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Eurogruppo, sull’orlo dell’abisso Roma passa a metà

Il premier vede il bicchiere mezzo pieno: spread alto per la «cacofonia post-vertice»

Lasciando Bruxelles Mario Monti tira un sospiro di sollievo. La linea «rigorista» dei falchi olandesi non è passata e lo scudo salva-spread, in qualche modo è in cantiere. Tuttavia l’Italia, nonostante un anno di manovre lacrime e sangue continua a camminare sull’orlo dell’abisso. Il «modello spagnolo» di salvataggio rassicura Roma solo in parte. Lo stesso Professore ammette che per Madrid si tratta di un commissariamento light, con un «memorandum leggero» diverso dal «commissariamento plus» (così lo definisce) tipo quello della trojka in Grecia.

In sostanza, il paese che beneficerà dei prestiti europei (i dettagli sono tutti da definire in vertici successivi) si impegna autonomamente ad attuare le politiche (il «tassa-ma-non-spendi») richieste dai controllori e manterrà almeno (solo) la faccia. Il timone è formalmente in mano ai governi ma la rotta la daranno i paesi creditori e le istituzioni comunitarie.

Con l’incubo spread negli occhi, il governo italiano vuole continuare a essere un fedele esecutore dei compiti europei. Entro luglio il parlamento approverà (sicuramente in prima lettura ma forse anche definitivamente) sia il «fiscal pact» che il Mes salva banche.

Il giudizio dei mercati e la soglia altissima dello spread italiano, secondo Monti, dipendono da una «cacofonia post-vertice» (cioè dalle dichiarazioni di governi che rimettono in discussione le decisioni prese a porte chiuse).

Il premier ammette la «fitta selva di questioni ostative che si frappongono tra l’accordo e la sua realizzazione» ma non vede altra strada che l’unione bancaria (cioè la vigilanza europea per le banche «troppo grandi per fallire») e, in prospettiva, un’unione politica basata su una centralizzazione assoluta delle scelte di politica economica e fiscale di ogni paese.

Per questo, «l’Italia potrebbe dare sostegno a due emendamenti»: «un’informativa dettagliata sugli investimenti pubblici produttivi» (la «golden rule» che nessuno vuole) e il progetto di «una vera unione economica e monetaria» in cui sia possibile almeno discutere di eurobond. Che le difficoltà siano tutte ancora lì lo dimostra un’avvertenza che ammorbidisce molto la sicurezza di qualche giorno fa: «Sarebbe ardito dire che l’Italia non avrà mai bisogno di questo o di quel fondo», ammette Monti. Ma «può avere semmai interesse a un intervento che consenta il sostegno temporaneo di titoli emessi a scopo di contenimento degli spread».

dal manifesto dell’11 luglio 2012