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Quinto Stato

Garanzia giovani, così Renzi rafforza l’«apartheid» che voleva cancellare

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«Garanzia giovani», il piano che avrebbe dovuto ridurre la disoccupazione tra i giovani under 29, è un fallimento. Mentre il governo continua con la folle politica degli incentivi alle imprese: 3,5 miliardi di euro contro i 500 destinati all’orientamento, formazione e riqualificazione

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«Garanzia giovani», il piano che avrebbe dovuto ridurre in maniera significativa la disoccupazione tra i giovani under 29, continua a dimostrarsi un fallimento. La conferma è venuta dall’ultimo disastroso bollettino reso noto ieri dal ministero del Lavoro. Ad oggi il numero dei giovani registrati ammonta a 364.535, 9 mila in più dell’ultima lettura ma «piuttosto contenuto rispetto al trend crescente cui siamo stati abituati nelle edizioni settimanali del 2014». Dall’inizio del progetto le opportunità di lavoro complessive pubblicate sono state 27.579, per un totale di posti disponibili pari a 39.313. Di queste solo 2.519 sono attivi. Il 72,5% delle occasioni di lavoro è concentrata al Nord, il 13,4% al Centro e il 14,0% al Sud; lo 0,1% rappresenta le occasioni di lavoro all’estero. I giovani registrati fino ad oggi a garanzia giovani costituiscono il 21,2% del cosiddetto «bacino potenziale» costituito da 1 milione e 723 mila giovani Neet.

Sono molti gli errori di politica economica, e del lavoro che il segretario generale della Uil Guglielmo Loy rimprovera al governo Renzi. Ad esempio quello «di avviare costosissime politiche incentivanti, come la decontribuzione, in maniera indiscriminata per tutte le aziende e per qualsiasi assunzione, riducendo l’interesse per l’avviare al lavoro ragazzi e ragazze che, in maniera consistente, si sono offerti per avere qualche proposta da «Garanzia Giovani». L’altro «gravissimo errore è il non aver dirottato le risorse su un sistema innovativo di politiche attive orientato a una maggiore efficienza dei servizi per l’impiego». Poletti e Padoan hanno destinato solo 500 milioni di euro all’orientamento, formazione e riqualificazione. Alla decontribuzione per le imprese: 3,5 miliardi.

Altri particolari sul fallimento di un piano invocato a gran voce prima dal governo Letta, poi da quello Renzi e – a livello europeo – dai socialdemocratici emergono dall’analisi del centro studi Adapt che a breve pubblicherà online un ebook sul Jobs Act. «Garanzia Giovani» «rischia di andare a discapito degli under 29, solitamente considerati meno appetibili in quanto ancora da formare». Tale piano verrà sepolto dal contratto a tutele crescenti che garantisce alle imprese un sicuro vantaggio economico. Per Adapt danneggerà il tirocinio: «la sua conversione dopo 12 mesi in un contratto a tempo indeterminato dipenderà dalla presenza o meno degli incentivi nella legge di stabilità del 2016».

Dopo una prima interpretazione negativa del Jobs Act, e delle deleghe alle quali sta lavorando l’esecutivo, la critica del centro studi diretto da Michele Tiraboschi si è fatta più dura. Le aziende non vengono incentivate le categorie svantaggiate dei lavoratori, e in particolare i giovani e le donne ad assumere le categorie «svantaggiate» dei lavoratori, in particolare i giovani e le donne, mentre i fondi stanziati dalla legge di stabilità per il contratto a tutele crescenti copriranno soprattutto assunzioni di coloro che già sarebbero stati assunti.

Più che una rivoluzione copernicana, quella di Renzi è un’efficace operazione di marketing che prepara il mercato italiano ad un nuovo «apartheid. Lavoratori che hanno le stesse mansioni avranno tutele differenti» ha detto Tiraboschi in una polemica che lo contrappone all’ispiratore del Jobs Act. il senatore Pietro Ichino (Scelta Civica).