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L'urto del pensiero

Froci & Fannulloni (o come muore un Paese)

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di PAOLO ERCOLANI

 

Alla Memoria di Ettore Scola

Non stiamo vivendo semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma un vero e proprio cambiamento d’epoca.

La cifra portante di questo cambiamento, per usare la celebre espressione di Kant, è data dalla piena e pervasiva affermazione di un meccanismo, quello tecno-finanziario, che ha potuto trasformare l’uomo in strumento per i fini impersonali della tecnica (progresso) e dell’economia (profitto).

Mai come oggi tanto il vivere privato quanto quello pubblico sono regolati e governati dalla logica quantitativa dei numeri, dei pareggi di bilancio, delle statistiche finanziarie.

Il dominio sulla vita quotidiana

Un fenomeno che Randy Martin ha nominato efficacemente «finanziarizzazione della vita quotidiana».

Tale sistema implica che a beneficiare delle due indiscusse stelle comete (progresso, profitto) sia una parte sempre più ridotta della popolazione mondiale, come del resto evidenziato dai tanti studi che denunciano l’allargamento della forbice sociale (sempre meno persone sempre più ricche, a fronte di un numero sempre più ampio di persone che si impoveriscono).

Esso, come del resto tutte le forme di potere, individua e reprime due nemici sostanziali: il libero sapere e il libero desiderare degli individui.

Due caratteristiche tipicamente umane, che attrezzano l’uomo per non lasciarsi ingabbiare all’interno di meccanismi in cui la sua mente e il suo corpo non siano vincolati da regole e leggi dis-umane o anti-umane.

Una prassi di tutti i poteri, combattere e reprimere queste due facoltà umane, ma ancora più netta e totalizzante oggi che ci troviamo di fronte a un potere finalmente in grado di sostituire in maniera compiuta e completa il paradigma umano con quello tecno-finanziario.

Di fronte a un cambiamento epocale, è bene sapere che per non rimanere schiacciati dalla corrente si rivela necessario riconfigurare tutte le proprie teorie e il proprio agire.

Può piacere o meno, ma non è con le vecchie e ormai spuntate armi del socialismo, comunismo o della socialdemocrazia (per quanto concerne la Sinistra) che si potrà seriamente contrastare il sistema tecno-finanziario.

Intestardirsi a voler «riparare» una macchina nuova con una cassetta degli attrezzi e con pezzi di ricambio vecchi e superati, non ci condannerebbe soltanto al più sterile e colpevole astrattismo, nonché all’accusa di conservatorismo, ma consentirebbe (e di fatto consente) ai «profeti dell’indistinto» di continuare a proclamare il superamento ontologico della Destra e della Sinistra, ad esclusivo e totale beneficio del pensiero unico di quella tecno-finanza che non tollera la presenza di contro-pensieri.

Specie se finalizzati a un recupero della centralità dell’umano all’interno del contesto sociale.

Una rivoluzione culturale

Per contrastare realisticamente (e concretamente) questo cambiamento epocale, dobbiamo inevitabilmente operare una rivoluzione culturale. Fornirci di nuove idee, nuovi attrezzi, una cultura adeguata ai tempi profondamente mutati.

Ben sapendo che una rivoluzione culturale, come tutte le rivoluzioni, comporta dei prezzi che non vorremmo pagare, l’abbandonare un passato a cui pur siamo affezionati, il superamento delle nostre radici fino anche, in certi casi, a spezzarle.

Due recenti fatti di cronaca ci forniscono gli esempi ideali per prefigurare i contorni di questa rivoluzione culturale.

Il primo riguarda l’annunciata guerra del governo Renzi ai «fannulloni» del lavoro pubblico. Pretestuosa e furbetta, certo, per metodo e tempistica. Inadeguata, anche, perché vergognosamente tesa a colpire le fasce sociali più deboli, preservando quei dipendenti pubblici (per esempio i politici, ma anche i professori universitari) a cui è permesso anche di fare poco o nulla grazie all’assenza di cartellini da timbrare, di rigorosi parametri di produttività, di sanzioni in caso di conclamata incapacità o inefficienza. Il tutto a fronte di stipendi garantiti e piuttosto cospicui.

Ciò precisato, è bene sapere che si tratta di una battaglia sacrosanta. Non possiamo difendere il lavoro, ricordare che si tratta di un diritto sancito dalla Costituzione, e poi difendere a spada tratta chi quel lavoro non lo «santifica» e rispetta anche in nome di chi non ne possiede uno.

Il merito, fatta salva la garanzia di una per quanto possibile equa parificazione delle condizioni di partenza (a cominciare da una Scuola e da un’istruzione pubbliche che siano finalmente valorizzate e finanziate dallo Stato), deve essere un valore che una Sinistra degna di questo nome dovrà contemplare (e concettualizzare, codificare) nel proprio rinnovato Dna.

Abdicare al rispetto del merito nell’ambito della dinamica (e della mobilità) sociale, vorrà dire permettere la rendita di posizioni privilegiate che derivano dalla parentela, dalla raccomandazione, dal diritto di nascita, insomma da tutti quei criteri che non possono non essere rigettati da una Sinistra veramente degna di questo nome.

Istruire, formare ed educare al meglio, specie attraverso una Scuola che torni ad essere valorizzata e finanziata, garantire questa uguaglianza di possibilità per tutti ma lasciando poi quei tutti liberi di esprimere i propri talenti e il proprio impegno.

Perché il loro merito venga valorizzato a prescindere da appartenenze e posizioni di ogni genere. In questo modo ne beneficerà la società tutta, visto che i posti chiave saranno occupati da persone che avranno dimostrato di meritarsele e che, col loro lavoro, garantiranno anche la crescita del bene comune e della collettività.

Brutti, sporchi e cattivi

Il secondo aspetto riguarda il modo in cui un allenatore di calcio (Sarri) ha apostrofato un suo collega (Mancini), sostanzialmente dandogli del «frocio» come se questa, specie nel mondo di quei ventidue maschioni che rincorrono una palla in pantaloncini corti, dovesse essere una condizione infamante.

Anche qui, o si ha il coraggio di assumere la battaglia per i diritti civili, per il riconoscimento e l’equiparazione formale (e legale) dei gay e quindi delle coppie omosessuali che vogliono costituire un’istituzione legalmente statuita e tutelata, oppure non si produrrà alcuna cultura effettivamente in grado di sradicare uno dei pregiudizi più radicati, profondi e trasversali.

Quello per cui l’omosessualità è contro-natura, segno indiscutibile di perversione umana e sociale, deragliamento esistenziale che sarebbe colpevole «giustificare» garantendo la legalità e il riconoscimento delle coppie gay e lesbiche.

Un cambiamento epocale non può più consentire che a dettare l’agenda politica ed esistenziale del Paese sia l’istituzione ecclesiastica, che per quanto rispettabile e onesta nelle sue posizioni rappresenta una posizione comunque «ideologica», che tende a non riconoscere né garantire tutti coloro che da quella ideologia sono esclusi o addirittura maledetti.

Un Paese cresciuto, adulto, consapevole, con le sue leggi deve tutelare e riconoscere tutti i propri cittadini, al di là che essi possano essere considerati peccatori, deviati o contro-natura da questa o quella corrente di pensiero.

Insomma, è troppo facile prendersela col rozzo allenatore di calcio che utilizza l’espressione frocio a mo’ di marchio infamante, e magari punirlo in maniera talmente esemplare da non risultare di alcun esempio.

Troppo facile perché un Paese che non riconosce e non tutela esso per primo alcuni cittadini che lavorano e pagano le tasse regolarmente, solo perché considerati «diversi» da questa o quella ideologia, non possiede alcuna credibilità e autorevolezza quando punisce severamente altri cittadini che esprimono in maniera più rozza e volgare il biasimo per quella stessa diversità che lo Stato per primo non accetta.

La battaglia per l’emancipazione umana, per il riposizionamento dell’essere umano al centro della vicenda sociale, mai come oggi passa per il coraggio di farsi carico di una rivoluzione culturale.

Una rivoluzione che la politica e la società tutta potranno vincere riconfigurando le proprie teorie e il proprio agire concreto, nella consapevolezza che il dio Mercato può essere detronizzato soltanto con le armi di una cultura solida e concreta che riposizioni l’essere umano, il suo libero sapere, desiderare, lavorare, al centro della res publica.

Che è tale soltanto se si rivolge a tutti. Con lo spirito di una libertà che non è tale se non uguale. E di un’uguaglianza che rimane carta morta se non si rivela capace di incidere sulla libertà effettiva di tutti i cittadini.