closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

GENERAL INTERNET

La motivazione della sentenza contro i dirigenti Google emessa dal giudice di Milano Oscar Magi per il caso Youtube-Vividown,  riflette in modo interssante sulla fase attuale di Internet. L’incipiente “maturita’” della rete che dopo una ventina d’anni di esistenza vive una sorta di tarda adolescenza cosolida formati gestionali lontani dalla sua infanzia utopica ed egualitaria. Davanti all’intervento dei giudici milanesi l’impulso istintivo e’ quello della tutela della liberta’ in rete, canale di espressione dal basso, da difendere da interventi repressivi di magistrature, ingerenza di governi e restrizioni di sorta. E va bene, fin quando internet rifletta l’effettiva, paritaria democrazia delle intenzioni originali, mentre la realta’ cui fa riferimento la sentenza di Milano e’ ormai assai diversa. L’internet di Yahoo, di Facebook e di Google assomiglia sempre piu’ a un supermercato che a una biblioteca, dove una manciata di corporation hanno il monopolio dell’attivita’ commerciale basata sul patrimonio collettivo di contenuti imessi dalla collettivita’ anonima. L’impulsiva difesa della liberta’ in rete si scontra cioe’ con una relata’ che merita uno sguardo piu’ critico – quello di cui e’ oggetto di recente da un gruppo nutrito di pioneri della rivoluzione digitale. Fra questi quello che ha fatto piu’ discutere e’  Jaron Lanier – l’inventore della realta’ virtuale alla fine degli anni 80. Nel suo You are not a gadget – A Manifesto articola una critica approfondita di internet  nella sua forma attuale. Da un lato Janier chiama in causa il messianesimo tecnologico che determina una fede cieca nella rete come amorfa e superiore coscienza collettiva (quella della retorica del web 2.0 e delle “nuvole di dati”) a scapito di un’individualita’ creativa. Sopratutto critica la disponbilita’ autolesionista (per artisti, musicisti, scrittori, giornalisti) di sacrificare su questo altare contentuti che finiscono per essere “regalati” ai nuovi padroni della pubblicita’ online. Secondo Lanier un comportamento autolesionista nel nome di un idealismo che oggi, con un internet sempre piu’ specchio di un nuovo monopolio risulta ingenuo. La sentenza di Milano, che parla specificamente del profitto come discriminante,  potrebbe avere il merito di incoraggiare una riflessione anche in questo senso: fino a quando gli interessi collettivi coincidono con quelli di societa’ come Google che al di la dell’imagine progressista  sono in  definitiva le General Motors dell’era digitale?

  • http://www.kensan.it Sandro kensan

    Non concordo, la sentenza del Maggi mi sembra un’assurdità da qualsiasi punto di vista la guardi.