closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Haka!

Giganti e nani

Nella vecchia Europa delle Sei Nazioni si sta giocando una partita decisiva per il futuro del rugby continentale. E’ uno scontro duro che vede in campo i club dei campionati più ricchi (Francia e Inghilterra) contro le Unions, le federazioni nazionali. Come sempre, la posta è una sola: soldi e potere. I soldi sono quelli che vengono incassati dai diritti tv; il potere è quello di chi riuscirà, nei prossimi anni, a gestire l’organizzazione delle competizioni europee per club. L’esito non è affatto scontato: potremmo assistere a un big bang che ridisegnerebbe l’intero panorama professionistico già a partire dalla prossima stagione o, invece, a un (quasi) nulla di fatto che rinvierebbe di qualche anno una resa di conti che molti considerano comunque inevitabile.

Ma andiamo con ordine. Le competizioni europee per club sono al momento tre. La Heineken Club (un equivalente della Champions League calcistica) riservata ai top club delle Sei Nazioni; la Amlin Challenge Cup che vede in campo la “seconda fascia” delle sei nazioni più un club a testa di Portogallo, Spagna e Romania; infine il Rabodirect Pro12, l’ex Celtic League. L’Italia attualmente partecipa all’Heineken e al Pro12 con Benetton Treviso e Zebre (quest’ultima è una franchigia federale), mentre alla Challenge prendono parte  Mogliano, Calvisano, Viadana e Prato, le quattro finaliste del nostro massimo campionato. Heineken e Challenge sono disputati sotto l’egida dell’ERC (European Rugby Cup), che agisce sotto la giurisdizione dell’International Board e della FIRA, dunque delle federazioni, non il PRO12 che è un torneo riservato ai club gallesi, irlandesi e scozzesi, oltre che alle due franchigie italiane.

Di queste tre competizioni una sola ha una reale forza finanziaria ed è la Heineken Cup, che tra diritti tv e sponsorizzazioni incamera una cifra che si aggira intorno ai 60 milioni di euro. Challenge è praticamente invisibile in televisione mentre il budget del PRO12 viaggia sotto i 7 milioni e ha un mercato televisivo più ristretto. Poi ci sono i campionati nazionali, ma soltanto quelli inglese e francese, strutturati su base professionistica, hanno forza e richiamo, avendo scozzesi, gallesi e irlandesi puntato invece sul meccanismo delle franchigie regionali. Tanto per rendere l’idea, il Top14 francese, il campionato più ricco del mondo, ha appena chiuso un accordo quinquennale monstre con Canal Plus: 355 milioni di euro, 71 a stagione.  Gli inglesi hanno a loro volta venduto i diritti della Premiership a BT Sport (gruppo British Telecommunications) con un contratto quadriennale del valore di 183 milioni di euro. Una pioggia di soldi.

Prima o poi sarebbe successo. Quando le cifre hanno cominciato a diventare consistenti, sono cresciuti gli appetiti, e con essi la voglia di “gestire in proprio”. Un po’ come è accaduto nel mondo del calcio, quando i club più ricchi hanno fatto fronte contro le federazioni minacciando scismi e “super-leghe”, anche nel rugby i più forti e più ricchi hanno cominciato ad alzare la voce e minacciare. Mourad Boudjellal, magnate della bande dessinée e proprietario del Tolone, ha già fatto sapere di non considerare affatto soddisfacenti i termini dell’accordo da 355 milioni tra Top14 e Canal Plus: “Chi ha versato tutti quei soli era interessato non ai match delle 14 squadre del nostro campionato ma soltanto a quelli delle sei più forti”. L’obbiettivo di Boudjellal è di arrivare alla suddivisione dei diritti tv secondo criteri di merito, e scongiurare qualsiasi ipotesi di introdurre salary-cap e quote per i giocatori stranieri. Il suo Tolone, che l’anno scorso ha vinto l’Heineken ed è giunto in finale nel campionato francese, ha attualmente  sotto contratto Martin Castrogiovanni, Carl Hayman, Bakkies Botha, Dannie Rossouw, Jonny Wilkinson, Ali Williams, Joe Van Niekerk, Juan Smith,  Fernandez-Lobbe, Chris Masoe, Matt Giteau, Brian Habana e Drew Mitchell, oltre a un buon numero di nazionali francesi, ed è questione di ore la firma di Leigh Halfpenny. Neanche i galacticos di Madrid si sono spinti a tanto.

Ma non ci sono soltanto Tolone o Tolosa a far la voce grossa. I quattro club gallesi (Cardiff, Llanelli, Swansea e Newport) sono in rivolta contro la loro federazione  dopo aver scoperto che la quota annua che ognuno di essi riceve per la partecipazione alle competizioni ERC (1,2 milioni di euro) è assai inferiore a quella che ricevono i due club scozzesi (2,45 milioni) e i due italiani (2,3 milioni); e ritengono parimenti insoddisfacente il prezzo dei diritti del Pro12. Di fronte alla fuga dei loro campioni verso la Premiership e il Top14, i gallesi hanno minacciato di salutare il Pro12 e dar vita a un campionato anglo-gallese, ipotesi subito stoppata dalla loro federazione.

Infine gli inglesi. Dalla Premiership hanno già fatto sapere che il prossimo anno non disputeranno la Heineken Cup. Chiedono più potere, nuovi criteri di qualificazione, più spazio per i loro club, più soldi: praticamente tutto. La ERC ha concesso loro una nuova formula e più spazio, ma non intende cedere sul potere e neppure sui soldi, e dunque, in mancanza di nuovi sviluppi, la prossima Heineken, se mai verrà disputata, farà a meno degli inglesi. I club francesi, che inizialmente sembravano disposti ad appoggiare lo scisma, hanno fatto retromarcia dopo che la loro federazione ha fatto la voce grossa – “andatevene, se volete, tra un paio di anni nessuno si ricorderà più di voi” – ma la questione non è affatto chiusa.

E l’Italia? L’Italia è un nano al cospetto dei giganti. Zebre e Treviso hanno chiuso i loro gironi di Heineken rimediando soltanto sconfitte, e in Pro12 sono penultima e terz’ultima (soltanto Connacht ha fatto peggio). L’audience in Heineken delle due italiane non decolla su Sky e quella dei match di Pro12 (Italia2) è risibile. Quando fu il momento di trattare l’ingresso di due super-club italiani nel torneo nel 2010, l’allora presidente federale Dondi si vide richiedere da irlandesi, gallesi e scozzesi un biglietto di ingresso di 3 milioni di euro a stagione. Il torneo si sarebbe allungato, i contratti con tutti i giocatori andavano estesi, e quei 3 milioni erano i costi stimati per l’allargamento. L’accordo prevedeva che da quella somma sarebbero stati scalati gli introiti derivanti dall’arrivo di nuovi sponsor che l’Italia pareva poter garantire. Non fu così: vuoi per la crisi, vuoi per lo scarso richiamo dei nostri club in tv (soltanto la nazionale “tira”), gli sponsor si eclissarono uno dopo l’altro e i 3 milioni rimasero tali, e a questi si aggiungevano gli emolumenti che la federazione si impegnava a versare per i giocatori di “interesse nazionale” di Treviso e Aironi (poi sostituita dalle Zebre, quest’ultima interamente a carico della FIR). Nel giro di tre stagioni la situazione per i due club italiani, impegnati anche in Heineken, si è fatta insostenibile: pochi risultati sportivi, troppi oneri finanziari.

E siamo all’oggi. Alfredo Gavazzi, il presidente che ha preso il posto di Giancarlo Dondi a capo della FIR, ha fatto sapere di non intendere continuare a versare i 3 milioni per la partecipazione al PRO12: è una cifra ingiustificata che sommata a quanto la federazione già versa a Treviso e Zebre si porterebbe via un terzo del budget federale. La risposta più probabile che giungerà dal PRO12 sarà: se non pagate, non partecipate. E’ infatti improbabile che un torneo che già rischia di entrare in crisi per le richieste dei gallesi possa fare concessioni di quel genere all’Italia, ultima della fila. E’ una situazione che non presenta vie d’uscita onorevoli. Per schierare una squadra in grado di competere a livello europeo sono ormai richiesti budget che si aggirano intorno ai 20 milioni di euro, tre quattro volte più di quanto possa fare una franchigia federale (Zebre) e più di quanto a Treviso sono disposti a spendere di questi tempi. Ma il fallimento dell’esperimento “franchigie” (nate per garantire una crescita al nostro rugby) rischierebbe di avere effetti a catena sull’intero rugby italiano. Urgono idee e soluzioni, possibilmente ragionevoli.