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Lo scienziato borderline

Gianmaria Testa, il disertore

Questa  notte di luglio, all’improvviso, senza alcun perché o nessuna ricorrenza, il mio pensiero è per Gianmaria Testa. Non è molto sopportabile stare senza di lui.
Così ho aggiunto il video del Disertore al mio pezzo, e lo ripubblico.
Non ci sono molte altre parole. Forse il pensiero di quanto lo avrebbero amareggiato gli squilli delle trombe di guerra per i fatti di Francia, una terra che molto amava e che – molto – lo ha amato.
So, o immagino di sapere, cosa avrebbe detto, in piena facoltà, a bassa voce, ma fermamente: forse, avrebbe solo cantato il Disertore.
Lui non c’è, ma mi sembra che il suo pensiero viva, nella gente che ha capito quelle sue parole dette a bassa voce, ma fermamente, per tutta una vita. Alla fine allora Gianmaria Testa c’è. Chissà, forse avrebbe detto questo.

In piena facoltà, Egregio Presidente
Le scrivo la presente, che spero leggerà.
La cartolina qui, mi dice terra terra
di andare a far la guerra, quest’altro lunedì.
Ma io non sono qui, Egregio Presidente,
per ammazzar la gente, più o meno come me


Nell’estate del 1980, dopo la maturità, ricevetti la cartolina per la visita militare: avevo compiuto diciott’anni da qualche mese. Non avevo alcuna intenzione di mettermi in divisa, tuttavia: così iniziai a pensare. Dovevo iscrivermi a ingegneria, quindi potevo fare il rinvio per motivi di studio. Ma in ogni caso dovevo poi fare l’obiettore, cioè le pratiche per il servizio civile, che allora durava 24 mesi: questo era già stato deciso da me da alcuni anni. Ottenerlo – il servizio civile – non era allora uno scherzo, comunque. Non avevo alcuna conoscenza in ambito militare, ma mi informai: c’era una associazione, l’USPID (Unione Scienziati per il Disarmo) che accoglieva obiettori. Ma le possibilità di finirci erano basse, affidate ad un’alea insondabile che non avevo molta voglia di giocarmi.

Tuttavia affrontai la questione con approccio ingegneristico: ero un ragazzo alto – già il mio attuale 1,83 – e assai magro. Pesavo la pochezza di 55 chili, e suscitavo la compassione di molti, anche se godevo di ottima salute. Mi autovisitai mentalmente: avevo una vista non perfetta, come molti, e una circonferenza toracica di 90 centimetri, difetti che tuttavia non mi garantivano alcuno scampo, alla visita. Mi avrebbero fatto abile. Però, indagando ulteriormente fra gli amici e compagni più grandi, scoprii che se eri alto più di 180 centimetri e pesavi meno di 50 chili, pareva ti scartassero.

Quell’estate del 1980 – decisi allora – avrei mangiato poco, continuando però la mia solita attività sportiva, cioè tennis e bici. Non fu facile: ebbi una fame blu, quell’estate, ma arrivai – sotto l’occhio perplesso dei miei e di un medico amico – ai primi di settembre che pesavo i miei bei 48 chili. Diciamo un abbronzato scheletro ambulante.

Mi presentai alla visita, che doveva durare tre giorni, alla caserma in corso IV Novembre a Torino, mescolato agli altri ragazzi del mio scaglione. Dopo le prime visite, quelli della leva si accorsero di due cose: effettivamente ero troppo gracile per fare il militare, ma in compenso avevo una grafia molto ordinata e precisa, veloce, come dedussero vedendomi compilare certi moduli e test, e leggendoli. Un furiere mi disse allora che il mio servizio militare sarebbe durato – sì – solo per i pochi giorni della visita, magari uno o due in più, lì presso la caserma, ma per contrappasso avrei dovuto aiutare a compilare tutta l’infinita serie di modulistiche che erano necessarie per quello scaglione di ragazzi che stavano facendo la visita con me. Era roba facile, per un liceale: accettai. Passai quattro-cinque giorni dietro una scrivania, a compilar moduli, barrare caselle, riscrivere moduli mal compilati. Alla fine della settimana, ricevetti il mio foglio di congedo, non permanente, essendo io stato definito “richiamabile sotto le armi soltanto in caso di guerra”. Nel 1980, sembrava un evento talmente improbabile da accettarne a cuor leggero il rischio. Ricordo che ricevetti anche la mia paga: 1500 lire per ogni giorno di servizio prestato in caserma. E me ne andai, libero di mangiare pastasciutte e bistecche giganti – finalmente- e riprendere velocemente peso.

Quei pochi giorni furono in realtà una noia. Il lavoro da scribacchino che mi avevano affidato in caserma non era molto impegnativo, alla fine, e mi lasciava molti momenti liberi. Come trascorrerli? Non c’erano cellulari o internet o computer, allora, ed era vietato ascoltar la radio e anche leggere giornali o libri: se te li avessero scoperti, i libri, poteva essere considerata insubordinazione e allora addio congedo, mi dissero. Allora scrivevo. In mezzo ai fogli dei moduli, dentro ai registri, avevo dei fogli bianchi, che riempivo di frasi. Quali? L’ambiente non stimolava molto la mia fantasia, così mi limitavo a fare un po’ come lo scrittore Jack Nicholson in Shining: riscrivevo un po’ solipsisticamente sempre le parole di una canzone, che avevo imparato da non molto, in una lingua straniera. La canzone era “Le Déserteur”, Il Disertore, di Boris Vian, il cui disco mi aveva accompagnato sulla fonovaligia Geloso per tutta quell’estate, mentre meditavo su come evitare il servizio militare, addirittura arrivando anche a immaginare scenari estremi, tipo passare la frontiera e andare a studiare ingegneria a Lione, a Parigi, chissà dove: renitente alla leva, disertore, appunto. Fortunatamente non fu necessario. E quei fogli non mi furono mai scoperti: in una settimana, ne riempii a decine. Ero un po’ sull’alienato, lo ammetto: forse sarà stata la tensione, magari la fame, ma insomma: mal sopportavo il posto e la situazione. Era un’estremizzazione di quando da ragazzini si scrivevano sul diario di scuola i testi delle canzoni: per sentirli veri, come disse poi Cicalone Venditti. Andò tutto bene: ne uscii sano.

Il testo della canzone francese è stato poi tradotto in italiano dal grande Giorgio Calabrese – ed è riportato in parte all’inizio di questo articolo: diventò un successo, cantato negli anni 80, da Ivano Fossati.

Ma la miglior versione, quella più dolente, la mia preferita, la “mia”, la ascoltai da Gianmaria Testa, che fece del “Disertore” la canzone che sempre, quando la riascoltavo da lui, mi faceva ripensare a quella mia piccola avventura di ragazzo.


Dissolvenza. Passano circa 30 anni e mi trovo in un locale di Milano, il Blue Note, per una cena e serata musicale con Gianmaria Testa. Ascoltarlo è un piacere sottile, come sempre: schivo e bravissimo. Sono appena sotto il palco, e ascolto. In una pausa fra un brano e un altro, da dietro, qualcuno urla una richiesta, il titolo di una canzone. Ma è una canzone di Paolo Conte. Gelo in sala. Milanesi: gente che non distingue il Barolo dal Barbaresco. Testa scocca una sguardo infastidito, poi ironico, incrocia il mio sguardo – ero contrito – per un attimo, poi sorride e si riavvicina al microfono. Dice: “Grazie, grazie. Chiedetemi pure dei titoli di canzoni. Così so quali NON cantarvi“. Risate. Applausi. Riprende a suonare. Attimo stupendo.


Altra dissolvenza. Estate 2015. Gianmaria Testa è malato, dicono. Deve annullare i concerti in programma per quella stagione. Ma fa un ultimo concerto a Torino, a fine luglio, alla sua Scuola Holden. Io ci sono. Si percepisce una leggera fatica quando parla, ma non quando canta, dove riesce ad essere perfetto. Bellissimo concerto, nonostante tutto. Ad un certo punto, verso la fine, esegue “Il Disertore”. Da parte mia, lì in piedi: lacrime. Sono passati 35 anni dal 1980, siamo diventati vecchi. Ma siamo ancora qui: sempre disertori.

Grazie, amico. Ho aspettato un po’, che si depositasse la polvere, dopo che te ne sei andato, per scrivere il mio ricordo. Voglio dirti che non ti dimenticherò mai; la tua musica è parte di me. Ciao da Massimo, il disertore.

Gianmaria Testa (foto www.ilmanifesto.it)

Gianmaria Testa (foto www.ilmanifesto.it)
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