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Nuvoletta rossa

Fra le nuvole con The Rocketeer

A spanne, il look and feel è quello classico del super-eroe: casco in ottone 18 carati a nascondere i lineamenti da belloccio all-american, giubbottone di pelle attillato, più un aviogetto pret-à-porter per librarsi nell’aria a mo’ di novello Nembo Kid. Ma sarebbe ingeneroso iscrivere il The Rocketeer di cui avevamo accennato nella affollata Nuvoletta postata il mese scorso nello stesso club di Batman, Iron Man e gli altri character gadget-dipendenti che formano l’ossatura portante del fumetto popolare americano. Se non altro perché Rocketeer non è mai stato un eroe Pop. Questo, innanzitutto per questione di etichetta, perché il suo status di eroe errante lo ha obbligato a sprintare fra vari publisher rigorosamente “Indie”, volenterosi atelier crepitanti di energia creativa ma privi dei formidabili enzimi economici e mediatici delle major Marvel o DC Comics. Ma soprattutto perché l’autore Dave Stevens, ex assistente del leggendario Russ Manning di Tarzan e Dottor Magnus alias Magnus Robot Fighter, solide radici come visulizer e concept artist, lo vedeva come un divertissement, un’alternativa al lavoro “vero”. Da qui, un destino da eroe indecifrabile e inafferrabile, mai decollato fino in fondo, tutto compreso nelle due avventure consegnate alla storia dallo stesso Stevens, che oggi tornano sugli scaffali negli States ma anche in Italia.

La cover del primo volume © Saldapress/IDW Publishing/Dave Stevens estate

“Rocketeer – Il primo volo” e “Rocketeer – L’avventura di Cliff a New York” racchiudono in due abbondanti razioni ipercaloriche l’irresistibile ascesa di Cliff Secord, funambolo del volo prestato alla identità alternativa di reluctant hero in seguito all’incontro fortuito con un motore a razzo progettato da mano ignota ma non troppo. Scippato l’aggeggio a un nugolo di spie e inforcato un mascherone aereodinamico, il pilota si trasforma in Rocketeer, l’uomo razzo: a lui il compito di sventare le trame nerissime di tutti i nazionalsocialisti sul suolo Usa. Ma mai senza gli infortuni del caso. Dagli incontri-scontri con eroi del pulp come Doc Savage o The Shadow, trascinati sulle pagine del comic book per analogia. All’incontro-scontro con cattivi lombrosiani come Lothar, inarrestabile macchina da guerra del secondo episodio ricalcato sul freak hollywoodiano Rondo Hatton; fino alla relazione tempestosa con la fidanzata Betty, damsel in distress mozzafiato con l’acconciatura e le curve della storica regina delle pin-up Bettie Page, diventata amica dello stesso Stevens proprio in seguito a questo omaggio disegnato. E se durante la lettura la memoria corre verso i modelli dichiarati adottati dal cartoonist di Lynwood, California, per la saga del suo Rocket Man – in primis, i serial cinematografici Republic con lo sceriffo intergalattico Commando Cody, ma anche l’Indiana Jones spielberghiano, che lo stesso autore aveva visto nascere lavorando agli story-board di I Predatori dell’Arca perduta – l’occhio non può fare a meno di soffermarsi sulla meticolosa attenzione dedicata allo storytelling e all’impatto grafico del fumetto: una ricostruzione meticolosa, iperrealista, totalizzante, incompatibile con le esigenze produttive del fumetto seriale e degna di artisti come Alex Raymond o Norman Rockwell. Non a caso, prima della sua morte prematura, avvenuta nel 2008 per leucemia, Stevens aveva abbandonato i comics per la pittura a olio, sull’esempio di un altro grande Missing in action della nona arte, il celestiale Bill Watterson di Calvin & Hobbes.
La cover di "The Rocketeer" 2 © Saldapress/IDW Publishing/Dave Stevens Estate

La relazione tormentata di Stevens con il mainstream si riflette nella storia editoriale del personaggio. Un autentico romanzo picaresco punteggiato di false partenze. Le prime tavole escono nel 1982 come riempitivi sulla collana fantasy Starslayer, firmata da Mike Grell per la Pacific Comics. Inatteso Exploit, ma nonostante gli entusiasmi dell’editore e del pubblico l’autore si ritrova incastrato fra le commesse, e nicchia tanto da assistere alla implosione della Pacific. A concludere il primo arco narrativo provvede la Eclipse. Fra fine Anni 80 e primi anni 90, il personaggio passa alla Dark Horse Comics, che pubblica il secondo capitolo delle avventure di Rocketeer, preludio ideale a una edizione definitiva molto di là da venire. Stessa storia nel nostro Paese, dove il personaggio passa come una meteora, prima sulle pagine del defunto magazine Comic Art di Rinaldo Traini, poi in un brossurato che raccoglie solo l’avventura inaugurale dell’eroe, fino al corposo uno-due mandato in libreria pochi mesi fa da Saldapress in una collana appositamente titolata Maèstro, e riservata ad alcune fra le migliori produzioni del fumetto internazionale. Due volumi di 128 pagine da € 24,50 ricchissimi di studi, story-boards, locandine e retroscena sulla lavorazione di un’epopea disegnata passata ingiustamente sotto silenzio, nonostante o forse per colpa della brutta versione Disney firmata nel 1991 dal regista Joe Johnston, quello di Jumanji e Captain America. Il modo migliore per accostarsi a un personaggio che grazie agli eredi dell’autore sta provando timidamente a riaffacciarsi nelle librerie specializzate degli Usa nella versione “antologica” firmata da Dave Gibbons, Darwyn Cooke, Kurt Busiek e altre firme d’oltreoceano: chissà che in futuro non sorvoli anche il Belpaese.