closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
1 ULTIM'ORA:
L'urto del pensiero

Fertility Day: il giorno dell’ipocrisia di Stato

In fiduciosa attesa di una giornata del buon senso...

In fiduciosa attesa di una giornata del buon senso…

di PAOLO ERCOLANI

 

È inutile girarci intorno. Ammesso che abbia senso un «fertility day» promosso dal Governo, ammesso cioè che abbia senso promuovere l’ovvio (una coppia che vuole e può fare un figlio lo fa, chi non vuole o non può non risolverà certo la questione grazie a questa pagliacciata di Stato), la cosa potrebbe essere ammissibile soltanto in questi termini e con questo «non-slogan»:

Buon senso cercasi

«Il Governo si impegna a creare le condizioni sociali, economiche ed educative affinché le coppie che lo desiderino siano messe effettivamente in grado di concepire (in tutti i sensi) un figlio. Ciò, nella profonda consapevolezza che quello che chiamiamo «amore» si rivela sterile senza che vi siano le condizioni materiali ed effettive perché le coppie possano decidere di farsi carico di un così dolce peso. E queste condizioni riguardano un benessere sociale diffuso, una giustizia e uno Stato sociale effettivamente funzionanti, nonché un’educazione sentimentale che fin dalla Scuola insegni cosa significa e che tipo di responsabilità comporta avere un rapporto d’amore con un’altra persona e decidere con questa di generare una nuova vita».

Ma il Governo italiano non può esprimersi in questi termini, che sarebbero i più saggi ed eticamente accettabili. Perdendosi, invece, in ridicole campagne intrise ogni volta di bigottismo, ipocrisia, sessismo, razzismo. E ovviamente imbecillità a profusione.

Ipocrisia di Stato

Il Governo non può esprimersi nei termini sopra indicati perché sa benissimo, visto che esegue i diktat dei poteri finanziari internazionali, di stare distruggendo quei servizi e quella giustizia sociale volti a tutelare i più deboli e bisognosi di aiuto (e una coppia che decide di fare un figlio, il più delle volte, si trova proprio in questa condizione).

Sa benissimo, malgrado l’esercizio retorico nel definirla «buona», di stare distruggendo la Scuola, mortificandola e sottomettendola a una logica commerciale e quantitativa che svilisce ogni serio e realistico progetto educativo (coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti, fra bullismo, stupri e ragazzini e ragazzine che si comportano sempre più come barbari, desiderosi soltanto di postare video sulla Rete, anche video dei loro atti più brutali).

Il nostro Governo sa benissimo di stare partecipando fattivamente, e ahinoi convintamente, a un progetto generale di destrutturazione culturale, in cui si decide coscientemente di emarginare chi detiene dei saperi, perché si tratta di gente cavillosa, noiosa, poco incline ad aderire entusiasticamente alle propagande trionfali di questo o quell’altro governo. E poi con la cultura non si mangia. E poi cittadini forniti di educazione, cultura, pensiero autonomo e critico, sono per definizione il più grande ostacolo alle retoriche false ed entusiastiche di ogni potere che voglia essere veramente tale e tale conservarsi.

Cittadini o servi?

Meglio tratta uomini e donne come se fossero dei numeri, delle bestie da soma buone, di volta in volta, per consumare, per lavorare sfruttati e sottopagati, per acclamare e incensare il potente di turno.

Buone per fare figli, se questo serve alla retorica di Stato, malgrado quello Stato non faccia nulla per creare le condizioni adatte e favorevoli a tale scopo.

In fondo, questa pagliacciata del «fertility day» riassume un po’ tutta il senso di un Governo e in generale di una politica sciaguratamente sottomessi ai poteri del Finanz-capitalismo.

Per di più con la pavidità insopportabile di chi licenzia il Dirigente che ha coordinato questa campagna stupida e disastrosa, perché un Ministro e una politica che si assumono le responsabilità delle proprie inettitudini è chiedere troppo in questo Paese sciagurato.

Il senso beffardo, crudele e sciagurato di uno Stato che ha la faccia tosta di rivolgersi ai propri cittadini per chiedere loro (o molto spesso per imporgli) degli sforzi per i quali esso stesso li ha privati di ogni doveroso sostegno (visto che quei cittadini pagano le tasse e lo Stato si chiama «res publica» proprio perché dovrebbe essere cosa di tutti, e quindi operante in vista del bene comune).

Uno Stato sciagurato che si rivolge ai cittadini dopo averli privati della dignità stessa di poter essere veramente tali.

Di troppe giornate dell’intelligenza, della responsabilità e del buon senso avrebbe bisogno questa politica, se davvero vuole evitare le figure ridicole che sta accumulando con questa pagliacciata del «fertility day»!

  • Alfredo

    Ancora un po di anni di “destrutturazione culturale” e il popolo italiano accetterà anche questa indecente propaganda!

  • gerardo Garzone

    Purtroppo al peggio non c’è mai fine. Quello che in un qualsiasi altro paese europeo avrebbe avuto come immediata conseguenza le dimissioni del ministro responsabile, da noi tale eventualità viene esclusa in maniera categorica dal capo del governo e si scarica tutto su un capro espiatorio. Veramente ci è toccato una classe dirigente indecente e i guai non sono ancora finiti se tali soggetti continueranno ancora in tale “destrutturazione” culturale e sociale. Occorre fermarli e io penso che un sonoro NO alla cosiddetta riforma costituzionale possa aiutarci a liberarcene.

  • Stefano Schiavon

    Sono d’accordo con i contenuti di questo articolo. Aggiungerei anche che l’idea stessa di introdurre l’educazione di Stato sull’affettività nelle scuole è frutto di una retorica populista affatto interessata a creare le condizioni per una vera crescita della sfera effettiva. Spesso queste proposte nascono da ambienti e persone che non hanno alcuna competenza in materia educativa, e che spesso non sono genitori o che sono genitori deleganti. Chi è genitore sa bene che l’educazione sessuale ed affettiva è un tema delicato e personalissimo. Ogni bambino/a ha la sua sensibilità e i suoi tempi che vanno rispettati. L’educazione affettiva di Stato mi ricorda il ventennio, e mi sembra vi siano troppi interessi politici (ad esempio per dimostrare che si fa qualcosa) ed economici. Si dovrebbero ascoltare i genitori e le loro associazioni, non politici e professionisti che giocano a fare gli intelligenti sulla pelle dei bambini.

  • Faustino

    Spero di essere più urtante dell’Urto del Pensiero dicendo e argomentando che l’articolo, come tanti altri di altri autori, non coglie alcuni aspetti importanti della questione e semplifica troppo le possibili cause degli attuali comportamenti riproduttivi.

    I) Condivido il giudizio negativo sulla campagna mediatica del ministero: se nessuno ti capisce, come afferma, hai sbagliato il messaggio. La prima campagna è stata controproducente (sarebbe stato molto meglio fare una conferenza stampa) e l’ultimo manifesto indegno.
    Dopo la catastrofe mediatica, il ministero ha indirizzato il messaggio più specificatamente all’aspetto fisiologico della fertilità: età, alcol, fumo, etc., quando invece è ovvio che il problema è tale in quanto problema sociale: il tasso di fecondità del paese è molto basso (1.37 nel 2014, dato ISTAT) e la decrescita demografica è indicata da molti osservatori come uno dei problemi principali da affrontare nei prossimi anni.

    II) Mi occupo di scienza e quindi sono portato a guardare i numeri e a interpretarli o, almeno, a cercare di farlo. Ho notato che molti dei commenti ostili al fertility day (orribile comunque anche la scelta del nome) non fanno riferimento ai numeri, cosa che porta a semplificazioni che possono essere errate. Questo vale anche per l’articolo sopra.

    III) Già Tucidide metteva in luce le differenze tra motivi e pretesti.

    IV) L’indicatore di fecondità italiano è molto basso, ma molti altri paesi europei hanno un coefficiente così basso, tra questi la Germania (1.41), paese che ha condizioni economiche ben diverse da quelle italiane, se ci si limita ad alcuni degli aspetti economici indicati dai tanti articoli e fatti trasparire anche nell’articolo qui sopra. Là ci sono molti meno disoccupati, molti meno precari e i salari sono molto più alti. Cosa manca in Germania, peggio che in Italia, sono gli asili nido. Ciò nonostante il coefficiente di occupazione femminile è molto più alto (0.7 lì, 0.47 in Italia, sempre 2014). In realtà a livello mondiale, sia la Germania che l’Italia vanno considerati tra i paesi ricchi. Altri paesi ricchi, come la Francia, che hanno curato le infrastrutture e hanno introdotto alcune flessibilità d’orario di lavoro, hanno coefficienti di fecondità più alti (1.89, valore medio 2005-2010). Paesi ricchi asiatici come il Giappone e la Corea del Sud hanno coefficienti ancora più bassi (1.27 e 1.21, rispettivamente, media 2005-2010).

    V) L’indicatore di fecondità italiano è sceso rapidamente dopo il boom economico, è sceso sotto soglia (2.1) alla fine degli anni ’70 e ha avuto un minimo nella seconda metà degli anni ’90 per poi crescere e avere un massimo relativo nel 2010 (1.46) in piena crisi finanziaria. Nei “magnifici” anni ’80 era agli stessi livelli attuali.

    VI) I paesi ricchi hanno coefficienti di fecondità più bassi di quelli poveri (dato statisticamente indiscutibile, al di là di singolarità).

    Spero che quanto riportato sopra mostri che il fenomeno è da inquadrare in un ambito complesso. Provo però a tirare qualche conclusione: E’ il benessere (e il conseguente aumento di istruzione sessuale) a provocare (motivo) la riduzione del coefficiente di fecondità e non la crisi economica (pretesto attuale). L’India lo capì negli anni ’80, quando doveva affrontare il problema contrario. Tra gli indicatori di benessere c’è anche l’accesso femminile al lavoro e le difficoltà che indubbiamente le donne trovano nel maschilissimo mondo del lavoro hanno un effetto sul desiderio di avere figli. Rendere quindi più facile, da tutti i punti di vista, l’accesso delle donne al lavoro e la gestione dello stesso senza che avere figli risulti un freno imposto o autoimposto è uno dei primi obiettivi su cui lavorare. Le difficoltà a tirare su i figli, erano molto maggiori nel passato, dove spesso mancava il cibo. Oggi è anche l’egoismo di ognuno di noi, che vuole comprensibilmente ridurre gli ostacoli a godersi ciò che la vita offre (molto più che in passato), a farci fare i figli dopo aver dedicato un po’ di tempo solo a se stessi. A questo aspetto si aggiunge oggi il pretesto della precarietà economica, che però i numeri dicono non essere estraibile come causa importante. Al più la precarietà va intesa come tale verso una ricchezza stabile (i coefficienti dei paesi dell’europa dell’est possono suggerirlo). Questo tardare l’età ha effetti sulla fertilità, sia femminile sia maschile, anche se la seconda ne è affetta in modo marcatamente inferiore.
    Aggiungo una considerazione: il calo della natalità è associata a un aumento dell’aspettativa di vita e i due fattori provocano un marcato invecchiamento della società, cosa che credo si possa giudicare come un fenomeno negativo. E’ necessario che il Paese si interroghi sui diversi processi demografici in corso che, ahinoi, hanno anche importanti risvolti economici. Il fertility day è stata un’occasione mancata sia dal governo che dai suoi oppositori. Io sono tra questi ultimi, categoria feroce oppositore, ma se il governo occasionalmente solleva un problema vero sarebbe meglio farlo proprio e cercare di incidere sull’indirizzo anziché demonizzarlo.
    Ma, soprattutto: i numeri, bisogna sempre guardare i numeri. Parlano, contrariamente a ciò che i più pensano.