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Poltergeist

ER – la serie più vista della televisione italiana

Non si dice più General Hospital (guarda il video) ormai solo per indicare la serie televisiva nata nel 1963 – piuttosto, General Hospital è diventata un’apposizione da usare in frasi come “una storia alla General Hospital” (cioè: è una cosa che non finisce mai) o “ma che siamo su General Hospital?” (cioè: non drammatizziamo) con la stessa naturalezza con cui l’aggettivo marinara si accompagna ormai più spesso alla pizza che all’abbigliamento. Con i suoi oltre 12.200 episodi, questa soap opera ha dato il via a uno dei due filoni a cui appartengono le tante serie che si svolgono in ospedale: il filone corale.

La caratteristica di questo filone, e anche la sua garanzia di longevità, sta nel favorire una narrazione acquerellata – quel tipo di racconto fatto di macchie omogenee che devono la piacevolezza dell’immagine che ne risulta all’omogeneità del loro cromatismo – una narrazione dunque in cui nessun dettaglio sovrasta l’unità prendendo il sopravvento.

A meno che non ci si trovi di fronte a un acquarello di Kandinsky, come per le serie di David Kelley – Boston Legal è un esempio di come la coralità sia fatta di personalità perfettamente distinte e dalle tinte così forti da fare dell’insieme sì un acquarello, ma uno di stile post-impressionista.

General Hospital ha sicuramente instillato nella mente degli spettatori l’idea che il segreto per una perfetta efficienza ospedaliera risiede in un costante intreccio tra le persone che vi lavorano e ER, la serie che ne ha raccolto con più intelligenza l’eredità, ha propagandato la stessa idea raggiungendo anche gli spettatori che disdegnano le soap opera.

Nel 1994 ER (guarda il trailer) ha nobilitato l’ospedale-soap opera in ospedale da prima serata colorandola delle tinte forti delle scene d’azione e rendendo i diversi intrecci più stabili (non è poi questa la differenza tra una soap opera e una moderna dramedy, la lunghezza di una storia d’amore?) Tra il 1995 e il 1996 ER faceva una media di 32 milioni di spettatori (una puntata ha superato i 47 milioni di spettatori) e in Italia ne faceva una media di 7 milioni (è la serie più vista della storia della televisione italiana). Tuttavia negli States la sua notorietà è cominciata a scendere all’inizio del 2000 e gli spettatori sono diventati meno di 10 milioni nell’ultima stagione, la sua quindicesima. La NBC ha tentato di tutto per alzare i ratings, ha anche riportato in scena vecchi personaggi (tra loro anche George Clooney che è apparso in uno degli ultimi episodi in una particina da due minuti in tutto che ha deluso tutti coloro che si erano sintonizzati per rivedere il dottor Ross in azione) ma alla fine ha ceduto alla potenza dei numeri e la serie si è conclusa nell’aprile del 2009. La NBC del resto non ha mai saputo bene cosa farne del fenomeno ER, un telefilm il cui successo è stato una sorpresa per tutti. Michael Crichton e Steven Spielberg presentarono nel 1994 la sceneggiatura del pilot ai principali canali televisivi, e la NBC accettò di girarlo, seppure con riluttanza, solo perché la recente collaborazione tra Crichton e Spielberg, Jurassic Park, era diventato un fenomeno di costume.

ER ha creato in televisione il fenomeno della medicina d’assalto – un racconto in verità molto lontano dalla serie M*A*S*H, che si svolgeva durante una vera guerra perché l’azione medica che è al centro della serie è un’azione costruita, un’esasperazione dei ritmi del pronto soccorso, per chi vi ha lavorato un luogo molto meno che glamorous. Più che al romanticismo, infatti, ER deve il suo successo a un montaggio da cardiopalma e a una successione di eventi dalla rapidità quasi insostenibile – è innegabile del resto che ER abbia creato una prosodia ora molto comune, fatta di tagli brevi e primissimi piani sconcertanti. Alla fine di una puntata di ER siamo presi dallo sconcerto e dal malessere, da un sentimento di angoscia generalizzata che ci rende un po’ più paranoici del solito. Non è mai stato così facile essere ipocondriaci davanti a un telefilm, né si deve errare di molto nell’immaginare che le visite mediche in America aumentassero esponenzialmente il venerdì mattina (ER andava in onda il giovedì sera). Il fenomeno dell’ipocondria da ER è dovuta alla particolare nudità con cui sono presentati i casi nella serie che tradisce una sorta di fragilità della narrazione allo stesso tempo stucchevole e disarmante. ER è una tredicenne innamorata e, come accade a chiunque si trovi a osservare il primo amore di una ragazzina romantica, gli spettatori di questa serie sono imbarazzati e insieme abbacinati dallo spettacolo di tanta innocente violenza.

La NBC ha sfruttato quanto ha potuto questa semplice formula prodotto dell’adrenalina combinata di uno scrittore di bestseller e di un regista di blockbuster lasciando che la serie si snodasse passivamente lungo delle traiettorie divenute presto prevedibili. ER è diventato sempre più General Hospital con il passar del tempo e la sua caratteristica velocità di narrazione, unita a un’ossessione voyeuristica per le ferite e il decadimento fisico, si è ridotta a essere una griglia applicata rigidamente a casi su casi. Il tono ironico e amaro del pilot si è diluito sempre più in un uniforme flusso melodrammatico in cui gettare ogni argomento, tanto l’alcolismo di una ex infermiera quanto il tumore al cervello di uno dei medici.

La fine di ER, tuttavia, non dipende da una sua oggettiva decadenza ma da una serie di fattori tra i quali l’inizio dei reality show è stato probabilmente quello decisivo: Big Brother ha debuttato in America nel 2000 e da allora i reality sono stati i programmi serali più visti della programmazione settimanale – molto difficile, dunque, che una serie abbia uno share paragonabile agli share del passato. Le televisioni americane stanno complicando ulteriormente le cose lanciando un numero sempre crescente di serie a ogni stagione – e spesso di serie in diretta concorrenza: serie medica contro altra serie medica, serie della sezione scientifica contro altra serie della scientifica. È stato così che Big Brother e Grey’s Anatomy (2005) sono stati l’inizio della decadenza vera di ER, molto più del tanto discusso allontanamento di George Clooney dal telefilm.

L’ultima puntata è andata in onda il 2 aprile 2009 e ha avuto 16 milioni e mezzo di spettatori, il 10% dello share. E pensare che M*A*S*H, l’originaria serie di medici d’assalto, ha trasmesso l’ultima puntata nel 1983 raccogliendo quasi 106 milioni di spettatori e diventando così la puntata più vista della storia.

[Questo è un articolo on demand; Poltergeist pubblica anche recensioni su richiesta.]

  • barbara

    bello scoprire i retroscena e gli ascendenti di una serie che hai amato!
    Dei “discendenti” non voglio neanche parlare. Da vera partigiana detesto Grey’s Anatomy. Sì, lo confesso, E.R. mi piaceva parecchio. Io ci trovavo crudezza verità e proprio nelle microstorie una enorme capacità di raccontare, evocare. I “casi di puntata” per me erano piccoli gioielli, personaggi veri e propri costruiti in due… forse tre scene. E gli ho voluto così bene che poi mi sono affezionata anche alla quella strepitosa parodia di E.R. che è SCRUBS. Immagino che se uno trova stucchevole E.R. non abbia un particolare desiderio di guardare anche la parodia… o sbaglio?

  • nefeli

    Tra le parodie televisive Scrubs è stata una delle migliori, e anzi forse la migliore parodia di un’altra serie (anche perché è stato anche un telefilm indipendente e non solo derivativo). Hai ragione, ER ha determinato la nascita di una “specie televisiva” perché ha creato un modo di rendere protagonisti i mille piccoli casi che si incontravano puntata per puntata, e se nel lungo periodo questa formula è forse sembrata stucchevole, è pur sempre rimasta molto efficace. Come è accaduto alle ultimissime serie di ER, Grey’s Anatomy è appesantita da una eccessiva personalizzazione dei casi che non sono ormai molto altro se non scuse per parlare della vita dei protagonisti.