né alla stanza in una residenza. «Lo status di fuorisede – aggiunge Spadon – viene riconosciuto solo a chi impiega un tempo superiore a 75 minuti per raggiungere l’ateneo». Da Gravina a Bari, salvo traffico, ci si impiega di meno. Figurarsi da Livorno a Pisa o da Grosseto a Firenze, tanto per fare altri esempi. Per gli studenti non c’è verso: «il decreto dev’essere ritirato».
Ava non è un detersivo
Allarme rientrato, dunque? Forse sul fronte delle borse di studio, anche se non è detto. Di certo non lo è su quello dell’applicazione della riforma Gelmini che procede spedita come un treno. È stato infatti pubblicato il decreto Ava, acronimo di Autovalutazione, Valutazione e Accreditamento del sistema universitario italiano. Si tratta di un sistema integrato che fa capo all’agenzia della valutazione Anvur che assicurerà la qualità (Aiq) dei corsi di laurea. Gli atenei hanno tempo fino al 4 marzo per ricevere l’accreditamento iniziale dal Miur. Per attivare una triennale sono richiesti 12 docenti, per una magistrale 8.
Con quei docenti si possono accettare studenti fino a un certo numero massimo, che dipende dalla classe del corso: ad esempio per Fisica, 75 studenti alla triennale e 60 alla magistrale; a Economia, rispettivamente 230 e 100. Cosa succede ai corsi che non rientrano in questi parametri?
Per i prossimi tre anni nulla, o quasi. Dal 2016/2017 la musica cambierà perché per avere corsi numerosi, e quindi per essere valutati positivamente dall’Anvur e ottenere fondi dal Miur, gli atenei dovranno raddoppiare i docenti. Solo che, a causa del blocco dei concorsi e del pensionamento di massa nei prossimi anni, i docenti saranno dimezzati e quindi corsi come fisica o economia dovranno essere chiusi o accorpati ad altri per mancanza di professori. Come conseguenza, prevedono Giuliano Antoniciello, Alessandro Ferretti e Lia Pacelli su Roars.it, ci sarà «l’introduzione generalizzata del numero chiuso». L’ultimo colpo di coda di una legislatura maledetta che ha programmato il dissesto dell’università. E per domani ha previsto l’estensione del numero chiuso, oggi già presente in metà delle facoltà.

Che cosa significa in concreto? Prendiamo la situazione degli atenei pugliesi. Il decreto Ava chiuderà una serie di corsi di laurea a seguito del blocco del turn over, il pensionamento dei docenti e la mancata assunzione di coloro che hanno vinto il concorso. In 3 anni hanno lasciato la cattedra in 506: 274 per l’Università di Bari, 112 per l’Università del Salento, 110 per il Politecnico di Bari e poco meno di una decina per Foggia. Numeri che diventano ancora più allarmanti se affiancati a quelli del personale amministrativo: in totale, prendendo il caso esclusivamente dell’Università Aldo Moro di Bari, sono andati in pensione 760 persone.

Non verranno sostituiti e, in base a questi conti, Ava chiuderà i corsi che non rispettano la proporzione con gli studenti che sono iscritti. Quei corsi saranno poi accorpati ad altri. Risultato: i docenti residui insegneranno a centinaia di persone, se non migliaia. Con il crollo verticale della qualit della didattica che tuttavia si vuole valutare “oggettivamente”.

Ma non solo. Questa situazione impedirà “oggettivamente” le nuove iscrizioni. Semplicemente non ci sarà posto e le facoltà che non vorranno mettere il numero chiuso, saranno costrette a respingere coloro che vogliono iscriversi. E’ già accaduto quest’anno alla facoltà di biologia al Politecnico di Bari dove a Biologia ci sono state oltre 750 domande di iscrizione, ma la facoltà ha potuto accettare  soltanto 150 studenti. Gli altri 600 sono andati in altre sedi o si sono iscritti in altre facoltà rinunciando a proseguire gli studi. Un’altra dimostrazione che l’espulsione degli studenti è stata voluta a tavolino da chi ha imposto i tagli.

Come farhnheit 451″

Per capire le conseguenze di Ava, che non è un detersivo, ho intervistato Giuseppe De Nicolao, professore ordinario di automatica all’università di Pavia e uno degli animatori della combattiva rivista Roars.it.

«Stanno mettendo in pratica la visione degli ideologi del Corriere della Sera Giavazzi e Perotti – afferma De Nicolao – quelli che hanno ispirato la riforma Gelmini che oggi Profumo sta attuando».
Perché questo decreto è così pericoloso?
Ava è l’erede del decreto 17 che aveva reso più stringenti i requisiti sui docenti per tenere aperti i corsi di laurea. Impone agli studenti sei questionari sulla qualità dei corsi, della didattica, più uno da far compilare ai docenti. Ritocca le formule numeriche che impongono il numero massimo dei corsi erogabili degli atenei legandoli al numero dei docenti disponibili. E poi ci sono altri vincoli…

Quali?
Uno particolarmente severo sulla «didattica assistita» che comprende lezioni frontali, laboratori, i precorsi. Viene stabilita la possibilità che gli ispettori dell’Anvur facciano visite a sorpresa per controllare che gli atenei forniscano dati veritieri. È uno scenario da Farheneit 451. Con i pompieri che irrompono negli scantinati dove si faceva didattica di nascosto. La colpa più grave sembra quella di trasmettere la cultura.

E le conseguenze?
Con il blocco delle assunzioni e la progressiva diminuzione del numero dei docenti prevista nei prossimi anni ci sarà una proliferazione del numero chiuso delle facoltà, oppure la chiusura pura e semplice dei corsi di laurea. Molti atenei hanno già dovuto chiuderli perché non hanno docenti a sufficienza. L’idea di partenza sembra sensata. Se hai un certo numero di docenti e una certa qualità scientifica puoi tenere aperti i corsi, se non li hai è giusto chiuderli. In realtà, quelli imposti dal ministero sono requisiti molto pesanti introdotti con la convinzione che uno dei mali dell’università sia la sovrabbondanza dei corsi di laurea.
Così sembra, anche perché in 10 anni l’università ha perso 58 mila studenti…
Se da un lato è vero che c’è stata una strage degli immatricolati tardivi, cioè i ragazzi che intraprendono gli studi dai 24 anni in su, dall’altro lato non va molto meglio con i ragazzi freschi di diploma dove le riforme hanno sostanzialmente l’obiettivo di allargare l’accesso alla formazione terziaria. Alla luce di questa realtà, è paradossale la convinzione di chi continua a tagliare. L’Ocse dice che siamo l’ultimo paese in Europa nella percentuale dei laureati nella fascia 25-34 anni: 21% contro una media del 38%. Un abisso. Se vuoi risalire la classifica non si capisce allora perché continui a chiudere corsi di laurea, tagliare borse di studio o addirittura atenei.
Per quale ragione questo invece avviene?
Pare che i nostri politici non conoscano i dati Ocse e sono convinti che in Italia ci sia un’erogazione eccessiva di istruzione universitaria. C’è una forte spinta a non studiare, il messaggio che circola è che è inutile e dannoso. Per questo impongono vincoli soffocanti all’università e penalizzano il diritto allo studio. In questo paese procurarsi un’istruzione è una forma di hybris che va prevenuta o punita.
È vero che queste riforme favoriranno la «concorrenza» tra gli atenei?
Direi proprio di no. Il decreto Ava non vincola gli atenei privati a regole così rigide. Hanno creato un sistema a doppia velocità dove gli atenei pubblici corrono con le mani e i piedi legati per consentire agli atenei privati di trarre vantaggio.

+++Leggi il dossier sull’esplosione della bolla formativa (La furia dei cervelli)+++