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Federalismo, Maroni apre il «dopo Bossi»

Giovedì il «d-day» della maggioranza sulle feste di Arcore e il fisco municipale. Berlusconi sempre più schiacciato tra «sexgate», federalismo leghista e rigore tremontiano cerca di rilanciarsi in chiave economica modificando la Costituzione insieme al «comunista» Bersani. Nessuno se lo fila. Oltre alla sua successione si profila la conta anche in casa del Carroccio. Il Viminale sta sempre più stretto al ministro delle ronde mentre Pdl e Lega scricchiolano. Ma Calderoli lo sconfessa.

Grande è la confusione sotto il cielo al di là della ferrea volontà dell’Uno, cioè di Berlusconi, di resistere a ogni costo. Anche le certezze del Carroccio cominciano a sgretolarsi di fronte al caos in cui è precipitato il governo dopo l’uscita di Fini dalla maggioranza.

Tanto che per la prima volta un ministro importante e popolare nel centrodestra come Bobo Maroni parla senza peli sulla lingua del «dopo Berlusconi». E con un’intervista a tutta pagina al Corriere della sera si schiera apertamente nella futura lotta di successione accreditandosi come uno dei possibili candidati premier del centrodestra «se Berlusconi decidesse di non essere il candidato». Se non è una sfida a Berlusconi e all’asse Tremonti-Calderoli poco ci manca.

Incassata la fiducia il 14 dicembre, il giro di boa della legislatura è giovedì prossimo con il parere della «bicameralina» sul federalismo fiscale. Una partita ormai che è tutta politica. Nel pomeriggio Bossi riunisce i suoi a Milano, a via Bellerio. Maroni non c’è a causa dell’influenza. Al termine della riunione Calderoli contraddice gli ultimatum suoi e di Bossi (anche di pochi giorni fa) e scomunica «gli improvvidi diktat» (di Maroni, ndr) e le «collocazioni di schieramento politico» sul federalismo: «E’ una riforma epocale, non un referendum su Berlusconi. Confrontiamoci sul merito, questo mi ha chiesto di fare Umberto Bossi e nella Lega Nord a decidere è soltanto il suo segretario federale». Sistemato il nemico interno al Viminale, resta la partita concreta.

Oggi Calderoli incontrerà Di Pietro, sempre più orientato a votare no visto il carattere «politico» del voto sul federalismo. In cambio di ponti d’oro da parte del governo potrebbe al massimo astenersi. Così come il finiano Baldassarri, che è incerto sul no compatto ordinato da Casini e insiste su emendamenti presentati non di poco conto. Si proverà a negoziare fino all’ultimo. Il presidente Enrico La Loggia assicura di lavorare a «una mediazione alta che metta in difficoltà le opposizioni».

Sulla carta, nella «bicameralina» si prevede un pareggio: 15 a 15. Il decreto sarebbe dunque bocciato dal parlamento. Così come in commissione Bilancio alla camera, dove Pdl e lega sono in minoranza e non a caso il presidente Giorgetti (leghista) non ha ancora calendarizzato il voto. Maroni teme defezioni nel Pdl e chiede una presenza «di tutti ma proprio tutti i membri della commissione». Il ministro non lo dice ma il malessere dei parlamentari meridionali del Pdl è crescente. Nella «bicameralina» sono almeno 3: due pugliesi (Leone e Azzollini) e un napoletano (Compagna). Sulla carta tutti berlusconiani doc. Però continuare a votare il federalismo a trazione padana diventa un boccone sempre più indigeribile.

Anche se i timori leghisti fossero infondati, comunque, il pareggio apre scenari inediti. Oggi o al massimo domani arriverà in commissione il parere congiunto di Fini e Schifani che dovrebbe sciogliere la valutazione del pareggio dal punto di vista regolamentare. Per La Loggia il governo può comunque andare avanti e emanare il testo. Pd e settori del Pdl invece vorrebbero portarlo al voto dell’aula.

I tempi, così si allungherebbero di mesi. Ma la conta ormai è squisitamente politica. Senza federalismo si torna alle urne, ha detto e ripetuto la Lega in tutti questi mesi. Il decreto ha già subito 3 rinvii (era previsto l’8 gennaio e Bossi disse che se non era legge entro il 23 sarebbe crollato tutto, infatti). Ora che la possibilità si fa concreta però tanta baldanza sembra scemare. «Sul federalismo il Viminale è completamente tagliato fuori e Maroni cerca uno spazio politico più ampio anche strizzando l’occhio alla base leghista», commenta non a torto il popolare del Pd nella «bicameralina» Lucio D’Ubaldo.

In effetti Maroni (pur influenzato) fa un carpiato notevole: esclude un governo «diverso da quello esistente» senza passare per il voto (no a D’Alema). Assicura che Pdl e Lega andranno insieme alle urne (un abbraccio mortale ai «berluscones» che temono il cannibalismo leghista) ma ammette che non è più scontato chi guiderà la coalizione. Solo una settimana fa aveva scritto una lettera (sempre al Corsera) ben più prudente sul dopo Silvio.

Le ambizioni del ministro però non sono una novità. Maroni non ha mai nascosto i dubbi su un governo così allo sfascio. Così come il suo storico dualismo con Calderoli sia sul territorio che alla corte di Bossi. Fin qui i suoi passi verso Palazzo Chigi erano fatti di ronde, lotta alla criminalità organizzata, un mix di «law and order» varesotto e «tolleranza zero» che fa tanto Lega.

All’epoca dell’affaire Saviano, cavalcato mediaticamente con la presenza obbligatoria in tutti i talk show, Maroni aveva consegnato alle cronache anche una battuta sibillina. Io premier? «Dico solo che cinque miei predecessori al Viminale sono diventati presidenti della Repubblica». E pochi giorni prima della sfida del 14 dicembre aveva scherzato così sulle sue ambizioni personali: «Tremonti sarebbe un ottimo premier, se lo diventasse per decisione degli italiani con le elezioni». In parallelo al dopo Berlusconi, è ormai all’ordine del giorno anche il dopo Bossi. Che anche questa sarà una successione ordinata è tutto da vedere.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 1 febbraio 2011