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Quinto Stato

Elogio dell’imprudenza: i teatri occupati

imprudenza

“Com’è bella l’imprudenza” è il titolo dell’e-book scaricabile dal sito di uno dei migliori blog italiani, Lavoro culturale, curato dall’antropologa Silvia Jop e introdotto da Ugo Mattei.

Il pamphlet racconta l’epopea delle occupazioni dei teatri, dei cinema e degli atelier iniziata il 15 aprile 2011 con il Cinema Palazzo ed esplosa clamorosamente con il teatro Valle il 14 giugno successivo. E’ un’istantanea sui 18 mesi successivi eraccontati dagli occupanti del Ricreatorio Marinoni e del S.a.l.e. Docks di Venezia, del Teatro Coppola di Catania e del Teatro Garibaldi di Palermo, dell’ex Asilo Filangieri di Napoli e di Macao a Milano, del Teatro Rossi Aperto di Pisa.

All’appello mancano il Teatro Pinelli di Messina e il cinema America di Roma, ma solo perchè sono stati occupati da poco. E vengono considerati l’Angelo Mai e il Teatro del Lido di Ostia, esperienze anticipatrici del “contagio” a venire.

L’imprudenza che dà il titolo al libro è l’intuizione di una virtù politica inedita in Italia. Rovesciamento dello slogan “Com’è triste la prudenza” che il Valle ha tratto dal drammaturgo argentino Rafael Spregelburd, l’imprudenza allude ad una virtù anti-aristotelica che non mira alla moderazione politica e alla compatibilità tra l’oligarchia dei pochi e la democrazia dei molti, ma alla creazione di una democrazia basata “sulla funzione sociale della proprietà, pubblica e privata”.

Una pratica capace di strappare un teatro o un cinema, come qualsiasi altro spazio pubblico abbandonato, alla rendita immobiliare, o alle speculazioni politiche, trasformandoli in beni comuni accessibili alla cittadinanza. La virtù sta dunque nello stimolare tra i molti che vivono in una democrazia la capacità di generare istituzioni con l’obiettivo di “creare un’altra res publica basata sulla cooperazione, sull’autonomia e sull’indipendenza”.

Questa “triade rivoluzionaria” viene intesa come la condizione di possibilità del “Quinto Stato”, un’espressione ricorrente nell’ebook. Il Quinto Stato svolge sia una funzione ricompositiva della “nuova classe di lavoratori che sta prendendo coscienza delle sue condizioni” nell’economia postfordista, e del terziario avanzato, che una funzione costituente. Il suo referente è una soggettività capace di auto-governare le istituzioni che occupa e  le economie di condivisione. che produce.

Il Quinto Stato qui indica la pratica performativa attraverso la quale una cittadinanza attiva, ma invisibile, afferma il diritto al reddito e alle tutele fondamentali del lavoro culturale e, in generale, del lavoro autonomo o precario. C’è anche da considerare un altro elemento dell’ìimprudenza. La capacità  del Quinto Stato di far cooperare i saperi e le professioni in un’ottica mutualistica.

Il libro raccoglie l’appello al coworking, al lavoro condiviso in spazi comuni, perché la cooperazione tra lavoratori è un elemento fondamentale nella produzione immateriale divisa tra appartenenze professionali e status contrattuali diversi, dalla partita Iva ai cocopro al lavoro dipendente.

Di solito la cooperazione viene segmentata, e il suo valore saccheggiato,  dallo sfruttamento intensivo dello Stato e del mercato. Nel Quinto Stato c’è invece l’imprudenza di chi crede che la cooperazione tra i saperi sia l’antefatto di una nuova coalizione sociale.

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Continua a leggere sulla furia dei cervelli l’articolo con il racconto del libro: http://furiacervelli.blogspot.it/2012/12/come-bella-limprudenza.html

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“Com’è bella l’imprudenza” di Lavoro Culturale, a cura di Silvia Jop, introduzione di Ugo Mattei, è scaricabile da: http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article375