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losangelista

Fiction TV USA: in onda la crisi di nervi Middle Class

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Dopo il primo sperimentale (e spassoso) spinoff “indie” dei Sopranos in salsa norvegese (Lillyhammer) e il patinato ed efferato House of Cards (prodotto d David Fincher con Kevin Spacey – appena diventata la prima web-serie nominta all’Emmy), Netflix continua la metamorfosi da societa’ di videonoleggio postale a piccola major del video streaming con Orange is the New Black. La nuova fiction e’ creata da Jenji Kohan la sceneggiatrice/produttrice salita nei ranghi delle sitcom (Will and Grace, Fresh Prince), passata per Sex and the City e giunta al grande successo con Weeds. Quella serie di Showtime ruotava attorno ad una madre di famiglia suburbana (Mary Louise Parker) che le traversie della vita portavano ad un improbabaile carriera di coltivatrice e spacciatrice di cannabis. Il divertimento stava nel seguire la sua discesa nei successivi gironi di un tragicomico “inferno” di quotidiani misfatti  dove entravano in collisione mondi benpensanti e criminosi  normalmente alieni. Una versione piu’ leggera, a pensarci bene, dell’epica discesa agli inferi di Walter White in Breaking Bad. Come in entrambe quelle serie anche la protagonista di Orange is the New Black ha il suo Acheronte da attraversare: Piper Chapman e’ una trentenne in carriera (con una amica socia produce una linea di saponi artigianali per boutique di lusso) fidanzata in attesa di matrimonio, dedita a shopping vegano e corsi di yoga con le amiche nel suo quartiere bene del Connecticut. Ma una vecchia storia di gioventu’ con annessa condanna per favoreggiamento di traffico di droga la strappera’ all’isola di  felice privilegio liberal-chic consegnandola allibita e incredula ai portoni di un penitenziario federale femminile. Ecco servita l’ultima fiction di quello che a questo punto diremmo un vero e proprio filone di “fanta-sociologia” un genere che fa leva sulla frisson borghese di immaginare l’improvvisa perdita di tutti i privilegi sociali annessi alla classe media bianca ed e’ lecito supporre che dietro si celi se  non una psicosi, almeno la nevrosi di una classe sempre piu’ minoritaria, alla cui sicurezza la crisi ha inflitto negli ultimi ani duri colpi. Nel mondo del precariato diffuso e della decrescita non tanto felice,  gli ultracorpi sono stati sostituiti dai barbari alle porte della citta’ e vedere i nostri  eroi ex-incensurati dibattersi nella post-apocalisse socioeconomica e’ chiaramente una catarsi irresistsibile. Ultimamamente e’ andato molto di moda criticare Girls per uno sguardo “troppo bianco” e “privilegiato” sulla angst  generazionale, mentre l’acuta satira di Lena Dunham di certo non lo merita (almeno non piu’ di, chesso’, Woody Allen).   Orange is the New Black invece e’ sintomatico di una crisi di nervi di una borghesia bianca praticamente in via di estinzione – anagrafica  quanto ora economica. Il fatidico 2042 e’ la data in cui i bianchi in America cesserebbero di essere la maggioranza etnica del paese, ma  nei grandi centri urbani e grandi statai chiave come California, New York e Texas, questo e’ da tempo  gia’ una realta’  e la psicosi bianca deborda sul piccolo schermo.  Nel panorama della new fiction televisiva Orange e’ di livello non eccelso ma e’ assuefacente come si addice ad una soap opera; perfetta per l’estate specie nel formato Netflix in cui tutti gli episodi della prima stagione sono istantantaneamente disponibili alla visione. Sono ststi subito inevitabili i casi di “binge watching” con gente emersa pallida dopo un weekend di abbuffata di 13 episodi consecutivi, incapaci di staccarsi dalla schermo.