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losangelista

“Empire” Colpisce Ancora

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Sulla Fox è ricominciato Empire, la serie prodotta da Lee Daniels con Terrence Howard e Taraji P Henson che l’anno scorso ha sbaragliato tutti i record di audience, riportando un programma broadcast, su un network generalista su livelli di ascolto non visti da almeno un decennio. La storia, una soap da prima serata attorno ad una famiglia African American e alla loro casa discografica di hip hop/R&B è diventato fenomeno cult e di costume. La gente ha preso a congregarsi in spontanei viewing parties per guardare le puntate in compagnia, in case, locali e bar. Un successo universale ma anche un fenomeno culturale specifico per come la serie è interpretata da e si rivolge in particolare al pubblico nero. I protagonisti sono record mogul ispirati a Barry Gordy o Russell Simmons, La Empire records non è la Motown ne la Def Jam ma una invenzione che si rifá ad entrambe e i cui padroni hanno un torbido passato di spaccio da strada nel ghetto, fervido terreno per succose sotto trame . Il patriarca e la matriarca dell’Impero – Luscious e Cookie Lyons – interpretati con spavalderia meravigliosamente kitsch da Howard e Henson, sono protagonisti di una specie di Dallas black prodotta da Daniels – il regista di film come Precious e The Butler , cinema nero “impegnato” ma anche piuttosto populista. Con Empire Daniels ha trovato un registro melò che ha avuto enorme riscontro nel pubblico televisivo. Non solo perché si tratta di un prodotto nazionalpopolare (certo cinema afro-americano, tipo quello di Tyler Perry, d’altronde è l’unico omologo americano in qualche modo paragonabile alle commedie popolari e ai panettoni nostrani). Si tratta anche di una appropriazione del linguaggio televisivo da parte di una “minoranza” dialettale, etnica, razziale e quindi una operazione politica. Empire non chiede scusa a nessuno, non è una rappresentazione patinata di neri “da sitcom” che cerano di non sporcare la mobilia buona. Proprio no: come i suoi personaggi la serie va fiera della propria indentità, lo swagger – anche una certa “coattitudine. E da questo deriva la sua forza emotiva; come il pubblico di una sceneggiata napoletana, la gente si appassiona completamente , partecipa, si identifica ben oltre un normale telenovela: la storia diventa rappresentazione catartica. Sotto la direzione musicale di Timbaland è un congegno geniale per veicolare ogni settimana grande musica (distribuita settimanalmente su iTunes) e lo show è diventato meta di una processione di guest star: Snoop Dogg, Patti Labelle, Mary J Blige, Cuba Gooding, Chris Rock, un vero elenco dello show biz afroamericano.

Insomma Empire ha unificato una community e potenziato un segmento demografico che sta emergendo come una potenza televisiva. Agli Emmy della scorsa settimana hanno vinto statuette Viola Davis, Uzo Aduba e Regina King – molti altri attori neri erano nominati, fra cui naturalmente molti del cast di Empire.

Paradossalmente l’accademia che dovrebbe premiare anche proprio la TV mainstream ha ignorato proprio il programma che ha risuscitato lo spettacolo generalista nella sua accezione più autentica. Vabbè, ma tanto Empire non ne ha certo bisogno – come direbbe Cookie: Empire è più grande degli Emmy.