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Giornali e dintorni, impegni improrogabili

Ma che cosa dovrebbe succedere ancora per comprendere che l’agonia di Berlusconi è più pericolosa del «berlusconismo rampante»?

Il governo Tremonti-Scilipoti sta innescando un’ondata di destra come non si era mai vista nel nostro paese. Dopo Pomigliano ecco Mirafiori. Dopo le proteste dell’«Onda» il ddl Gelmini sull’università. Dopo il «collegato lavoro» ritorna Sacconi con lo «statuto dei lavori». Oggi il governo del conflitto di interessi chiude i giornali con un decreto di fine anno in barba a parlamento e capo dello stato. Perfino nelle redazioni più prestigiose (vedi Corsera) sanno che andare in edicola non è più un pranzo di gala.
Chiudere gli occhi è ancora possibile ma è sempre più difficile. Quello che ci circonda non è un regime vecchio stile né può essere fermato con tribunali e manette. E’ una Repubblica in cui trionfano magnaccia, ladri di passo e mediocri cortigiani sopravvissuti a tutte le epoche.

Non è contro un governo che si deve lottare ma contro un intero sistema di potere. Un modello preciso di occupazione dello stato. Un furto violento e legalizzato di lavoro e saperi, futuro e democrazia.

Servirebbe uno sciopero generale. Ma non basta. E tetti e gru sono ormai strapiene. Come le piazze. A cominciare da quella di Montecitorio, dove non c’è giorno – come nell’Ancien Régime – che una folla qualsiasi si raduni per protesta contro questo o quel provvedimento del governo.

E’ una somma di solitudini quella che attende risposte fuori dal Palazzo. Eppure studenti, operai, cittadini per i beni comuni, ricercatori, amministratori locali, «perfino» giornalisti e sindacalisti sanno ormai che occorre fare da sé. Gli studenti insegnano che i cortei non passano più per il visto della questura o del comune.

Di un’opposizione vera in parlamento si è persa perfino la memoria. I partiti sono diventati così leggeri che sono evaporati. Se il centrosinistra comunque inteso avesse meno della metà della volitiva consistenza di Berlusconi sarebbe già qualcosa. Ma senza una spietata autocritica il Pd non avrà mai nessuna rivincita. Né potrà farlo sommando pezzetti di potere e «cespugli» sparsi o tenendo insieme capra e cavoli tra Torino e Detroit.

Bersani aveva concluso la sua ultima campagna elettorale nell’indifferenza di Mirafiori. Chissà se tornerà ancora davanti a quei cancelli. Nelle ultime settimane qui al manifesto abbiamo iniziato a tracciare un campo con diversi interlocutori. Insieme alla Fiom ma anche con gli studenti. Insieme alla Federazione nazionale della stampa ma anche con il mondo del cinema in agonia. Per l’acqua pubblica e l’informazione libera. «Uniti contro la crisi», abbiamo detto noi e per fortuna non solo noi.

Democrazia sindacale, lavoro, beni comuni, saperi, cultura e diritto all’informazione. E’ un confine di resistenza ma non è ancora un programma condiviso. Sappiamo tutti che se restiamo soli non sopravvivremo ai tagli di Tremonti.

Se vogliamo vincere domani dobbiamo cominciare da noi stessi e dalla proposta di una società più libera e più avanzata. Altrimenti possiamo aspettare come parassiti confidando nell’implosione dell’avversario. Ma non saremo noi a beneficiare del fallimento della destra berlusconiana, come non siamo stati noi a beneficiare della caduta democristiana.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 30 dicembre 2010