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L'urto del pensiero

“Filosofo Manifesto!”. Piccola storia personale di un grande giornale

manifesto

Mi piacerebbe iniziare con una nota meteorologica. Non proprio sul genere della celebre «era una notte buia e tempestosa», ma almeno che faccia intendere un mio vago ricordo delle condizioni climatiche. Il guaio è che non lo ricordo.

Ricordo soltanto che avevo quindici anni e, quindi, più grazie all’aritmetica che alla memoria, posso almeno affermare con certezza che avevo quindici anni.

Quel giorno, mio padre che proveniva da una vita spesa a votare democrazia cristiana, mi dette in mano una copia di un giornale piuttosto particolare e inconsueto fin dal formato. Eravamo in macchina e quel giornale era «il Manifesto».

Ricordo anche che, non so se per suo pudore o per timore della mia incolumità, mi disse che avrei fatto bene a portarlo con me arrotolato. Perché chi mi avesse incontrato non potesse leggere la testata. «Il Manifesto», appunto, cui appena sotto campeggiava la formula oscena «quotidiano comunista».

A quel tempo la mia coscienza politica era pressoché nulla, così come le mie attitudini per una disciplina o per l’altra.

Un discreto talento per le materie umanistiche (dove me la cavavo pur non studiando quasi nulla) era lì a far presagire la presenza di qualcosa «in nuce», ma effettivamente si trattava di ben poca cosa. In compenso, questo sì, una passione smisurata per il mondo dei quotidiani animava il mio esistere. Ne compravo uno al giorno da qualche anno prima.

Leggevo senza capire ma mi imponevo di farlo affascinato dall’odore della carta, dall’oggetto in quanto tale, forse anche da quello che mi sembrava uno strumento privilegiato attraverso cui acquisire conoscenza (e dimestichezza) con il mondo che mi circondava. Amore smisurato, quindi, tanto è vero che non era regolato da una misura. Li leggevo tutti, cercando con il tipico affanno degli adolescenti «il mio preferito», il migliore, quello alla cui lettura mi sarei votato per tutto il resto della vita. Quello, insomma, che mi consentisse di dire al mondo (ovviamente interessatissimo alle mie predilezioni): «Io leggo questo giornale!».

Ora, sorvolando sul bisogno di identità tipico di un adolescente, è evidente che il mio stato confusionale regnava abbastanza sovrano. Giornali di destra, giornali di sinistra e anche di centro. Perfino giornali sportivi. O quelli locali! Ricordo che una volta convinsi il giornalaio, con una scusa improponibile, a farsi arrivare il giorno dopo una copia de «Il Secolo XIX». E dire che vivevo a Roma.

Quando mio padre si presentò a me, in maniera del tutto inaspettata, con quel giornale descrittomi nella maniera che ho raccontato, lascio immaginare al lettore l’emozione mista a curiosità che si era scatenata in un luogo imprecisato di quel quindicenne.

Senza contare che proprio in quegli anni ero uno studente del Liceo «T. Tasso» di Roma, uno dei più politicizzati e indirizzati a sinistra d’Italia. Più volte mi era capitato di vedere ragazzi e ragazze che sfogliavano «il Manifesto».

Il fatto è che non mi incuriosiva. Non poteva incuriosirmi. Troppo piccolo, con pochissime fotografie. Niente a che vedere con i quotidiani che compravo (senza però trovarne uno che davvero mi appassionasse).

E poi non c’erano le previsioni del tempo, i programmi televisivi, lo sport. L’oroscopo neppure, ma quello per fortuna non mi è mai interessato neanche a quindici anni.

Ma vedermelo consegnare proprio da mio padre, quasi come se fosse un tesoro proibito (chi lo sa, magari era proprio così e lui voleva togliermi il gusto del proibito facendomelo leggere come se nulla fosse)…

Il fatto decisivo furono le parole che usò consegnandomelo fra le mani. Più o meno queste. In questo giornale puoi leggere quello che negli altri non compare. Approfondimenti di fatti solitamente ignorati o sminuiti, riflessioni libere da ogni condizionamento dogmatico (o proveniente da qualche potere, politico ed economico), una critica intelligente di quel mondo che gli altri giornali non si sognano neppure di mettere in discussione perché, in fondo, è proprio quello che permette loro di vivere.

Ovviamente iniziai a leggerlo subito. In un certo senso ritornando indietro. Perché effettivamente avevo ricominciato a non capire nulla (o poco) di quello che trovavo scritto. Anche se poi avrei compreso che quel non capire fino in fondo il senso di alcuni articoli era dovuto all’oscurità ostentata di alcuni articolisti, l’avventura fu da subito impagabile.

Poche pagine ma densissime, come ancora accade oggi, stimolavano il mio cervello come pochissime altre cose. Invogliandomi a pensare, ad approfondire, ad elaborare idee personali costruite sulla base di quello che leggevo lì.

Poche pagine che, per dirla in termini sintetici, mi consentivano di conoscere il mondo che mi circondava in modo assai migliore di quanto mi fosse permesso dalle voluminose paginate degli altri giornali. Mi trasmettevano un’idea ben precisa del mondo, diciamo pure ideologica, ma in una maniera tale, e con contenuti così profondi, da spingermi a formalmente una mia propria, senza che per forza di cose dovesse coincidere con l’ideologia di fondo che permeava ciò che leggevo.

Quel piccolo giornale, lo ricordo come se fosse oggi, rappresentò uno di quegli incontri fondamentali nella vita di una giovane persona, come avrebbe potuto esserlo un professore, un allenatore, un amico che ne ha viste tante e tanto ha studiato (lui, in fondo, aveva soltanto un anno più di me).

Arricchì il mio vocabolario (forse anche troppo, per via dell’iniziale entusiasmo zelante che caratterizza i giovanissimi), contribuì a farmi costruire una personalità formata e con qualcosa da dire. Al mondo e non solo alle ragazze.

Le pagine culturali, poi, furono quelle che mi fecero patire di più, ma che più di ogni altra cosa segnarono e portarono alla luce la passione che albergava in un angolo troppo profondo di quel quindicenne. Mi spinsero con passione mai più spenta a intraprendere degli studi che poi non avrei smesso più. Fino a farmi diventare anche un tramite, oggi, degli studi di altre persone giovani come allora lo ero io.

Grazie anche a quel piccolo giornale, insomma, quell’adolescente di quindici anni ha potuto comprendere quella cosa che «in nuce» albergava dentro di sé. Portandolo oggi ad essere, per usare una battuta tanto facile quanto vera, un «filosofo manifesto».

Credo fermamente che ancora oggi questo piccolo giornale conservi un così grande potere, ovviamente non solo riferito alla filosofia o a chi di essa fosse appassionato.

Ecco perché in un momento così delicato della sua vita, come altri ce ne sono stati e forse ci saranno, visti anche i tempi di crisi estrema in cui versano i prodotti culturali, non può non tornarmi alla mente il tenero e premuroso accorgimento paterno, quando mi chiedeva di girare con quel giornale ben ripiegato per non far vedere la testata.

Mi torna alla mente perché oggi, proprio oggi, si tratta di aiutare questa piccola e unica realtà del panorama editoriale italiano a riconquistare la proprietà proprio di quella testata storica. Del suo nome.

E allora mio padre mi perdonerà, ne sono certo, se a distanza di tanti anni mi permetterò di contravvenire alla sua richiesta e, con gesto dolce ma deciso, spiegare quel piccolo giornale invitando tutto il mondo a leggerne proprio la testata: «il Manifesto»!

Ps: Pur con un certo sacrificio economico, in virtù di tutto quello che ho scritto sopra e anche di quello che non ho potuto scrivere per ragioni di spazio, ho comprato qualche giorno fa la mia copia in edicola a 20 euro. Sul sito de «Il Manifesto» e sullo stesso quotidiano in edicola si trovano le indicazioni per contribuire a questa nuova e grande battaglia. Per sostenere il giornale di nessun padrone. Quindi veramente di tutti noi!

  • Lucio Ercolani

    Eh! Sì basta vedere che fine hanno fatto fare fare il duo Veltroni- D’ Alema al PCI e un pò tuttiall’ Unità e capire l’ importanza del Manifesto e dei suoi fondatori. Mi chiedo: Il fatto quotidiano non può fare 4 pagine in più e diventare il Manifesto quotidiano
    Non toglierebbe nulla a sé e continuerebbe il libero pensiero. Ed ancora: a quando un unico partito della sinistra? A quando un vero Papa rinuncia all’ 8 per mille e agli 8 euro dati per ogni pasto alla Caritas e far distribuire il tutto ai poveri dell’ Italia. A quando la riapertura delle fabbriche degli industriali fuggiti con impedimento a loro di vendere in Italia per dare mercato e di conseguenza lavoro ai disoccupati?.Io sto per morire….auguri a chi resta

  • http://www.ilmanifesto.info/ il manifesto

    grazie Paolo. Un pezzo bellissimo. Non ti arrabbierai, spero, se tra qualche giorno forse lo vedrai anche su carta…
    il manifesto è nostro, riprendiamocelo. http://miriprendoilmanifesto.it

  • Paolo Ercolani

    Arrabbiarmi?! Ma proprio tutto il contrario, semmai!!!