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Feltri e Riformista senza contributi pubblici

Editoria, Palazzo Chigi toglie 43 milioni a «Libero» e «Riformista»  e gli Angelucci minacciano 3mila licenziamenti nelle cliniche Tosinvest del Lazio.

La sentenza Agcom del 9 febbraio scorso (leggi il Pdf) lasciava ben pochi dubbi, e ieri al Dipartimento per l’Editoria di palazzo Chigi non hanno potuto far altro che prenderne atto. Antonio Angelucci e il gruppo Tosinvest dovranno rinunciare a tutti i contributi pubblici per l’editoria incassati o richiesti negli ultimi cinque anni. Una cifra che in totale supera i 40 milioni di euro, di cui circa la metà già erogati nel 2006 e nel 2007.

L’Authority presieduta da Corrado Calabrò ha accertato al di là di ogni ragionevole dubbio che gli imprenditori romani sono di fatto gli editori sia di Libero (direttori Feltri e Belpietro) che del Riformista. La commissione tecnica che si è riunita ieri a palazzo Chigi ha perciò deciso che i due quotidiani perdono il diritto ai contributi dal 2008 al 2010 e dovranno restituire i contributi incassati nel 2006 e nel 2007.

La legge 416/81, infatti, consente il sostegno pubblico solo a una testata per ciascun editore. La destra non è nuova a «furbate» di questo tipo. Nella stessa situazione si è già trovato Giuseppe Ciarrapico (editore e senatore Pdl) e potrebbe presto trovarsi anche Italo Bocchino (Fli), su cui sempre l’Agcom ha aperto un’inchiesta come possibile gestore sia del quotidiano napoletano Roma che dell’Indipendente.

L’inchiesta sugli Angelucci è durata quasi due anni (iniziò nel novembre del 2008). Più che indizi la guardia di finanza ha trovato una serie di smoking gun che disegnano «una catena di controllo» dei due giornali «non conosciuta e parallela a quella dichiarata».

Formalmente Libero era edito dalla Fondazione San Raffaele, un ente senza scopo di lucro. Mentre la testata del Riformista è affittata da anni alla cooperativa Edizioni Riformiste. Nella realtà invece i veri editori di entrambi i quotidiani sono società della galassia Tosinvest (alcune anche in trust lussemburghesi) tutte riconducibili ad Antonio Angelucci, attuale deputato del Pdl e fondatore di un «impero» economico che spazia dall’editoria alla sanità passando per quote rilevanti in banche come Capitalia (oggi Unicredit).

Dal 2003 al 2010 Tosivest Spa ha investito a fondo perduto nel Riformista oltre 22 milioni di euro. E dal 2001 al 2007 ha finanziato Libero con oltre 7 milioni, comportandosi di fatto come un editore che ripiana costi e perdite. Secondo l’Agcom sono importi annuali che non hanno «logiche di investimento» ma rappresentano «un contributo costante alla gestione ordinaria dell’impresa editrice». Le casse delle società in molti casi erano gestite come un calderone unico su cui spostare i fondi senza una logica precisa per la singola azienda. Per l’Agcom fra Tosinvest, Libero e Riformista esiste «un’unità gestionale».

A riprova, quasi tutte le riunioni sociali e del cda dei due giornali si sono tenute in un’unica sede, il quartier generale della Tosinvest a Roma in via Marche 1, «più volte indicato come “sede legale” anche delle imprese editrici»: 22 riunioni su 26 per il Riformista e 26 su 33 per Libero. Riunioni in cui risultano le stesse verbalizzanti (due impiegate Tosinvest) e spesso gli stessi soci e dirigenti (tra gli altri, Daniele Cavaglià, Roberto Pagnotta, Carmine Gianni Di Giore).

Insomma: «Le due imprese editrici sono condotte da persone di fiducia del gruppo Tosinvest» e «operano in coordinamento con tutto il gruppo Tosinvest di cui la Finanziaria Tosinvest Spa rappresenta il motore economico». Ai vertici di questa catena di controllo occulta sono collocate due società lussemburghesi, T.H. S.A. e SPA di Lantigos S.C.A., che si trovano al medesimo indirizzo nel Granducato e sono entrambe riconducibili alla famiglia Angelucci in generale e all’onorevole Antonio in particolare. Tutti fatti dimostrati – scrive l’Agcom – «almeno dall’anno 2006».

Una condotta grave e reiterata che è costata all’imprenditore eletto in parlamento una multa personale di 103.300 euro contro cui pende un ricorso al Tar. Per gli Angelucci è una batosta economica. Vanno in fumo crediti per oltre 43 milioni di euro: 10 per il Riformista più altri 33 per Libero, il giornale con più contributi diretti di tutti.

Sarà una coincidenza, ma poche ore dopo le brutte notizie in arrivo da palazzo Chigi il gruppo Tosinvest lancia un’operazione «shock and awe» contro la regione Lazio. Gli Angelucci all’improvviso minacciano di chiudere i battenti, licenziando entro il 15 aprile i 3.171 dipendenti del gruppo San Raffaele e costringendo la regione a trasferire altrove i 2.283 pazienti ricoverati. Per evitare una «catastrofe sanitaria» la regione deve onorare i 150 milioni di debito col gruppo e riconoscere al San Raffaele Pisana il carattere di «Irccs» come fatto per il Santa Lucia.

– L’ordinanza integrale Agcom del 9 febbraio 2011 che condanna Antonio Angelucci (file pdf)

dal manifesto del 30 marzo 2011