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Ceci n'est pas un blog

+++ Fake democracy +++

Ieri alla camera dei deputati si è svolta una giornata sul tema: VERITÀ, POST-VERITÀ, ALTERNATIVE FACT. LO STORYTELLING DIVIENE REALTÀ?

Tra i relatori un parterre de roi non indifferente che andava dai membri del governo (ministri, sottosegretari, vicepresidente della camera) passando per esponenti dei partiti (Forza Italia e PD) fino a giornalisti e blogger (influencer, come ci tengono a spiegare nella brochure dell’evento).

Non lo abbiamo seguito tutto, ma grazie alla diretta web era possibile assistere agli interventi e in parte è stato anche divertente vedere come il tutto fosse surreale.
Prima di tutto, come abbiamo già detto in un altro post, non è chiaro perché quando si parla di questi argomenti, che sono importanti e complessi, si faccia sempre e solo riferimento al web – l’evento infatti ha come sottotitolo “la comunicazione al tempo dei social” -, come se le fake news e le post-verità fossero espressione solo di questo strumento e non di un certo modo di fare politica e informazione che esisteva già. Ma procediamo per gradi.

Ci hanno detto che ci troviamo nell’era della “post-verità”, momento in cui le notizie, i fatti, vengono raccontati puntando non sulla “verità” ma sull’emotività del lettore, modalità che rende “un fatto” non più oggettivo, ma piuttosto costruito e influenzato dalle convinzioni di chi lo comunica. Questo avviene per ottenere ritorni meramente economici, facili e veloci, ma spesso anche per influenzare chi legge e rafforzare certe visioni. E dobbiamo dire che questo meccanismo sembra funzionare molto bene, ma si tratta di qualcosa che non nasce semplicemente con i social e il web, semmai questi ne hanno cambiato la portata e la capacità di diffusione, e di conseguenza la quantità che viene prodotta.

Parlare della piaga fake news fa ridere. Un problema riguardo l’informazione esiste, ma ha solo in parte a che fare con le notizie false, semmai esiste perché la maggior parte è di cattiva qualità, moralizzatrice e soprattutto ha perso di credibilità.
Pensare che il problema della cattiva informazione nasca a causa di social e blog o, come ha detto Enrico Mentana direttore del Tg de La7, a causa di “avvelenatori di pozzi [che] distillano veleno nelle democrazie, hanno profili falsi e sono irrintracciabili” è una visione miope, anzi diremmo autoassolutoria.
Partiamo però proprio da questo commento: chi sono “gli avvelenatori di pozzo”? Forse per Mentana saranno solo gli utenti anonimi, eppure non possiamo fare a meno di considerare “avvelenatori” anche molti dei programmi della rete per cui lavora che ospitano personaggi poco credibili, eretti a opinionisti o esperti dell’argomento. In un altro post su questo blog se ne parlava, ma per fare un esempio alcuni giorni fa a commentare il voto francese c’era quel Borghi, economista della Lega Nord, che solo poche ore prima scriveva sul suo account twitter del fatto che Macron avesse scelto il Louvre perché là c’è una piramide, simbolo della massoneria… Argomentazioni complottiste, più che no euro da neuro, su cui non ci dilunghiamo ma che rendono bene la cifra del fenomeno: possiamo affermare davvero che il web avvelena la democrazia, mentre un programma giornalistico televisivo no?

Tra gli ospiti insieme a Mentana, tanto per fare un altro esempio, c’era anche Peter Gomez, giornalista e co-fondatore del Fatto Quotidiano, di cui dirige la versione online e gestisce un suo blog. Nel suo intervento ha detto: “autorevolezza, affidabilità, responsabilità dovrebbero essere l’antidoto giornalistico alle fake news”. Bene, ottimo. Ma allora perché tra i blog del Fatto ha spazio Diego Fusaro, autore di post imbarazzanti che vanno oltre l’opinione, visto che sono sullo stesso stile delle tante fake news complottiste che lo stesso Gomez condanna? Avete letto mai uno degli “articoli” di questo buffo personaggio che si spaccia per intellettuale? Se volete leggere qualche contenuto transfobo andate qui oppure se vi interessa più il filone complottista-terrorista vi consiglio questo dal titolo “Attentato Londra, perché il terrore colpisce sempre le masse e mai i potenti?” lo trovate qui dove il nostro prode opinionista a tutto tondo fa un minestrone in cui dice tutto e il contrario di tutto perché lui sa ma non ha le prove. Oltre a non essere neanche Pasolini.

Oppure, per non restare nel terreno dell’opinionismo da blogger, perché ogni articolo del Fatto, come per tante altre testate giornalistiche online, è accompagnato da una sezione “Ti consigliamo” in fondo dove si trovano decine di contenuti a tutti gli effetti sponsorizzati (il servizio sul Fatto è offerto da Ligatus e Outbrain, ma ad esempio Repubblica si rifornisce da un altro servizio, Taboola che se notate è lo stesso che ritrovate nella colonna pubblicitaria di Skype) impacchettati in modo furbo per attirare l’attenzione dei lettori e far passare sotto forma di articoli giornalistici la cara vecchia pubblicità spazzatura?

Forse, ma si potrebbe anche togliere l’avverbio, perché sulle fake news si costruisce anche tutto un sistema di business che ne trae un profitto a cui è difficile rinunciare, mentre dall’altra parte si tenta di combatterlo.
Ma andiamo avanti con i relatori e dedichiamo attenzione anche al ceto politico che ha presenziato all’evento. Personaggi come Roberto Giachetti (vice presidente della Camera dei Deputati), Gennaro Migliore (Sottosegretario al Ministero della Giustizia) o Gianluca Galletti (Ministro dell’Ambiente) che parlano di “come l’informazione in rete influenzi la democrazia” sono al limite del grottesco, per non dire ridicolo. Lo stesso vale per Antonio Palmieri e Laura Ravetto di Forza Italia: fino a prova contraria il loro è sempre lo stesso partito che votò in Parlamento (ad ampia maggioranza allargata) a favore della verità secondo cui Ruby era la nipote di Mubarak. Difficile non ridere, anche se la questione è seria.
Per non citare anche un altro relatore, Ernesto “ciaone” Carbone (Partito Democratico).

Davvero questi soggetti si sentono così estranei alla diffusione di false notizie? Avete mai guardato che contenuti veicolano i loro profili social? Davvero questi sono gli interlocutori giusti, in grado di poter insegnare qualcosa a qualcuno su una questione in cui loro stessi sono immersi fino al collo?

Tra gli invitati non ci sono rappresentanti della Lega Nord e questo sembra ammantare l’evento di tantissima democrazia, e certo se si apre il sito “il populista” – espressione diretta dello spazio web-informativo della Lega di Salvini – abbiamo l’esatta rappresentazione di ciò che si vorrebbe combattere.

Eppure la propaganda web di tutto il resto del ceto politico non è tanto diversa. Dai video virali (falsi) che possono arrivare a far muovere le inchieste dei pm, fino ai post pieni di “post-verità” (anche se a Roma se dice cazzate) che spesso scivolano nella peggior xenofobia, davvero crediamo che questo non rientri nei meccanismi nocivi della comunicazione? Oppure, come rapportarci con un Luca Zaia (presidente regione Veneto) che ancora l’altro ieri, ributtava sui social le teorie di Zuccaro, nonostante lo stesso le stia via via smentendo?

Del resto anche oggi, nonostante le procure siciliane abbiano negato il coinvolgimento delle ONG, si continua a parlarne come se questo coinvolgimento fosse tuttora chiaro e palese. Ieri stesso il vice-direttore del Tg1 scriveva sul suo profilo twitter “ALLORA ERA TUTTO VERO!!! +++ Migranti: procura Trapani,mafia nel business dell’accoglienza, soggetti imparentati o contigui cosche +++”.

Ma allora sarebbe questa l’informazione reale contro il mostro della post-verità?

In questo scenario non possiamo tralasciare il ruolo degli altri due gruppi di giocatori in campo: giornalisti da una parte e influencer dall’altra, sebbene a volte i ruoli si sovrappongano fattualmente oppure per fenomeni che hanno molto a che fare con la popolarità e poco con la professionalità giornalistica.

Potremmo fare l’esempio del post Facebook di Salvatore Aranzulla, ultimo episodio salito agli onori di una cronaca che fa il gioco della post-verità: per chi non lo sapesse, l’autore e proprietario del blasonato sito omonimo, numero uno dell’assistenza tecnica online per utenti poco pratici, ha scelto la sua pagina Facebook per raccontare un episodio di aggressione da lui subita presso la stazione centrale di Milano. Niente di strano fin qui, se non fosse che il racconto di questo episodio non si è limitato a descrivere una realtà, ma ha aggiunto dei dettagli che guarda caso puntavano all’emotività e a una certa opinione diffusa: la persona “di colore” che ha aggredito Aranzulla secondo lo stesso sarebbe “uno di quelli che salviamo dalle guerre”, opinione che facilita il cortocircuito informativo per cui nero sicuramente uguale a migrante/clandestino sicuramente responsabile delle situazioni di degrado in cui versano le città.

Quanto siano reali tutte queste deduzioni non sembra essere più un problema da porsi per i fruitori di questo tipo di fatti. Così un personaggio autorevole in determinati settori (per Aranzulla si tratta di tecnologia e web) improvvisamente lo sono per qualsiasi altra cosa.
E diventano anche relatori autorevoli per questioni come “l’etica dell’influenza” nell’era della post-verità. Curioso no?

Per concludere dunque, mentre ci siamo divertiti a guardare questo evento paradossale, abbiamo provato anche a chiederci verso quale direzione dovremmo andare per intervenire in questo meccanismo ed essere sabbia, non olio nei suoi ingranaggi.

Le parti in gioco sono diverse: ci sono i mezzi di comunicazione, tutti – non solo i social network – i lettori, i giornalisti, i politici e un complesso sistema economico che fa sì che tutto questo stia in piedi. Un primo passo sarebbe quello di ammettere che esiste un problema che riguarda tutte le parti in gioco e da cui nessuno è assolto, a cominciare dai personaggi che sono intervenuti al #SocialCom17: troppo facile trovare l’anonimo di turno, il social pericoloso o il sito click-bait del momento a cui addossare le colpe.

Il problema non ha una soluzione semplice, né immediata. Ora è stato proposto un disegno di legge per combattere le fake news e molta attenzione è stata rivolta a piattaforme come Facebook a cui viene chiesto di decidere per noi la veridicità delle notizie come in una sorta di tribunale, non più del popolo ma del web. Tutte cose che a nostro avviso non centrano il punto del problema, non servono e anzi posso essere anche dannose. Sentire ministri e politici che pensano di cacciare le menzogne dai media (o solo dal web? O solo da Facebook?) a colpi di provvedimenti di legge e delegando ad aziende private come i social network (che su certi meccanismi di viralità fanno anche profitto) ci sembra possa essere più pericoloso che utile e ci ricorda contesti di controllo e “pulizia” che escono dagli ambiti dell’informazione e del virtuale per essere terribilmente reali.

Ma la responsabilità, proprio perché nessuno può sentirsi estraneo a questo fenomeno, è anche nostra in quanto fruitori del web e delle notizie. È anche nostra perché scegliamo noi cosa leggere o meno, a chi dare i nostri “mi piace” e cosa condividere con la nostra rete di relazioni virtuali e non.

Piuttosto che rinunciare a pezzetti di libertà per delegare ad altri lo spirito critico e il giudizio sulla verità, dovremmo rifiutare l’opinionismo spicciolo spacciato per notizia, ma soprattutto dovremmo cercare un modo per pretendere un’informazione di qualità, trasparente e ricca nella sua complessità, senza stare a invocare controllori e punizioni al di fuori e al di sopra di noi, dando in cambio della promessa di sicurezza le nostre capacità autonome e le nostre conoscenze.

Le fake-news, le notizie false, esistono dai tempi dei tempi. L’unica differenza è che ora attraverso i click e la diffusione delle stesse è possibile monetizzare e forse dietro questa battaglia sulla “verità” non si nasconde altro che l’ennesima battaglia per conquistarsi una fetta di mercato.

Finché i media risponderanno alle logiche del mercato difficilmente ci potrà essere una inversione di tendenza. Finché le redazioni saranno popolate di giornalisti a cui non vengono richiesti approfondimenti e verità ma notizie in rete per riuscire a fare i click necessari ad aumentare il valore pubblicitario di quello spazio, difficilmente la qualità dell’informazione sarà diversa o migliore.

A noi sta il compito di impegnarci perché tutti abbiano accesso a strumenti critici, culturali e tecnologici per orientarsi in questo complesso sistema e magari cambiarlo. E certamente non sarà una legge né la creazione di un organo di controllo a farlo per noi.