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Giornali chiusi per decreto, Tremonti vuole di più

Firma con giallo. Giorgio Napolitano ha promulgato ieri il «milleproroghe» che cancella i fondi all’editoria stanziati in finanziaria. Un taglio preventivo e mortale, con cui Tremonti dimezza gli stanziamenti per l’informazione ancora prima che entri in vigore la legge di stabilità (il 1 gennaio). Il decreto inizia oggi in senato il suo lungo iter di conversione.

Il testo sarà pubblicato solo oggi ma tra camere, governo e Quirinale è stata una giornata di tensione. Per tutto il giorno Napolitano è stato chiuso con i più stretti collaboratori. Sul tavolo del presidente le limature all’atteso discorso di fine anno e provvedimenti «controversi» come la legge Gelmini sulle università e appunto il milleproroghe.

Tremonti si rimangia gli impegni presi personalmente alla camera e cancella in un colpo solo 50 milioni di euro all’editoria e 45 milioni all’emittenza locale. Un taglio letale per due settori già in profonda crisi. E non senza conseguenze per gli equilibri interni alla maggioranza.

Perfino il Pdl ha chiesto fino all’ultimo più fondi per le forze dell’ordine – che nei giorni scorsi hanno protestato davanti la villa del premier – cultura ed editoria. Segno che il malessere è assai più diffuso di quanto appaia nella caserma berlusconiana. Le tasse agli aquilani, per esempio, sono state prorogate solo di 6 mesi, come quelle delle zone alluvionate del Veneto. E non solo i «finiani» ma anche pezzi da novanta del Pdl come Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e i capigruppo Gasparri e Cicchitto hanno provato a spuntare le forbici del superministro.

Lo stesso Berlusconi si è impegnato pubblicamente a trovare una «soluzione condivisa» per un’informazione gettata nel caos da un governo che con una mano mette, con l’altra toglie. Al suo fianco aveva Paolo Bonaiuti, sottosegretario per caso con delega all’editoria e anche suo portavoce. Quanto conti quella voce l’ha messo nero su bianco il superministro nel suo decreto di fine anno.

Tremonti «gode del sostegno convinto del Pdl», specifica Gasparri, confermando indirettamente però che la questione per più d’uno sia in dubbio. Tremonti non si ferma qui. Bisogna tagliare di più. Ieri via XX settembre ha diramato una circolare a tutti i ministeri imponendo ulteriori risparmi su tutte le spese «non differibili». Se era un no all’allargamento della maggioranza all’Udc è arrivato forte e chiaro.

I tagli dell’Economia mettono in grave difficoltà – vista la fine dell’anno – la chiusura dei bilanci dei giornali e l’accesso al credito bancario. E’ una telenovela che va avanti da due anni e che per l’ostinazione del governo non finisce qui. Ieri mattina a Roma una lunga e affollata riunione del «comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla cultura» presso la sede della Fnsi ha messo in chiaro che la lotta contro le scelte suicide di questo governo si radicalizzerà ancora di più.

Giornalisti, sindacalisti, Mediacoop, associazioni come Articolo21, «Popolo viola», emittenza locale, i tanti comitati e gruppi da mesi in movimento a sostegno del cinema hanno accettato ciò che è evidente anche ai sassi: cultura, cinema, teatro, informazione, scuola, ricerca e università, se non fanno «rete» tra di loro rischiano di finire come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

Oggi alle 15 una conferenza stampa alla camera denuncerà con documenti e cifre tutta la gravità della situazione in settori così importanti per l’Italia e annuncerà le prime mobilitazioni pubbliche contro il governo. E’ un cerchio che inizia a chiudersi, protagonisti distanti per storia e per formazione cominciano a riconoscersi «politicamente». La fase «difensiva» – fatta di emendamenti e faticosi compromessi sempre disattesi dal governo – mostra la corda. Di fronte a un esecutivo truffaldino e inaffidabile non resta che provare ad allargare il campo coinvolgendo di più l’opinione pubblica, spesso male informata da giornali «grandi» e «piccoli» più interessati a miseri calcoli di bottega che a temi scomodi e complessi come la concentrazione pubblicitaria, le strozzature della distribuzione, la crisi delle edicole, il precariato dilagante a ogni livello nella presunta «casta dei giornali».

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 30 dicembre 2010