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Horror Vacuo

FantaFestival 2012

“Lucio Fulci, purtroppo, accettava qualsiasi cosa gli proponessero, non so se per ansia di denaro o perché non poteva permettersi il lusso di rifiutare”, ha dichiarato il regista e sceneggiatore Piero Vivarelli. Oggi, in un cielo pieno di dubbi sul futuro, la licenza di sfidare i cineasti fra le nuvole non sarebbe sostanzialmente sbagliata. Una provocazione alla morte violenta dell’horror potrebbe unirci in una nuovissima compagine sociale. Non parliamo poi di occasioni come ilFantafestival, approdato alla trentaduesima edizione.

L’importanza della mostra del film di fantascienza e del fantastico è racchiusa tutta nella sua fortissima resistenza, ed in quella di chi vi partecipa con un corto od un lungometraggio: il Fantafestival si conferma anche quest’anno provocazione undergorund alla Fine e all’Apocalisse. Dal 18 giugno al 1 luglio, presso la Casa del Cinema di largo Marcello Mastroianni, la sua mano amorosa riscalda Roma ed omaggia il Fantastico italiano.

La sezione Panoramica Italiana si presenta come uno sguardo carico e trasognato sull’aria fosca che respiriamo nei tempi difficili: tra i lungometraggi in concorso incontriamo “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli, “Finché morte non vi separi” di Bruno Marcello, Gianluca Russo, Giovanni Pianigiani, Alfredo Arciero, “P.O.E. Poetry of Eerie” di AA.W., “True Love” di Enrico Clerico Nasino, “W Zappatore” di Massimiliano Verdesca, “Canepazzo” di David Petrucci, “Unfacebook” di Stefano Simone, “Dylan Dog – La morte puttana” di Denis Frison, “Mad in Italy” di Paolo Fazzini, “The Hounds” di Roberto e Maurizio Del Piccolo, “The Gerber Sindrome” di Maxi Dejoie, “Inside” di Daniele Misischia, “Cruel Tango” di Enrico Clerico Nasino e “End Roll” di Daniele Misischia e Giacomo Gabrielli.

Diciassette, invece, i corti che ingrassano il club fantasy: “Dark resurrection Volume 0” di Angelo Licata, “Il marito perfetto” di Lucas Pavetto, “Il cuore rivelatore” di Lorenzo Pelosini, “Tick Tock” di Amin Muller, “La dolce mano della rosa bianca” e “The Puzzle” di Davide Melini, “La fabbrica dei volti noti” di Riccardo Papa, “Azzeccaguai” di Paolo Migliorelli, “Io sono morta” di Francesco Picone, “The story of a mother” di Alessandro De Vivo e Ivano Di Natale, “Figure Out” di Pablo Poletti, “InHumane Resources” di Michele Pastrello, “XIII Legio” di Tiziano Martella e Davide Sacchetti, “The Technician” di Luca Cerlini, “The day before the day after” di John Snellinberg, “Nightshot” di Maurizio Scala e “Thermae” di Christian Filippella.

Fuori Concorso segnaliamo la rielaborazione evangelica de “L’eremita” di Al Festa (regista e compositore ipercriticato dal mondo clericale, ma lui non batte ciglio: “Sta scritto: ‘la verità vi renderà liberi’. Il mio cinema è libero”). “L’eremita” è una sorta di librone drammatico intriso di sottomondi intimi, dove si coglie persino l’idea di un’anima collettiva, germoglio di un mondo nuovo. E, proprio da quei detriti post-apocalittici, cresce anche l’attesa per “6 giorni sulla Terra” di Varo Venturi, pellicola sci-fi educativa dedicata ai rapimenti alieni : la pellicola sarà proiettata in occasione di una “serata ufologica” moderata dallo stesso Venturi.

E con il Fantafestival 2012, arrivano grandi novità anche dall’Accademia di Cinema e Televisione Griffith di Roma. Sono aperte le iscrizioni al corso 2013 di formazione professionale dedicato alle tecniche del cinema fantastico e al perturbante. REGIA HORROR E FANTASY è il primo corso in Italia per filmmaker con indirizzo visionario e fantastico, e ad organizzarlo sarà la Griffith in collaborazione con Stefano Bessoni, docente principale del corso, regista, sceneggiatore, illustratore, autore di “Imago Mortis” (distribuito da Medusa) e del pluripremiato, personalissimo “Krokodyle”.

Bessoni, di che cosa è carico questo corso?

Io mi aspetto di trovare studenti fortemente motivati che mi aiutino a mantenere alta la mia passione per il cinema e per il mondo delle immagini. Insegnare deve essere per me un momento di accrescimento che mi aiuti a trovare vitalità per i prossimi progetti, oltre naturalmente a formare validi professionisti che possano rinverdire le file di un cinema ormai considerato morto… ma io, si sa, ho una passione sfrenata per i morti viventi, e non diffido in un imminente risurrezione!

 Il cinema è ancora la casa di giovani appassionati, in Italia?

Lo è assolutamente! E’ che il cinema in Italia è nelle mani sbagliate. E’ sempre stato così, ma la situazione è peggiorata in maniera esponenziale.

Nei suoi taccuini di viaggio, che cosa è ricorrente e che cosa è frutto di un Paese forse oggi poco inventivo come quello in cui lei vive? Domanda di riserva? Mi sento molto più nordico, tendente ad Est… Però la mattina all’alba, facendo running per le vie deserte della mia Roma, mi solleticano storie che vorrebbero essere filmate e il buon vecchio Peter Greenaway mi guida per mano di un architetto ipocondriaco, facendomi notare la bellezza e la potenza dell’architettura carnivora in cui sono nato e cresciuto. Ma guarda un po’… ci voleva un gallese per farmi capire e apprezzare le mie origini.

Giovani autori

Dentro la giara rotta del cinema, dove i film di genere son mero pezzo da museo, nell’Italia dell’horror dove per horror s’intende – per dirla alla John Landis – vanigliosa pubblicità di shampoo, la Mostra dei film di fantascienza, FantaFestival, è una boccata d’aria pura. Note fantastiche dell’iniziativa, che si terrà a Roma fino al primo luglio presso la Casa del Cinema, sono proprio gli autori che credono ancora al cinema iconico e fantasy, e lo realizzano con pochi mezzi indipendenti. Abbiamo interpellato qualche regista della kermesse. Si comincia chiedendo se sia attuale la categoria “regista di genere”. O se in disuso. Secondo Denis Frison, presente, nella sezione Indagatori e Incubi – Omaggio a Dylan Dog, con Dylan Dog – La morte puttana (di cui ha anche composto le musiche), ci sono “autori in evoluzione”, così “anche le denominazioni forse dovrebbero un po’ aggiornarsi”, perché “i film horror di oggi non sono nemmeno avvicinabili ai loro padri”. Per David Petrucci, regista di Canepazzo, la categoria in questione dipende dal Paese: “In America è una figura ancora molto diffusa, purtroppo in Italia, dove i cantanti fanno i registi e i presentatori fanno gli attori, già la categoria di regista è compromessa, figuriamoci quella del regista di genere”. Dejoie Maximilien è convinto che “una categoria esiste eccome, almeno in Italia. Forse all’estero il confine tra regista di genere e regista tout-court è un po’ meno evidente – spiega l’autore di The Gerber Syndrome – tuttavia, in Italia, è vivo più che mai. Non si tratta solo di una ‘gabbia’, ma di un vero e proprio marchio a fuoco da cui è piuttosto difficile liberarsi. Ritengo che ogni film abbia una vita propria, così come ogni regista ha una sua strada. Posso capire la necessità (prettamente distributiva) di categorizzare un film per farlo rientrare all’interno di un ‘cassetto’ di genere, ma per quanto riguarda i registi, o autori, mi sembra un’abitudine deleteria. Tanto per fare un esempio, Stephen King è universalmente riconosciuto come scrittore di genere horror, pur avendo scritto molte altre cose che niente hanno a che vedere con il sangue e il terrore”.

Tra i promettenti filmmaker, Paolo Fazzini (Mad in Italy) racconta di come oggi sia difficile ispirarsi a qualcuno, nel campo dell’horror. “A volte incontro cineasti che stanno realizzando i primi corti o i primi lungometraggi e li sento affermare che si ispirano a Scorsese, a Kubrick, a Fellini…. Perché scomodare simili personalità? Amo quei registi, amo guardare i loro film, ma non li prenderei certo come punto di riferimento. L’unica cosa alla quale ora io posso ispirarmi è la realtà, la mia vita, le persone che incontro”. Meno drastico, David Petrucci crede nella forza dell’incontro: “Ho avuto il piacere e la fortuna di collaborare con diversi artisti, forse l’incontro più significativo è stato quello con Ron Howard. Ulteriore conferma del fatto che l’umiltà pesa come l’oro in questo mestiere”.

Il ventiquattrenne Dejoie Maximilien consiglia alle nuove leve italiane di “tenere duro, perché ne vale davvero la pena. Realizzare un film è un’operazione difficile, distribuirlo forse ancora di più. Occorre essere pronti al sacrificio, forse anche a scendere a compromessi”.

Per Frison, invece, il trucco resta il più classico: “Guardare tanti film del passato. Capire dove sono nati e che cosa è cambiato. E perché, oggi, seppur con molti strumenti tecnologici a disposizione, non vengono più realizzati film a effetto. Sarebbe bene intercettare il punto in cui il fattore ‘paura’ si è sfilacciato, nel tentativo di riprenderlo in pugno”.