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Fondi editoria, Lavitola è l’ultima pagina

Per Fnsi e Mediacoop il governo deve fare definitivamente pulizia e adeguare il settore alle vere necessità. I fondi pubblici per i giornali sono 170 milioni. Per i cavalli ne spendiamo 150 e i camion oltre 400

La vicenda Lavitola «devasta la credibilità dell’intervento pubblico per l’editoria e dimostra la necessità di una riforma incisiva». L’allarme lanciato dalla Fnsi di fronte al tornado di truffe, ricatti e raggiri messo in piedi dal direttore dell’Avanti contiene anche un avvertimento implicito. La misura è colma: quella riforma del settore invocata da anni è ormai improcrastinabile.

Lavitola dal 2004 a oggi è riuscito a prendere fino a 20 milioni di euro come finanziamento pubblico per un quotidiano fantasma, clone grottesco e sconosciuto dello storico quotidiano diretto da Bissolati e Mussolini, Nenni e Craxi. Soldi presi legittimamente, sia chiaro, ma che dimostrano ancora una volta le falle della legge e di chi dovrebbe farla applicare.

Tra i tanti «vizietti» del Pdl infatti c’è anche quello della truffa sui fondi all’editoria.

Solo negli ultimi anni sono venuti alla luce i casi di Ciarrapico (senatore Pdl), Angelucci (deputato Pdl) e Bocchino (deputato ex Pdl oggi Fli). Da quando la finanza ha aumentato i controlli per una scelta sacrosanta fatta da Richi Levi e Visco, nel 2010 Ciarrapico si è visto sequestrare 20 milioni di euro (qui) e da luglio è indagato per una cifra complessiva di 45 (qui).

Altri 43 milioni sono stati presi indebitamente dagli Angelucci fino all’anno scorso in qualità di doppi editori (Libero e Riformista).

E un altro risarcimento da 2,5 milioni tocca a Italo Bocchino (contributi 2008 del Roma e l’Umanità, organo del defunto Psdi).

Nel caso dell’Avanti, le indagini sono ancora in corso e non è escluso che Lavitola abbia usato il contributo al suo giornale per finanziare altre attività, anche non necessariamente criminose. E’ una dimostrazione tardiva e insufficiente che se si vuole si può distinguere tra editori veri e faccendieri. Fino ad arrivare a una riforma che si avvicini alla volontà dei cittadini di leggere un’informazione «pulita» da infiltrazioni affaristiche, politiche, perfino criminali.

Mediacoop, l’associazione che rappresenta un centinaio di testate in cooperativa e non-profit tra cui il manifesto, porta avanti da anni la necessità di un adeguamento delle regole. E propone di legare il finanziamento non alle copie stampate o distribuite ma ai dipendenti assunti. Di passare dai giornali di carta (falsa) a quelli in carne e ossa. E’ evidente che un giornale nazionale con una redazione di due o tre cronisti non è un giornale ma un ciclostile fatto con il copia e incolla e tanto lavoro nero.

L’Avanti di Lavitola, con i suoi pochi e sconosciuti giornalisti, prende ogni anno 2,5 milioni di euro. A fronte dei 3,2 che prende il manifesto con le sue 16 pagine, 2 supplementi, 1 sito Web, 1 casa editrice, 1 casa discografica e oltre 60 dipendenti assunti a tempo indeterminato.
Per paradosso, la legge sull’editoria obbligherebbe a un controllo ferreo e certificato di tutta la produzione: dagli acquisti di carta alle assunzioni. I contributi, infatti, non sono un «regalo» ex ante della casta ma un rimborso ex post di spese documentabili.

Fare bilanci falsi o false fatture è sempre una possibilità ma non è che se lo stato trova un falso invalido allora vanno aboliti tout court gli assegni di invalidità.

A volte, infatti, sull’editoria si ha l’impressione di assistere a un dibattito falsato da punti di vista soggettivi (se non qualunquistici o di convenienza) e dati di fondo molto superficiali.

Anche chi in buona fede (per esempio Beppe Grillo o gli amici del Fatto) critica il finanziamento pubblico all’editoria può riconoscere che c’è il rischio di legare indissolubilmente ogni originalità editoriale alle turbolenze o volontà del mercato. I giornali non sono instant book ma depositi di esperienze, legami, professionalità e punti di vista non tutti interscambiabili tra loro.

La legge sull’editoria ha cristallizzato un sistema, ha permesso delle truffe e non ha consentito un’evoluzione del settore. Ma se le verifiche fossero stringenti (basta farle) metà dei problemi si risolverebbero alla radice.

E’ ora infatti di sfatare i troppi luoghi comuni sul sostegno pubblico.

Lo stato – per dirne alcune – ogni anno dà 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli dell’Unire (qui) e 400 ai camionisti (qui), 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili (qui).

Eppure sui contributi ai giornali si continuano a diffondere bufale incredibili: Grillo (citando male un vecchio libro di Beppe Lopez sulla «casta dei giornali») continua a ripetere che lo stato regala un miliardo ai giornali di partito e di idee. E’ semplicemente falso.

Il fondo per l’editoria del 2011 (rimborsi 2010) è di 170 milioni di euro (fonte: Paolo Bonaiuti in commissione cultura alla camera, il 13 luglio scorso). Si dà ai giornali meno che ai cavalli o ai camion.

Nell’era del «suopolio» berlusconiano noi riteniamo che questa sia una precisa scelta politica. Di tutta la pubblicità italiana (dalla stampa alla tv ai cartelloni), il 56% va a un solo soggetto: Mediaset. Tutti gli altri si sparticono il resto, con Rai e grandi editori (Mondadori, Rcs, etc.) a mangiarsi quasi tutto.

Quello dei giornali in cooperativa, non-profit e di partito è un mondo piccolo ma non marginale dal punto di vista del pluralismo e dell’economia complessiva dell’informazione.

Impiega circa 2mila giornalisti (su circa 12mila professionisti regolari) e altrettanti poligrafici.

Diffonde ogni giorno in edicola oltre 400mila copie su circa 4,5 milioni. E se si pensa che i fondi pubblici coprono tra il 30 e il 40% del fatturato di ogni singola impresa, genera valore aggiuntivo per 400 milioni di euro. Cifre piccole o no, c’è vita oltre Lavitola.

dal manifesto del 17 settembre 2011

Il testo della telefonata 

Mentre suggerisce lunari modifiche al lodo Alfano appena bocciato dalla Corte e sponsorizza la nomina a numero due della guardia di finanza del generale Spaziante, il direttore-editore Valter Lavitola ricorda al premier anche di dire a Tremonti di risolvere la questione dei contributi ai giornali.

Qui l’audio integrale (dal sito di Repubblica)

Lavitola: Un’ultima cosa. Ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti (…) Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge approvata in Parlamento. Se non ci parla lei. (…)
Berlusconi: È solo una cosa nei confronti del tuo giornale?
L.: No(…). Il mio giornale ovviamente salta. Ma c’è anche Libero, ci sono anche altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico, anche quelli della sinistra.
B.: Va bene.
L.: Ci parla lei? Tenga presente: vanno disoccupati altri tremila giornalisti(…)
B.: Va bene. (…) L.: Un bacione. – B.: Sì, ciao.
L.: Grazie a lei. Un bacione, stia su, dottore.

L’intercettazione tra Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, resa nota dal quotidiano la Repubblica, è avvenuta nel mese di ottobre 2009 nell’ambito dell’inchiesta condotta dal pm di Pescara Mirvana Di Serio su una maxi evasione fiscale internazionale da 90 milioni di euro che, il 21 ottobre 2010, ha portato in carcere, fra gli altri, l’imprenditore del settore aereo Giuseppe Spadaccini, all’epoca dei fatti a capo di varie società, tra cui la Sorem Srl, concessionaria di un maxi appalto per lo spegnimento degli incendi boschivi sul territorio nazionale, attraverso l’utilizzo della flotta di Canadair CL-415 di proprietà della Protezione civile.

È proprio nell’ambito di vicende relative a tale appalto e in particolare di rapporti tra Spadaccini e Lavitola, a cui l’imprenditore abruzzese avrebbe chiesto aiuto per contrasti con l’allora numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso, che è stata intercettata la telefonata tra il direttore dell’Avanti e Berlusconi. Lavitola non è stato indagato nell’inchiesta pescarese. La richiesta di processo per 14 persone è stata depositata prima di Ferragosto: inchiesta ‘chiusa’, ora nelle mani del Giudice per l’udienza preliminare. Negli ambienti della procura pescarese si fa notare che il cd con tutte le intercettazione è agli atti, non più coperto da segreto istruttorio, anche se quella tra il premier e Lavitola non è tra le trascritte perché non inerente le indagini, e comunque a disposizione dei legali che ne fanno richiesta.

Da quanto si apprende, sarebbero state intercettate, sempre nell’ambito dell’inchiesta pescarese, altre telefonate definite ‘interessanti’ di Lavitola, ma ancora non si sa bene con chi. In mattinata si è svolto in procura, a Pescara, un incontro tra il pm Di Serio e ufficiali della Guardia di finanza, che ha condotto le indagini su Spadaccini. (Ansa, Y1M-PRO 16-SET-11 15:45)