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L'urto del pensiero

Europa finta, lotta di classe vera

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­di PAOLO ERCOLANI

 

 

Una delle più formidabili armi di distruzione di massa utilizzate dal sistema mediatico, che perlopiù è controllato dal sistema tecno-finanziario dominante, consiste nell’inversione della causa e dell’effetto.

È questo il caso dell’Europa. Essa ci viene presentata come il problema sostanziale, a monte, da cui poter individuare tutti gli altri.

Europa sì, Europa no

Il potere dominante ci racconta, in buona sostanza, che se restiamo in Europa (scelta largamente preferita dal potere stesso) abbiamo il problema conseguente di rispettarne i parametri, i vincoli e le regole.

Se ne usciamo abbiamo il problema del disastro più tetro e irrimediabile. Piombiamo nel nulla più assoluto.

Si tratta di una narrazione che è stata messa in crisi dalla clamorosa «uscita» della Gran Bretagna dall’Unione europea. Non un paese qualunque, infatti, ma proprio il capostipite di quella tradizione liberale che permea e qualifica tutto l’Occidente.

Le reazioni e le spiegazioni dei grandi narratori sono state scomposte ma perfettamente in linea con l’inversione della causa ed effetto.

Tre i colpevoli sul banco degli imputati: il solito carattere degli inglesi, orgogliosi della propria identità al punto da non volersi mai riconoscere in una realtà comune più grande.

La generazione dei più adulti e anziani che, mossa da un empito egoistico e poco lungimirante, per illudersi di salvaguardare il proprio presente ha fottuto il futuro ai più giovani. E naturalmente, last but not least, l’ormai consolidato colpevole dei colpevoli: il populismo, che si ritiene composto da persone miopi e ignoranti che votano in base al criterio unico dell’opposizione alla casta.

Messa in questi termini, insomma, il popolo britannico avrebbe scelto l’uscita per ragioni ideologiche, perché soltanto queste possono spiegare la decisione di abbandonare un progetto altrimenti solido, credibile e giusto, che dovrebbe rappresentare il futuro politico di tutti noi.

Ragioni strutturali

Peccato che le cose non stanno così. Il popolo britannico, e le popolazioni europee in genere, tacciate di «populismo» ogniqualvolta mettono in discussione i dogmi del potere dominante (che, lo ripeto, è un potere di natura tecno-finanziaria), sono in realtà ben scontente del «progetto» europeo per ragioni oltremodo strutturali.

Quelle stesse ragioni che, per esempio, riportano al dato sociologico per cui, alla fine del primo decennio del XXI secolo, nell’Unione europea si registravano 120 milioni di persone (un quarto della popolazione) a rischio di povertà o di esclusione sociale.

Oppure con il dato, perlopiù sottaciuto, secondo il quale anche il paese più prospero dell’Europa, la Germania, fa registrare un tasso di lavoratori poveri che supera il 20% (quelli con un salario inferiore del 60% rispetto al salario medio), rivelandosi come il paese con il più alto indice di disuguaglianza d’Europa.

A questi elementi, figli dell’ideologia neo-liberista che ha smantellato lo stato sociale e tutelato le banche e i patrimoni (basandosi sullo sciagurato e fallace paradigma del «trickle-down»: bisogna concentrare la ricchezza ai piani alti della scala sociale, perché così essa poi gocciolerà naturalmente ai piani bassi), aggiungiamo pure il sistema burocratico europeo bloccato e incancrenito, dove non c’è alcun posto per la «speranza meritocratica» e si assiste al trionfo del «capitalismo patrimoniale» fondato sulle dinastie famigliari e sulla trasmissione ereditaria della ricchezza e dei posti di lavoro meglio retribuiti (Piketty, Le capital au XXI siècle, Seuil, Paris, pp. 221 e 671).

Insomma, più il potere dominante vuole farci intendere che si tratta di una «lotta delle idee» (dove chi si oppone ai dogmi del mercato è portatore per ciò stesso delle idee anacronistiche e nefaste), più emerge con chiarezza che in realtà ci troviamo di fronte a una «lotta di classe».

Lotta di classe «unidirezionale»

Marx ed Engels scrivevano nel Manifesto (1848) che «la storia di tutta la società si è svolta sinora attraverso antagonismi di classe che nelle diverse epoche hanno assunto forme diverse».

Ebbene, la nostra epoca non fa eccezione. Dopo il 1989, con il crollo del comunismo internazionale e il ritorno preponderante dell’ideologia neo-liberista, abbiamo assistito a un lento e graduale smantellamento dello stato sociale, dei diritti del lavoro, delle misure a tutela delle categorie sociali più svantaggiate.

Da tutto questo è derivato il notevole allargamento della forbice sociale, con la conseguente e ormai intollerabile esplosione di una disuguaglianza che marca con nettezza il confine tra coloro (i meno) che sono inclusi nel benessere e nella dignità e coloro (i più) che invece ne sono esclusi.

Siamo a tutti gli effetti di fronte a una lotta di classe, ma con una novità sostanziale.

Questa nuova lotta di classe è unidirezionale. Nel senso che è condotta con metodo e spregiudicatezza dai grandi poteri finanziari, ormai in grado di ignorare persino i più elementari vincoli della democrazia (non per caso si torna a mettere in discussione anche il suffragio universale, dopo la cattiva sorpresa della Brexit), ma senza che le classe sociali sfruttate ed escluse dal benessere possano in qualche modo reagire.

Fallimento della sinistra e crollo dell’Europa

Qui emerge il grande fallimento delle forze politiche di sinistra, non più in grado di rappresentare degnamente le istanze di quella parte preponderante dei popoli ormai esasperata dai diktat del finanz-capitalismo, a cui non resta che rivolgersi alle forze cosiddette populiste, anti-sistema.

Una lotta di classe condotta soltanto da una parte, esattamente come avviene per qualunque tipo di lotta, produce inevitabilmente il massacro (in questo caso sociale) di chi si trova a subire senza poter reagire.

L’unica reazione, se vogliamo scomposta, senza metodo e di corto respiro, è quella di opporsi sempre e comunque ogniqualvolta (e ormai sono pochissime, queste volte) il potere conceda dei minimi margini di scelta.

Il popolo inglese ha votato per l’uscita dell’Unione europea perché gli è stata data la possibilità di votare, ma siamo sicuri che anche gli altri popoli, schiacciati da un Europa che impone rigide e umilianti regole economiche senza garantire solide e comuni regole politiche volte al bene comune, non si esprimerebbero nella stessa direzione?

La lotta di classe, ricordavano sempre Marx ed Engels, ha prodotto in ogni tempo conflitti e vittime.

Ma una lotta di classe come quella a cui stiamo assistendo oggi, in cui la grande maggioranza della popolazione oppressa ed esasperata non viene rappresentata da alcuna forza politica matura, credibile e fornita di un progetto articolato di emancipazione, potrà aprire le porte soltanto alla barbarie.

In questo senso, il tracollo della finta Europa unita rappresenta soltanto un tiepido inizio.

  • gerardo Garzone

    Che la situazione in cui stiamo vivendo non solo in Europa ma anche a livello globale, sia una situazione di lotta di classe, lo sosteneva anche Luciano Gallino nel suo “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. La novità è che dopo la caduta del muro, l’iniziativa è passata nelle mani della classe dirigente tecno-finanziaria ai danni del resto della popolazione che non riuscendo a trovare più un’adeguata rappresentanza, si rivolge ai cosiddetti “populismi” con tutti i rischi che questo fatto comporta (come sappiamo dalla storia. Riusciremo noi, popolo, a trovare una via d’uscita senza precipitare in avventure che si possono rivelare disastrose?

  • Paolo Ercolani

    Già, è proprio questo il punto nodale. La rabbia popolare c’è ed è destinata ad aumentare. Il vuoto a sinistra, con l’assenza di un progetto serio e credibile di rappresentanza di questa rabbia, ricorda paurosamente la situazione di Weimar negli anni ’20 del secolo scorso…