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Fornero, frasi shock contro i giornalisti

Doveva essere una celebrazione sul passato della professione e una riflessione seria sul futuro dell’informazione ai tempi della crisi. E invece il centenario del primo contratto collettivo dei giornalisti presso la sede della Fnsi è diventato il teatro di uno scontro senza precedenti tra la ministra Elsa Fornero e il gotha istituzionale della stampa italiana.

La professoressa torinese è entrata nel convegno come un elefante in una cristalleria. «Voi giornalisti siete dei privilegiati. Forse per la vostra vicinanza al potere politico».

Un intervento tutto col dito alzato, davanti a una selva di telecamere. «Anche voi giornalisti dovete sperimentare la durezza di un mondo che non fa sconti a nessuno. Se fanno i sacrifici gli operai della Fiat li dovrete fare anche voi. Come per l’idraulico polacco anche per voi vale la competizione. Le cose possono essere prodotte da noi o da altri, in un mondo globalizzato non esistono più recinti protetti».

Che l’informazione sia una «cosa» come le altre non era mai stato detto pubblicamente da nessun ministro. Viva la sincerità. Che la cronaca locale di Cremona o la giudiziaria di Trani possano farla cronisti di Bucarest o Bangalore non era ancora venuto in mente a nessun editore, ma chissà, niente limiti alla potenza del mercato.

E poi forse è un lapsus, forse è un puro errore, di certo uno scivolone inspiegabile: «Vedo che il vostro contratto collettivo ha cento anni. Forse richiede qualche revisione», dice Fornero. Come se il contratto giornalistico sia quello del 1911 celebrato ieri e non quello del 2009. Firmato tra l’altro da un allora presidente Fieg Malinconico che in platea come sottosegretario assiste impietrito allo show della ministra.

L’affondo principale, senza peli sulla lingua, Fornero lo riserva all’Inpgi, il secolare istituto autonomo della stampa italiana. Nella sua manovra il governo chiede in sei mesi a tutte le casse autonome bilanci sostenibili non più per 30 anni ma per 50. E senza contare i patrimoni immobiliari o mobiliari. Tanto entra, tanto deve uscire. Sembra il conto della serva ma questo è.

«I vostri conti non sono sostenibili – assicura la ministra – d’ora in poi le pensioni dipenderanno da quanto ciascuno verserà come contributi. Per questo noi vogliamo difendere il lavoro e non – specifica nel gelo – un posto di lavoro».

Le accuse ai vertici Inpgi sono pesantissime: «Voi dovete rendere noti i vostri bilanci. Noi dobbiamo vigilare correggendo i privilegi e garantendo le generazioni future». Dopo di che, la ministra se ne va. Niente repliche né domande. Annullata d’improvviso anche la conferenza stampa a margine convocata in un primo momento.

In platea dopo il gelo e lo shock esplode una reazione mai vista in occasioni così istituzionali. Franco Siddi, segretario Fnsi e padrone di casa, è sconvolto: «Il ministro dimostra un pregiudizio grave, noi abbiamo le carte in regola, è lo stato che non ce l’ha».

Anche uno dei suoi predecessori più esperti, Luciano Cesqui, sale sul palco e trattiene a stento la calma: «Lo stomaco mi ribolle, sono indignato da questa maestrina col dito alzato. Ma non dobbiamo reagire alle provocazioni. Dire che abbiamo l’Inpgi perché ci arruffianiamo i politici è un insulto abnorme. Una cosa folle e falsa».

Un altro ex segretario della Fnsi, Paolo Serventi Longhi, già teme l’esito finale: «Oggi nella ministra non ho visto coraggio ma arroganza. Se le cose rimangono così è inevitabile uno sciopero generale dell’informazione».

Anche il presidente della Fnsi, Roberto Natale, è livido. «La ministra forse è abbacinata dalle recenti luci della ribalta. Ha una visione completamente falsata della realtà. Forse pensa che tutti i giornalisti sono come la dozzina da cui si è fatta intervistare».

I dati infatti parlano chiaro. Fare il giornalista oggi – salvo rari casi – è davvero un lavoro come un altro. Dalla relazione della corte dei conti dell’anno scorso, riferita al bilancio 2009, gli iscritti all’Inpgi sono 18.416, le pensioni erogate 6.495 (2,84 attivi per pensionato). Come tutte, non recupereranno l’inflazione e quelle «d’oro» saranno decurtate. Molto diversa la situazione per l’Inpgi2 (quello dei precari): 30.194 iscritti nel 2009. Reddito medio annuo dichiarato ufficialmente: circa 800 euro lordi al mese. Di privilegi, qui, non se ne vedono. E anche per i cosiddetti «garantiti», le uscite del 2010 per pensionamenti e stati di crisi sono state 400 (fonte Fnsi), i nuovi assunti in modo stabile si contano sulle dita di una mano. Il turnover è inesistente e il precariato dilaga.

In serata le reazioni ufficiali sono se possibile ancora più pesanti. Per il presidente Inpgi Andrea Camporese il ministro «ha affermato pubblicamente cose false delle quali risponderà in tutte le sedi preposte». Le sue parole «denotano non solo una totale ignoranza del settore ma probabilmente logiche che non corrispondono alla verità, un progetto ben preciso, che il ministro dovrebbe rendere pubblico evitando di gettare fango e panico infondato su milioni di professionisti e lavoratori».

L’Inpgi «ha conti in linea con le leggi e una sostenibilità certificata dai ministeri del Lavoro e dell’Economia», ribadisce il presidente della Casagit Daniele Cerrato. I bilanci degli istituti degli ultimi tre anni sono su Internet (li trovi qui) e certificati da 8 istituzioni diverse tra cui la Corte dei conti.

La conclusione di Camporese è perentoria: «Il ministro ancora una volta non accetta alcun tavolo di confronto». E assume «atteggiamenti che non possono trovare spazio in un paese fondato sulla democrazia». Trasformare le felpate istituzioni giornalistiche in un covo di “facinorosi” come la Fiom è un miracolo che non è riuscito a nessun governo.

dal manifesto del 21 dicembre 2011