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Federalismo, tripla sconfitta di Bossi e Berlusconi

Il federalismo fiscale non c’è più. La partita sulla madre di tutte le riforme finisce ai tempi supplementari. E anche i calci di rigore decisi fuori dal parlamento dall’asse Bossi-Berlusconi non annunciano nulla di buono. Come previsto, ieri in mattinata la «bicameralina» ha respinto il parere obbligatorio sul fisco municipale. Ma dopo una giornata da brivido, un consiglio dei ministri convocato d’urgenza a tarda sera l’ha comunque adottato ugualmente. Come se il parlamento neanche esistesse. Bossi si rimangia i diktat degli ultimi mesi («se non passa si torna a votare») e Maroni le interviste degli ultimi giorni. La Lega innalza una bandierina sempre più striminzita. Che non convince nemmeno una base leghista attonita, che vuole «rottamare il governo prima che il governo rottami noi».

Il patto politico tra i due «leader carismatici» e «indiscutibili» del centrodestra, Bossi e Berlusconi, rompe ormai ogni argine istituzionale. La situazione sui decreti è una tripla da brivido, 1-X-2: una commissione del Senato ha approvato il testo, la «bicameralina» l’ha respinto e quella della Camera non l’ha ancora esaminato.
Il marasma è totale. Lo scontro non potrà che portare tutti dritti al Quirinale. Camuffare una sconfitta politica cambiando il risultato per decreto si può chiamare trucco. O peggio, golpe. In ogni caso non salverà chi è vittima delle sue macchinazioni.

Anche l’ultima mediazione fallisce. Bossi incontra personalmente Fini nel suo studio a Montecitorio. E non certo per il suo ruolo istituzionale. Lo scongiura di convincere Baldassarri a votare a favore. Ragiona su eventuali contropartite. Di fronte a Tremonti e Calderoli, giunti in commissione, Baldassarri annuncia che il suo parere «non può essere positivo» perché anche nell’ultima versione comporta «meno autonomia per i comuni e il rischio di un aumento della pressione fiscale». Parole ambigue, che possono significare anche un’astensione e lasciano aperto per alcuni minuti un piccolo spiraglio alla trattativa.

«Sono in corso contatti che potrebbero portare a un esito positivo del voto», ammetteva del resto prima della riunione lo stesso presidente della bicamerale La Loggia. Con chi? «Non trattiamo solo con Baldassarri – aggiunge – certo con lui ci siamo parlati. Ma lasciatemi un minimo di riservatezza, trattiamo con altri componenti della commissione di diversi gruppi politici».

A presenziare i lavori della «bicameralina» arrivano anche Tremonti e Calderoli. Alla fine il voto va come era previsto: 15 sì (Pdl, Lega e Svp) contro 15 no (Pd, Idv, Udc, Mpa e Fli). Il parere è dunque respinto. Calderoli arzigogola un po’: «E’ respinto un parere, non il provvedimento». Avanti tutta? Anche La Loggia si precipita in sala stampa e assicura ai quattro venti che la commissione che lui presiede non conta nulla: «Andiamo avanti lo stesso sul testo modificato dal governo». Strumentalmente, si indica il sì della commissione Bilancio del senato che proprio ieri mattina l’ha approvato con osservazioni.

Manca però, ed è un altro passaggio sicuramente obbligatorio al di là degli azzeccagarbugli, il parere della Bilancio della camera, dove il centrodestra non ha i voti (sulla carta è un altro pareggio: 24 a 24). Non a caso, il presidente Giorgetti (Lega) rinvia il pronunciamento decisivo in attesa delle indicazioni del governo. La Loggia però guarda già avanti e annuncia che martedì la sua a questo punto inutile commissione comincerà a esaminare il federalismo regionale, il cuore della riforma leghista. Un rospo politicamente indigeribile in queste circostanze.

All’ora di pranzo Tremonti, Bossi e Calderoli raggiungono Berlusconi a palazzo Grazioli. Poco dopo arriva anche Maroni. Un consiglio di guerra che prova a capire come andare avanti. Bossi si rimangia l’ultimatum notturno sul ritorno alle urne in caso di pareggio e annuncia che invece «per ora si va avanti». Alla camera si spargono i boatos più assurdi. I cavilli della legge delega sono ambigui. Circola subito l’idea di convocare il consiglio dei ministri in serata per approvare il decreto municipale.

Resta in sospeso per ore il dubbio su quale versione spedire al Quirinale che comunque dovrà emanarlo. Quella originaria o quella nuova. Nello stesso Pdl, in mattinata, si ammetteva che era quasi inevitabile tornare al vecchio testo. E invece no. Evidentemente confortata dai numeri della camera sul voto pro-Berlusconi, la maggioranza decide di andare avanti come un caterpillar. Chissenefrega del parlamento. In serata Tremonti diffonde un comunicato che specifica che il decreto approvato dal governo recepisce è quello uscito dalla commissione Bilancio del senato. Come se il bicameralismo fosse un’astrazione.

Fini trasecola: il «parere del governo è stato sostanzialmente respinto. Siamo in una situazione senza precedenti». Anche le opposizioni giustamente insorgono. Nel Pd sbotta perfino il mite Pierluigi Castagnetti (impeccabile presidente della giunta per le autorizzazioni): «È un atto politico scandaloso, non si è mai visto un consiglio dei ministri convocato d’urgenza per esprimersi contro una scelta del parlamento». Il Pd – ma anche Fini – hanno fatto sapere ai leghisti in pubblico e in privato che la condizione per le riforme è il definitivo accantonamento del premier. A mezza bocca, perfino Tremonti o Maroni premier andrebbero bene. Ma è un accordone che Bossi lascia cadere nel vuoto. Anche se non è sfuggito ai cronisti un lungo conciliabolo Maroni-Casini subito dopo il voto in aula sul caso Ruby.

Il Pdl cercherà di cambiare la composizione della «bicamerale» ridimensionando le opposizioni ma è un altro vaso di Pandora che non si può aprire senza conseguenze. La palla passerà ben presto al Quirinale. Perché ogni argine istituzionale ormai è saltato. A forza di strappare tutto la tela si è rotta. Nessuno può ricucirla.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 4 febbraio 2011