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Lo scienziato borderline

Generazione Jones, suppongo

Quattro generazioni. Foto da www.repubblica.it

Quattro generazioni. Foto da www.repubblica.it

Generazione internet. Prima, I figli del riflusso. Prima, I sessantottini. Prima, Quelli del miracolo economico. Prima, I partigiani. Prima, Quelli di Caporetto e del Fascio.

Storia d’Italia degli ultimi 100 anni. Contestualizziamola un poco.

Da sempre – nella nostra società – si tende a dividersi in generazioni. i più giovani vogliono affermare la propria diversità dai “vecchi”, supplendo con una forte mitologia di gruppo e di appartenenza, e con il fatto di “avere una vita davanti per cambiare il mondo”, alla realtà del momento che vede i “più grandi” (ma si parla anche solo di 10 anni in più) detenere saldamente in mano le leve del potere, avere il denaro, le automobili, e decidere tutto.

Il giovanilismo è una giusta reazione, se si è giovani. Così come una generica o più pronunciata tendenza ad essere ribelli.

Molti, facendosi poi grandi, abbandonano quegli atteggiamenti, chiamando la loro nuova attitudine con il generico nome di “maturità”. Altri, invece, restano “giovani” e “ribelli” fino alla vecchiaia, e questo in sè non è neppure un male. Salvo quando ovviamente sconfina nel giovanilismo, sindrome della quale ad esempio soffre chi qui scrive, che facilmente si svuota di ogni solido contenuto per diventare un atteggiamento fine a sè stesso e via via più rarefatto: aria fritta, appunto. Con facile sconfinamento nel ridicolo.

Anche il ribellismo, che pure non ha strette connotazioni anagrafiche, stride un po’ quando il giovane ribelle pone le mani, fattosi maturo, sulle leve del potere, o comunque è investito di responsabilità. Chi scrive ha sentito con le proprie avventurate orecchie dire dall’attuale Presidente del Consiglio, Matteo Renzi: “Io resto sempre ancora un ribelle”. Frase che gli è parsa priva di significato.

Un altro esempio paradigmatico consiste nel pervicace attaccamento, con pieno eserizio, alle prerogative baronali da parte dei professori universitari ex studenti sessantottini.

Qualche giorno fa, parlando di generazioni, ho constatato l’ennesimo esempio di pervicacia standardizzatrice del mondo anglosassone, anche se, in questo caso, non priva di contenuti positivi. Una suddivisione in generazioni delle persone venute al mondo negli ultimi 130 anni circa. Suddivisione quasi perfetta per parte del mondo anglosassone (essenzialmente USA e UK) ma abbastanza buona anche per l’europa. Priva di senso per asia, africa e sudamerica, però, quindi per la grande maggioranza della popolazione mondiale.

Tipico.

Tuttavia, essendo un occidentale, trovo la suddivisione interessante e la voglio commentare brevemente qui.

Le Generazioni

Lost Generation (Generazione perduta). Nati nel periodo 1889-1900. Sono i giovani che combatterono nella Grande Guerra e perirono in massa.

GI Generation o Great Generation (Generazione dei soldati o Grande Generazione). Nati nel 1900-1925. Combatterono nella Seconda Guerra Mondiale e i sopravvissuti furono i grandi protagonisti della rinascita nel dopoguerra.

Silent Generation (Generazione Silente). Detti anche The Happy Few (I pochi fortunati). Nati nel 1925-1943, fortunati perché troppo giovani per combattere nella guerra mondiale, dopo un’infanzia in relative tistrettezze, godettero di una gioventù più felice nella rinascita piena di speranze del dopoguerra. Gli statunitensi però combatterono in parte in Corea e Vietnam.

Babyboomers. Nati nel 1943-1965, durante il boom delle nascite. Bambini durante gli anni della ripresa nel dopoguerra, tutto intorno a loro cresceva. Protagonisti poi degli anni della contestazione anni 60/70, è la generazione attualmente ancora – in gran parte – al potere, dato che hanno oggi, grosso modo, fra i 50 e i 70 anni.

Generation X. Nati fra il 1965 e il 1982, troppo giovani per vivere gli anni della contestazione, non sono cresciuti nel culto della vittoria nella seconda guera mondiale come i babyboomers. In genere meno impegnati e più disincantati. Qui in Italia si potrebbero in parte denominare Generazione del Riflusso.

Millennials (Generazione del Millennio). Nati fra il 1982 e il 2004, sono gli attuali “giovani”. Caratterizzati in generale dall’informatizzazione, da internet e dai social network. Io, personalmente, non li conosco molto.

Quelli nati dopo il 2004 sono per ora chiamati Generation Z, ma è solo un’etichetta provvisoria, sono gli attuali bambini, quindi non si sa ancora cosa saranno.

Quelli di mezzo

Quando ho letto questa suddivisione mi ci sono in buona parte ritrovato. Tuttavia, solo parzialmente. Sono nato alla fine del 1961, e mi riconosco in parte nell’etichetta di babyboomer. Ma non completamente, mi pare di essere troppo giovane: e i veri babyboomers erano già adolescenti o ragazzi mentre io ero bambino: niente 68, per me, intendo. Niente contestazione della guerra nel Vietnam. Niente Allende. Mi ritrovo infatti anche, un poco, nelle caratteristiche dei generation x-ers, sebbene troppo anziano per essere stato adolescente durante il Riflusso (che si può convenzionalmente far iniziare con l’ascesa alla Presidenza di Ronald Reagan, 1980). Fortunatamente per me, riflettendoci: perché quello è stato il danno peggiore, essere adolescenti negli anni ’80; un vero disastro.

Poi, l’illuminazione. Ho letto – in inglese – della Generation Jones. Io ho sempre pensato di essere troppo giovane per essere un baby-boomer, e troppo vecchio per essere un Generation-X?
E infatti. Sono un Generation Jones. Quelli nati fra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60.
Cresciuti da bambini negli anni 60 (diciamo fino al 73) in un clima di grandi aspettative e progresso a crescita infinita. Fattisi poi ragazzi durante la crisi degli anni 70, quando si vide che le risorse non erano infinite, che le grandi aspettative andavano ridimensionate, e che la crescita continua del benessere aveva delle paurose oscillazioni, se ancora c’era: e che questa crescita era comunque assai più lenta del previsto. Un esempio tecnologico aerospaziale: sei bambino e stai alzato per guardare lo sbarco sulla Luna, e ti promettono che sbarcheranno su Marte nel 1980. E invece. Poi ti strabilia questo Concorde ultrasonico che addirittura arriva in America ad un orario precedente quello in cui è partito. Va be’, con le sei ore di fuso orario, certo. Ma sempre strabiliante. Solo che mentre pensi che inevitabilmente prima o poi lo prenderai, il Concorde, lo aboliscono perché antieconomico. Un bambino torinese – poi – cresce con il mito del treno monorotaia inaugurato proprio per Italia ’61. Solo che da adoloscente tutto quello che resta della monorotaia sono un po’ di pilastri di cemento lasciati lì per ricordo.

Tutto questo è deludente, ma non è il peggio. Il peggio è che – quando un Generation Jones inizia a reclamare il proprio spazio – oltre che essercene meno in genere di quello promesso – scopre che i babyboomers si sono già piazzati – numerosissimi – nei posti disponibili. Peccato! Grande riflusso, allora: tutti a studiare e agli apericena insieme ai generation x-ers, aspettando la ripresa.
Poi però questa ripresa (si intende, una simile agli  anni 50/60) non arriva, e poi d’improvviso i giovani sono diventati altri, i Generation-Xers, appunto. Succede che noialtri Jonesers siamo diventati quelli di mezza età. Il potere però è ancora saldamente in mano ai babyboomers, durissimi da scalzare e forti del numero; a parte alcuni casi, come Obama, del ’61, esemplare tipico dei Generation Jonesers.

Bella fregatura, appartenere a una generazione di mezzo.

Fortunatamente, però, l’essere italiani e non anglosassoni ci salva in parte da questi scenari deprimenti ed estremi. Qualinque età abbiano, gli italiani appartengono più o meno ad una sola generazione: gli albertosorders.

Alcuni esempi di corrispondenza fra le generazioni definite dianzi, e alcuni personaggi del grande attore.

Lost Generation: “A me m’ha rovinato la guerra” (la prima guerra mondiale). Alberto Sordi in Gastone, rifacendo Petrolini (Mario Bonnard, 1960)
GI Generation:  “Tutti a casa”. Esemplare e arcinoto.
GI Generation nel secondo dopoguerra: “A me m’ha bloccato la malattia…”. Alberto Sordi in “Un americano a Roma”
Lost generation: “Vallo a raccoje, và” Alberto Sordi in “Una vita difficile”, scena dello schiaffo al “capo” che finisce dritto in piscina.

Babyboomers: “In viaggio con papà” con Carlo Verdone, babyboomer tipico.

Concludo con la mia personale definizione generazionale. Ci sono i Giovani, poi gli Ancora Giovani, poi i Giovanili, e infine gli Arzilli. Io – non appena mi sono rassegnato, dopo molte resistenze, a venire definito Ancora Giovane – già mi rendo conto di essere, ahimé, un cinquantenne giovanile.