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Quinto Stato

Freelance e (poco) domestiche

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 «Ripartire da casa» di Sandra Burchi, per Franco Angeli editore. Dieci donne raccontano i loro mestieri, fra le pareti proprie, con i computer, i social network, il cellulare e fuori dal mercato della disponibilità permanente

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Dieci donne, dai 29 ai 49 anni: ricercatrici precarie, giornaliste, grafiche, consulenti, imprenditrici turistiche, agricoltrici o restauratrici. In comune hanno una laurea, un master o un dottorato e il fatto che lavorano da casa come freelance. Le loro storie sono raccontate da Sandra Burchi nel libro Ripartire da casa, lavori e reti dallo spazio domestico (Franco Angeli, pp.159, euro 19,55). È il ritratto della vita e del lavoro in un segmento del quinto stato, di chi lavora oggi con la partita Iva nell’economia dei servizi, della microimpresa, nella consulenza o nella ricerca.

Queste freelance considerano la propria abitazione come una soglia tra lo spazio privato e il mondo di un lavoro precario. Il mezzo di contatto tra queste sfere sociali sempre interconnesse è il computer, i social network, il cellulare. Alcune ne fanno un uso intensivo e tecnico, altre lo usano per gestire l’agenda dei propri contatti o per commercializzare prodotti e servizi.

La casa rischia tuttavia di diventare lo spazio di un nuovo internamento, dove le donne sono condannate al lavoro della riproduzione, a rigenerare gli affetti in una famiglia, e in più a svolgere un lavoro necessario per assicurarsi un reddito. Sandra Burchi racconta come le protagoniste del libro reagiscano all’identificazione con la femme-maison, la «donna di casa» e, allo stesso tempo, si sottraggono al modello dell’«imprenditrice di se stessa».

La scelta, deliberata o forzata, di lavorare da casa si spiega con la necessità di non darsi completamente al mercato, come invece pretende il dispositivo neoliberista dominante. Si riparte da casa per sottrarsi all’«economia della disponibilità permanente» che rende instabili e ricattabili, fragili e precarie. Ma da questa casa ci si può anche sottrarre, affittando ad esempio una postazione in un coworking. Non è escluso, infatti, che quell’economia della disponibilità da cui ci si difende «fuori» sia in vigore anche «dentro».

L’andirivieni tra la casa e la città, tra l’individualità e una comunità operosa, serve ad aprire il dentro e a ricondurre il fuori a sé. Questo movimento non è riducibile solo alla mobilità professionale, né alla riscoperta anacronistica dell’economia domestica. Significa, invece, non darsi senza riserve al «capitale umano» e restituire qualcosa a sé e agli altri. Sandra Burchi parla di un movimento irrisolto che traduce una politica alternativa al soggetto che noi siamo.

In questa lettura la casa è il risultato del conflitto tra uno spazio disciplinare e un movimento il cui scopo è conquistare un’autonomia. Ne deriva la definizione di «soglia», cioè uno «spazio connettivo» tra l’interno e l’esterno dove i rapporti di potere si trasformano. La casa fa dunque parte di un divenire che le donne cercano di abitare, «addomesticando il profondo spaesamento» sul mercato del lavoro, sincronizzando il tempo del sé con quello degli altri, rendendo i rapporti di potere sostenibili quando sono soverchianti.