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Europa e legge elettorale, Monti cambia tunnel

Da un tunnel all’altro. Non più quello celeberrimo, fisico e sotterraneo, del primo incontro separato tra Monti e i segretari di Pd, Pdl e Udc. Ma quello metaforico di una politica europea sbagliata che ha trasformato la crisi dell’eurozona in un labirinto da cui l’Italia, nonostante i sacrifici e il cambio di governo, rischia di non uscire più.

La colazione di lavoro a quattro tra il premier, Alfano, Bersani e Casini è durata oltre tre ore. Ma nonostante alla fine tutti i protagonisti dicano che il primo incontro multilaterale ufficiale sia andato bene molti nodi restano irrisolti.

Tra il Professore e i due principali partiti in parlamento (Pd e Pdl) resta una tregua armata. Nelle stesse ore in cui sfumava il vertice con Merkel e Sarkozy, Monti chiedeva ai tre partiti un impegno ampio, unitario, del parlamento prima del delicatissimo vertice europeo del 29-30 a Bruxelles. Del resto, «anche a Roma c’è un parlamento», hanno fatto notare i democratici al Professore più volte in questi giorni. E «sono le camere che approvano i trattati», come dimostra l’occhiuto controllo del Bundestag sulle operazioni diplomatiche di Angela Merkel in Europa.

Adesso però il Professore (e il Quirinale) rendono pan per focaccia chiedendo ai partiti di mettere nero su bianco quella richiesta di un maggiore coinvolgimento dei partiti sui negoziati europei: una mozione unitaria (da discutere il 25 o 26) che rafforzi il governo alla vigilia del negoziato della vita.

Più facile a dirsi che a farsi. Perché l’asse «Abc» (Alfano-Bersani-Casini) è molto meno forte di quanto dicano i numeri. Dei tre partiti, solo l’Udc rivendica il suo sostegno senza se e senza ma al governo Monti.

Al contrario, sia Alfano che Bersani infittiscono i distinguo. La mozione europea del Pd, fanno sapere dal Nazareno, è già scritta, in mano al capogruppo in commissione Esteri Franco Tempestini: «Lì dentro non c’è niente che esprime apprezzamento al governo Berlusconi» (il che è un ostacolo non da poco per un accordo col Pdl). Il testo iniziale è molto vago: chiede all’Ue la Tobin tax e di «evitare automatismi e rigori eccessivi» sul rientro dal debito.

Strada in salita, dunque. Non a caso la mozione del Pdl, avverte Alfano, sarà stilata di suo pugno da un altro Franco, l’ex ministro degli Esteri Frattini. A scommettere apertamente che le due mozioni diventeranno una sola è Pier Casini, che infierisce a modo suo sugli imbarazzi degli alleati ad accettare la nascita, da oggi, di una maggioranza «politica». «Non vogliamo chiamarla così? – ironizza il leader Udc su twitter – chiamiamola ‘andrea’». Come a dire, la sostanza non cambia. E invece cambia. Perché dalla foto di Vasto alla foto con Alfano e Casini Bersani ha molto da perdere. Di Pietro, infatti, ha già detto che l’Idv è fuori dalla maggioranza e dunque appoggerà una sua mozione autonoma (potrebbe però astenersi o condividere parti delle altre).

Per questo Bersani è tanto categorico quanto obliquo. Maggioranza politica insieme al Pdl? «Assolutamente no. Ma dobbiamo darci un metodo. Sulle grandi questioni europee credo che le forze politiche debbano prendersi direttamente la responsabilità. Sull’agenda di governo invece serve un meccanismo normale, ben oliato, con i gruppi parlamentari».

Le vie del parlamento sono infinite. La politica estera è stata terreno di funambolici compromessi sia per il governo Prodi (sull’Afghanistan) che per quello Berlusconi (sulla Libia). Difficile che Monti faccia eccezioni. Per i partiti è più facile, intanto, promettere sostegno all’Italia nel parlamento europeo, tra i popolari per Pdl e Udc, tra i socialisti per il Pd.

Tra le stranezze (o le ipocrisie) dell’incontro anche il decreto sulle liberalizzazioni che sarà varato giovedì. Van Rompuy ieri lo ha apprezzato e ha detto che Monti lo ha illustrato nell’incontro a Palazzo Chigi. Bersani e Casini invece assicurano che con loro il premier non ne ha fatto cenno.

Pd, Pdl e Udc concordano solo su un’agenda minima per le riforme: i regolamenti interni di camera e senato subito, riduzione dei parlamentari se ci si riesce. Poi, se c’è tempo, la riforma elettorale. Ma la babele di proposte che mescolano sistema tedesco, spagnolo e francese somiglia molto alla crisi dell’euro. Un tunnel di cui si parla molto ma non si vede l’uscita.

dal manifesto del 17 gennaio 2012