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Anziparla

Femminicidio e responsabilità di stato: la storia di Audrey Vella

Un tribunale di Parigi ha condannato lo stato francese per “grave negligenza” dopo l’omicidio di una donna vittima di violenza domestica. Il 23 marzo del 2007 Audrey Vella, venne colpita con nove coltellate dall’ex compagno e morì per una emorragia interna in ospedale. Due anni dopo, Hervé Vincent Sully venne condannato a 25 anni di prigione, con conferma in appello nel settembre 2011. Ma la storia non finisce qui: molestata per mesi, Audrey Vella, madre di una bambina, si era più volte rivolta alla polizia per le ripetute minacce ricevute. Invano. E ora, la sua famiglia (che non si è arresa e ha chiesto che per l’assassinio venisse riconosciuta anche una colpa collettiva oltre a quella individuale) ha ottenuto “quel che era giusto” ottenesse, almeno simbolicamente.

Mercoledì 7 maggio, il Tribunale di Parigi ha stabilito infatti che «l’assenza colposa e ripetuta dei servizi di polizia costituisse una colpa grave e diretta nell’omicidio di Audrey Vella». I giudici hanno anche parlato dell’«incapacità del servizio pubblico della giustizia nel compiere la missione fondamentale di cui sono investiti e cioè quella di proteggere i cittadini» precisando infine che «la violenza contro le donne è una priorità nazionale». Nel senso, che la “nazione” ha il dovere di assumere la questione su di sé.

La sequenza degli eventi raccontata durante il processo è quella che si chiama (perdonate l’espressione) la cronaca di una tragedia annunciata. Nel gennaio 2006 Audrey Vella andò alla polizia per segnalare che era regolarmente maltrattata e minacciata dal suo ex compagno (e uno). Pochi mesi dopo, il 22 ottobre, presentò una denuncia per nuove minacce (e due). Il 16 novembre tornò alla stazione di polizia, accompagnata dalla sorella: le due donne parlarono delle molestie telefoniche da parte di Hervé Vincent Sully a cui erano sottoposte entrambe sul posto di lavoro e sui loro telefoni cellulari e raccontarono le minacce che aveva nel frattempo cominciato a subire anche la figlia minorenne di Audrey Vella. Mentre le due donne si trovavano davanti ai poliziotti, la sorella di Audrey Vella ricevette nove chiamate e un sms di Hervé Vincent Sully (e tre). Dopo una settimana, il 23 novembre, Audrey Vella, ormai esausta, disse alla polizia che il suo ex compagno continuava a tormentarla, giorno e notte, che era venuto diverse volte a casa sua e che l’aveva minacciata di morte. Quello stesso giorno, la donna ricevette 83 chiamate e 19 sms di insulti che aveva mostrato direttamente agli agenti (e quattro).

Di fronte a tutto questo che cosa fece la polizia (erano ormai passati undici mesi)? Una richiesta alla compagnia telefonica di verificare l’identità dell’autore delle chiamate, ma dato che aveva commesso un errore nella comunicazione di una delle cifre del numero telefonico la pratica non andò a buon fine. Fine delle indagini, Vincent Sully non venne convocato e Audrey Vella venne ammazzata.

Nella sua sentenza, il tribunale ha osservato che la mancanza di risposte da parte dei servizi di polizia «ha contribuito a mantenere, evidentemente, un senso di impunità» nell’ex compagno di Audrey Vella e che questo l’ha portato non solo a «reiterare gli atti di violenza di volta in volta sempre più gravi», ma anche a commettere «l’atto fatale». E hanno condannato lo stato francese a pagare circa 150 mila euro alla figlia della donna e agli altri membri della sua famiglia. Bene, certamente. E male, se non ci si deciderà, anche in Italia, ad assumere e considerare femminicidio e femicidio come qualche cosa che ha direttamente a che fare con la responsabilità di stato.