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La rete nel cappio

Il fango di Facebook su Google

La guerra commerciale e la competizione si combattono senza esclusione di colpi. E’ un fatto risaputo, ma ogni volta

che emergono i colpi bassi tra le imprese e gli stati c’è sempre qualcuno che grida allo scandalo. E così è stato per gli articoli apparsi su Usa Today e The Daily Beast attorno alle operazioni condotta da una società di pubbliche relazioni per denigrare l’operato di Google. Fin qui nulla di strano, perché un responsabile della Burston-Marsteller, questo il nome della società, intervistato da alcuni media statunitense ha sostenuto che era giusto che fossero rese pubbliche le notizie sulle ripetute violazioni della privacy da parte di Google. Quello che non torna in questa vicende è il fatto che il committente della società di pubbliche relazioni è Facebook, concorrente del motore di ricerca. La vicenda è presto riassunta. La società di pubbliche relazioni contatta alcuni giornalisti e blogger per sapere se sono interessati ad avere informazioni «calde» su come Google violi ripetutamente la privacy degli utenti per costruire dossier individuali. Alcuni blogger accettano di usarle, altri si rifiutano. Le pressioni della Burston-Marsteller sono insistenti sui refrattari, finché uno di loro si rivolge ad alcuni giornalisti dei due quotidiani. Parte un «lavoro investigativo» di alcuni mesi che si conclude con la pubblicazione degli articoli.

La società di pubbliche relazioni ha subito annunciato, attraverso un suo portavoce, che renderà pubbliche da qui a poco le notizie sull’avvenuta violazione della privacy da parte di Google. Facebook, più laconicamente, ha confermato di aver dato un incarico alla Burston-Marsteller, evitando però di specificare in cosa consistesse.

Non è ignoto a chi sta in Rete che sono in molti a sospettare che Google usi arbitrariamente informazioni sui gusti, le preferenze, i siti contattati dagli utenti. Come ha documentato il gruppo di mediattivisti Ippolita il monitoraggio e la raccolta di dati in Rete è un business ricco e in espansione. Ma finora sono pochi i casi documentati di una violazione della privacy da parte di Google. La società di Mountain View li ha ammessi, dichiarando che erano avvenuti per errore e ha cancellato immediatamente i dati individuali raccolti. Un’accusa però che riguarda anche Facebook, come hanno documentato alcuni servizi giornalistici, compreso quello mandato in onda dalla trasmissione televisiva italiana Report.