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Quinto Stato

Expo 2015: precarietà si, ma con giudizio

expono

immagine tratta da Milano Città Aperta

Quella dell’Expo 2015 è la trappola perfetta. Il grande evento che dovrebbe rilanciare l’immagine del «made in Italy» nel mondo, secondo le massime cariche dello Stato, potrebbe essere un gigantesco volano della precarietà. Almeno questo sperano le associazioni imprenditoriali come Confindustria, Abi, Rete Imprese Italia e l’alleanza delle cooperative che hanno presentato un emendamento al «pacchetto lavoro» Letta-Giovannini in attesa di conversione al Senato.

Dopo avere ricevuto dal governo un incentivo a pioggia da 794 milioni di euro per due anni per assumere giovani tra i 15 e i 29 anni senza diploma, disoccupati o con famiglia a carico, adesso aspirano a fare bingo. La gamba destra delle «larghe intese», l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, e la gamba centrista di Scelta Civica con Pietro Ichino, appoggiano l’emendamento che permette alle aziende di stipulare fino a sei contratti a termine, per un massimo di 36 mesi, con soli cinque giorni tra la fine di un contratto e il rinnovo, senza indicare alcuna «causale». Oltre ad aggirare la direttiva europea 70 del 1999 che proibisce questo uso dei contratti a termine, l’emendamento sancisce la possibilità di non usare una ragione specifica, o causa, all’interruzione del rapporto di lavoro. E il lavoratore tornerebbe precario più di prima.

Una miscela esplosiva che Pietro Ichino giudica un’opportunità. A suo avviso il lavoratore non dovrebbe ricorrere al giudice per chiedere un controllo sul motivo dell’eventuale licenziamento in cambio di un’indennità di cessazione pari a quella prevista per il rapporto di lavoro stabile. Lo scambio tra un diritto e un indennizzo – già stabilito nell’articolo 8 della manovra finanziaria del 2011 voluta da Sacconi e Berlusconi – permetterebbe al «contratto a tempo indeterminato di tornare a essere la regola, e non l’eccezione». Una previsione a dir poco arrischiata visto che, come attestano i primi dati Isfol sull’applicazione della riforma Fornero, i contratti a brevissima durata (meno di un mese) sono aumentati del 42,5% e sono cresciuti i licenziamenti per volontà dei datori di lavoro (+0,6%). Una prospettiva che non inquieta nemmeno Sacconi che anzi auspica una totale deregolamentazione del mercato del lavoro a favore delle imprese «che hanno il potere di assumere».

Quella dell’Expo 2015 è la nuova tenaglia con la quale il Pdl stritolerà il Pd nelle prossime due settimane in attesa della sentenza su Berlusconi del 30 luglio. Per Sacconi lo stato di eccezione che le imprese vogliono istituire in tutto il paese in vista dell’Expo «costituisce un decisivo banco di prova per il governo e la maggioranza». Il modo in cui l’ex ministro descrive l’alternativa è un classico del neoliberismo applicato al diritto del lavoro: da un lato ci sono le esigenze della «modernizzazione», cioè la necessità delle imprese di risparmiare sul costo del lavoro e di derogare sulla durata dei contratti. Dall’altra ci sono i «tabù ideologici», cioè la resistenza di chi crede che anche chi lavora sia titolare di diritti e tutele sociali. L’Expo dovrebbe sancire questa legge speciale: davanti all’emergenza nazionale della disoccupazione giovanile i tabù devono cadere per dare lavoro a chi non ne ha. E quindi dare il potere alle imprese senza tutelare chi lavora precariamente. Nel mezzo si trova il governo che, stando alle bozze circolate prima dell’approvazione del Dl, aveva già previsto l’esenzione totale sulla causalità dei contratti a termine, salvo poi ripensarci promettendo a Sacconi di recuperarla nel corso dell’iter parlamentare.

I sindacati sono indignati. Susanna Camusso (Cgil) ha definito «indecente» l’emendamento dopo «5 anni di overdose di precarietà». Bonanni della Cisl ha chiesto a Letta un tavolo sui contratti a termine per l’Expo e ammonisce la maggioranza a stare lontana dalle trattative tra le «parti sociali» alle quali il Dl lavoro lascia tutto lo spazio per contrattare la precarietà dei lavoratori. La relatrice Pd al provvedimento Maria Grazia Gatti si limita a promettere di riformare i centri per l’impiego e di estendere gli incentivi alle imprese ai lavoratori che hanno 36 anni di età. Ancora non si sa se con o senza diploma di scuola media.

Cosa prevede la bozza di programma sui contratti a termine dell’Expo. Milano In Movimento è andata a spulciare le cifre e questo è quanto le “parti sociali (imprese e sindacati, come prevede il pacchetto Letta-Giovannini) andranno a discutere per tutta l’estate fino al prossimo 15 settembre, termine ultimo stabilito oggi da Giovannini dopo il quale interverrà il governo:

“i lavoratori verranno assunti per i 6 mesi di Expo. Ai 70mila posti di lavoro indicati nel dossier di candidatura è stato levato qualche zero. Ora si parla di 700 assunzioni da parte di Expo 2015 spa, 440 stagisti e 400 volontari per l’allestimento e la gestione del sito espositivo nei 6 mesi di esposizione. Più 6-8mila dipendenti a carico di aziende appaltatrici che si occuperanno di far funzionare la kermesse dall’allestimento (settore ad alta concentrazione di lavoro nero) alla ristorazione. I contratti a termine prevedono tre diversi profili professionali (operatore, tecnico e coordinatore grandi eventi) che potrebbero essere recepiti dal contratto nazionale di lavoro del Commercio, sulla cui base si sta modellando l’accordo al vaglio di Expo spa e sindacati (ulteriore conferma del fatto che Expo non sarà altro che una grande fiera)”.

Dunque all’incirca diecimila persone dovrebbero lavorare, in deroga al pacchetto lavoro e anche al diritto del lavoro in quanto tale per i prossimi tre anni. Questo almeno è la posizione delle imprese e di metà del governo delle larghe intese. Di questo dovrebbero discutere le parti sociali nelle prossime settimane. Il tentativo è di evitare un decreto governativo, lasciando alle parti la libertà di contrattare. Ma su cosa, di preciso? Uil esclude le deroghe, mentre Confindustria e le altre organizzazioni datoriali insistono per la deroga. Bonanni dice si alla “flessibilità”, ma a condizione di un “aumento dei salari”. Per Cgil Lombardia “non c’è bisogno di fare accordi per avere flessibilità in più, si dovrebbero invece trovare i soldi necessari per fare gli investimenti previsti dall?Esposizione”. In altre parole, bastano le norme del pacchetto Giovannini Letta, quelle che il giuslavorista Piergiovanni Alleva ha definito un “monumento equeste all’ipocrisia nazionale”: l’acausalità generale viene ammessa purchè sia stabilita in contratti collettivi, firmati dai sindacati rappresentativi, a qualsiasi livello compreso quello aziendale.

Sacconi è già ripartito alla carica: per lui la decisione di Giovannini di rinviare tutto a dopo l’estate è “una fuga dalle proprie responsabilità. Questo rinvioè addirittura peggiore della concertazione perché in essa almeno il governo partecipa attivamente al negoziato e può incalzare la responsabilità degli attori sociali. Ora perderemo il treno rapido del decreto, attenderemo inutilmente settembre e dubito che il governo vorrà fare allora ciò che non ha il coraggio di fare ora”.

Ma il Pdl non sembra volere per il momento affondare il coltello. Sa che la trattativa per soddisfare le richieste delle imprese è difficile, ma non impossibile. E ha scelto la via discreta delle trattative riservate. Per il momento ha ritirato una parte dei 700 emendamenti al Dl lavoro “non condivisi dalla maggioranza”. In fondo l'”avviso comune” – così è stata definita la negoziazione tra le parti sociali – va bene allo stesso Sacconi che finge indignazione. Se non ci sarà toccherà al governo intervenire. E tutto ricomincerà daccapo.