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F35, per la Difesa più armi meno soldati

Il governo approva una legge delega che blinda le scelte militari fino al 2024. Di Paola: «E’ la riforma più importante dalla fine del servizio di leva». Gli esuberi saranno tutelati. E più investimenti in mezzi.

È «la «più importante riforma della difesa italiana dopo l’abolizione del servizio di leva del 2000». L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ministro «tecnico» della Difesa, non risparmia gli aggettivi per annunciare il varo ufficiale del modello militare italiano del terzo millennio.

Il consiglio dei ministri di ieri ha approvato la legge delega che ridisegna da cima a fondo organizzazione, operatività, investimenti e pianta organica della difesa italiana. In sintesi: meno uomini, più aerei. Meno «marmittoni» ma più forze speciali e cybersoldati. Dal punto di vista militare: meglio meno ma meglio.

E’ un ridisegno complessivo che – una volta approvato dal parlamento ma non dovrebbe trovare opposizione – condizionerà le scelte politiche militari da oggi al 2024 (avete letto bene, almeno 12 anni).

I progetti del governo Monti sono noti da tempo, concordati in sede Nato e soprattutto con gli Stati uniti. Di Paola ha già detto quasi tutto in un’audizione alle commissioni Difesa riunite di camera e senato del 15 febbraio scorso. Gli Usa – ha ricordato il ministro – stanno ridimensionando la loro presenza in Europa e «si riorientano verso l’area del Pacifico». Gli europei, quindi, «devono fare di più». Con maggiore «capacità operativa» e «piena integrazione» con gli assetti Nato, Ue e Usa. Certo il nostro debito pubblico è quello che è, e dunque il governo ha messo sul tavolo la riduzione degli F35 americani da 131 a 90 velivoli e un taglio del personale della Difesa del 20%. Per quanto riguarda gli aerei, oggi l’Italia ne ha 160 divisi in 3 tipi (Tornado, Amx, Av-8 Bravo). Con l’F35 ci sarà solo una «linea» con «modelli» diversi. Tutti fatti dalla Lockheed Martin e non dal consorzio europeo che doveva produrre gli Eurofighter.

In cifre, dal 2012 al 2014 il bilancio della Difesa sarà tagliato di 2,8 miliardi. Tanti, forse, ma molto meno rispetto ad altri dicasteri. L’anomalia tutta italiana è una spesa abnorme per il personale, pari al 70% del totale (media Ue 2010: 51%). Gli investimenti previsti sono pari a 16,4 miliardi (media Ue 26,4 mld).

Secondo il ministro è una Difesa «ipertrofica» come personale ma «sottofinanziata» come capacità «operative». Il nuovo modello è coerente con le considerazioni strategiche attuali. «La difesa della patria oggi non si fa più all’interno dei sacri confini», avvertiva Di Paola il 15 febbraio. Perciò i nuovi armamenti devono essere tecnologicamente più avanzati, più offensivi, più integrati (legati) agli Usa e quindi costano anche molto di più.

Per questo Di Paola è pronto a licenziare progressivamente oltre 40mila «esuberi»: 33mila militari e 10mila civili. Dai 183mila militari più 30mila civili attuali si passerà nel 2024 a 150mila soldati e 20mila civili (-23%). E’ una misura «inevitabile» che per Di Paola però non sarà «lacrime e sangue» per il personale.

A differenza dei 350.000 «esodati» da Fornero, infatti, i 40mila militari in esubero avrebbero già pronti quattro tipi di ammortizzatori sociali: mobilità volontaria verso la pubblica amministrazione e gli enti locali (addio alle assunzioni dei giovani), il part time ma soprattutto l’«aspettativa per riduzione quadri» (una specie di super Cigs al 95% dello stipendio), oltre a incentivi fiscali per l’assunzione degli ex soldati in imprese private.

L’esercito passerà da 11 «brigate di manovra» a 9 ed entro 6 anni le caserme saranno tagliate di un terzo e vendute. Sono riduzioni, certo, di cui il ministro si duole. Ma di sicuro non incontrerà ostacoli.

Il «nuovo modello» militare è già stato discusso con Napolitano nel Consiglio supremo di difesa dell’8 febbraio e in parlamento solo l’Idv è critico con i nuovi programmi e con l’acquisto dei 90 F35 (tutti gli altri partiti, Lega inclusa, sono a favore).

L’unica preoccupazione di Pd e Pdl, per esempio, è tutelare almeno parzialmente il comparto «difesa e sicurezza» dalle asprezze della riforma Fornero delle pensioni. Un impegno su cui Di Paola però, almeno pubblicamente, non ha fornito molti dettagli.

Secondo l’ammiraglio-ministro «la Difesa italiana resta la meno finanziata d’Europa». Peccato non sia vero. Secondo gli stessi dati Eda (un’agenzia specializzata europea) citati parzialmente dal ministro, l’Italia nel 2010 era il quarto paese dei 27 dell’Unione per spesa militare: 21,6 miliardi, pari all’1,4% del Pil (la media dei 27 è 1,61%). Per fare un confronto, solo Francia e Gran Bretagna (che però sono potenze nucleari e siedono nel consiglio di sicurezza dell’Onu) spendono più di noi (il 2% del Pil la Francia e il 2,6% Gb). La Germania – ben più ricca dell’Italia e un po’ meno interventista all’estero – spende per la Difesa circa l’1,34% del Pil.

dal manifesto del 7 aprile 2012