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Antiviolenza

Flash mob di Fatto

Pubblico e con piacere, la lettera che la collega e cara amica, Mariella Magazù, mi ha inviato per commentare il flash mob che qualche giorno fa un gruppo di donne ha fatto all’interno della redazione del Fatto: il giornale che pubblicò l’orribile commento di Massimo Fini alle tre ragazze stuprate – di cui due uccise – in Abruzzo e che poco tempo fa ha pubblicato un articolo negazionista del femmincidio proprio nella rubrica “Donne di Fatto”. Lo pubblico per dimostrare che non sono la sola a sostenere il bisogno di una informazione corretta riguardo la violenza di genere, perché quello di dire le cose come stanno senza trastullare i “bassi istinti dell’uomo predatore”, quella di informarsi prima di scrivere fischi per fiaschi, quella di avere una prospettiva culturale diversa dal maschilismo imperante, è una esigenza comune e fortissima. Ci siamo stufate di leggere raptus ma anche di vedere solo uomini al comando dei giornali a decidere quello sì e quello no, e vogliamo promuovere “la soggettività femminile” a partire dalle redazioni stesse. Basta con la “schiavetta” di redazione o con i recinti da circo, noi vogliamo le donne, certe donne, ai posti di comando.

E grazie Mariella per la tua genialità.

DONNE CONTRO LA #VIOLENZADIGENERE – OCCUPAZIONE SIMBOLICA DELLA REDAZIONE DEL FATTO QUOTIDIANO

Flash mob di Fatto (ma senza appuntamento)

“L’occupazione simbolica, il flash mob di un gruppo di donne nella redazione de “Il Fatto Quotidiano”, dice tutto. Dice quanto i media siano distanti dal dramma femminicidio. Inconsapevoli della barbarie che ogni tre giorni vede una donna uccisa da un uomo strettamente legato alla sua rete affettiva e/o familiare. Impreparati al racconto di una cronaca spietata farcita spesso da pruderie e superficialità. Quel flash mob che sorprende e istintivamente fa dire ai primi giornalisti presenti all’ingresso “Ma con chi volete parlare?” e le attiviste con i cartelli in mano tra cui quello con il nome della campagna “Non sono un media complice” rispondono: “Con tutti i giornalisti”. E qualcuno non ancora convinto, forse femmincidio non l’ha non solo mai scritto, ma neppure letto o sentito che aggiunge: “Ma avreste potuto chiedere un appuntamento”. Come se i flash mob si facessero solo previa prenotazione e in italiano, per correttezza sintattica e grammaticale, dovremmo allora chiamarli “richiesta per autorizzazione di mobilitazione istantanea”: una contraddizione in termini. Uno dei tanti ossimori nel Paese dei paradossi, insomma.  Loro, una ventina di donne  ad anagrafe diversificata, ferme e con calma, replicano: “Noi siamo qui, ma è come se fossimo in una qualsiasi redazione italiana”. Come una piccola marea, le attiviste, guadagnano la strada del corridoio della redazione di via Valadier 42 a Roma, e in fila, uno dietro l’altro ribadiscono cosa non vogliono più leggere sui giornali nel racconto degli omicidi di genere. Della morte di una donna che troppo spesso arriva al culmine di un percorso di violenza domestica o di stalking, oppure soltanto perché ha lasciato un uomo che non ama, o che non la rispetta o la tratta da oggetto. Semplificazioni giornalistiche che non di rado striminziscono persino la cronaca tra le cui righe si annidano, talvolta, giudizi. Le immagini che mercificano corpi e vite senza che via sia la dignità di una storia diversa dalla rappresentazione plastica e mortificante e persino compassionevole e scagionatrice che l’informazione ha fatto della violenza contro le donne, attraverso titoli del tipo “Delitto passionale, dramma della gelosia e affini”. O anche pubblicando immagini in cui le donne sono oggetto di mero complemento all’inscalfibile senso della virilità, diventata fregio e valore degli ultimi vent’anni. E ancora in parte lo è. Un paio di minuti e interrotta la riunione di redazione, si materializza il direttore Antonio Padellaro. Interloquisce con le attiviste, parlando di un clima di violenza generale nel Paese e disquisendo sull’uso del termine “femminicidio”, con quasi imbarazzo e poca conoscenza della questione. Ma il giorno dopo “Il Fatto Quotidiano” ha evidentemente approfondito, tanto da pubblicare il video del flash mob, girato fino a 24 ore prima solo perché diffuso dalle stesse attiviste.  Incredibilmente e forse perché a ridosso delle elezioni –casualità – politici e giornali, si accorgono del 25 novembre. Sarà perché la ministra della Giustizia Paola Severino dichiara: “Siamo pronti a ratificare la convenzione di Istanbul”, mentre la titolare del ministero del Lavoro (che non c’è) con delega alle Pari Opportunità, Elsa Fornero, invece, l’ha solo firmata a Bruxelles. Ma se due ministre ne parlano, altre due parlamentari da destra e sinistra presentano altrettante proposte di legge, allora e solo allora, per larga parte del giornalismo italiano un fatto diventa notizia. E dire che lo scorso anno quando l’Onu inviò in Italia la propria rappresentante Cedaw, (Committee on the Elimination of Discrimination against Women) Violeta Neubauer che al governo italiano le ha cantate chiare, nessuno spazio. Come nessuno spazio negli anni hanno avuto le tante associazioni e donne che ogni giorno combattono la violenza contro di noi. No. C’erano le olgettine,  il rubygate e la crisi inesistente secondo l’allora presidente del Consiglio. Qualche articolo sulla legge anti stalking – i cui dati sono ancora assai parziali – con buona pace del 25 novembre 2011 scivolato quasi silente sugli organi di informazione. A piede pagina. Come quasi tutta la rappresentazione che il giornalismo italiano nel suo insieme,  continua a fare della nostra vita in questo Paese. Della vita di chi è italiana per nascita o per caso, di chi qui è arrivata per scelta o costrizione – prostituzione di importazione – di chi consapevolmente è oggetto di piacere per guadagnarsi meriti al netto di competenze, al pari di chi invece ha competenze e niente merito, ma difende la propria identità di genere nella differenza: quella che tra donne e uomini esiste, ognuno nel  proprio operare ed essere cittadina/o, ma anche giornalisti; ogni giorno assieme come corpo Paese, Nazione, da Nord a Sud. Ma su giornali, radio, tivù e on line queste ultime non trovano spazio, e quando accade la notizia ha sempre qualcosa di eccezionale: come chi viene uccisa per amore. Ma così anche questo è un ossimoro e pure un paradosso. L’amore non è morte, ma il suo opposto: vita.  Ecco, le donne del flash mob a “Il Fatto” hanno chiesto il racconto della vita reale del Bel Paese: che comprende anche le 120 donne uccise dall’inizio del 2102. Da uomini. Ecco perché non sono vittime di amore. Ma di assassini”.

(Mariella Magazù)