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Elenita compie 80 anni

E’ stato un compleanno dolceamaro, il 19 maggio, quello della scrittrice Elena Poniatowska. Simbolo vivo della resistenza e dell’impegno della società civile, festeggiata da tre figli, dieci nipoti e migliaia di lettori e ammiratori, la scrittrice ha lamentato la morte dello scrittore Carlos Fuentes, un suo intimo amico di gioventù e un’altra colonna che ha sostenuto il cielo della letteratura messicana nell’ultimo mezzo secolo.

Elena con il gatto Monsi

Se è vero che una treccia si fa con tre ciocche, Octavio Paz, Elena Poniatowska e Carlos Fuentes si intersecano  con le loro vite e opere per tutto il secondo ‘900 messicano, formando un intreccio lucido e compatto. Tutti e tre privilegiati, cosmopoliti e poliglotti – i due scrittori sono stati entrambi ambasciatori – formano insieme una testimonianza preziosa, in questi tempi di tremenda barbarie, di un Messico umanista, generoso e brillante.

Per festeggiare, nel 2003, i 75 anni di Carlos Fuentes, l’autrice de La Noche de Tlatelolco – un libro di culto per varie generazioni, sulla strage degli studenti nel ‘68 – ha scritto:

“Grazie a suo padre, che fece la carriera diplomatica, Fuentes vide il Messico dal Cile e dall’Argentina a 14-15 anni, e da Washington nella scuola Cook quando era uno dei tanti ragazzini, quasi tutti biondini gringos. Fu grazie a don Rafael, che era un cinefilo appassionato e lo portava al cinema, che Carlos acquisì una conoscenza sorprendente e un grande amore per il cinema e sicuramente fece sì che Citizen Kane influisse sul personaggio di Artemio Cruz; fu grazie a suo padre che apprese anche a guardare il Messico da fuori; grazie a lui, il piccolo Carlitos, nato a Panamá nel 1928, si interessava al Messico che sorgeva dalla Rivoluzione appena consolidata, al nuovo ordine mondiale, alle questioni politiche e perfino a quelle agrarie, alla storia del Messico, alla corruzione, insomma a quelle che diverranno le radici di tutta la sua futura opera narrativa. Per mano di don Rafael Fuentes Boettiger, Carlos seppe chi erano la Coatlicue e Tlalóc e imparò ad amarli, però volle rivendicare anche Hernán Cortés e più di quasiasi altro scrittore messicano ci ha detto che è urgente riconoscere lo spagnolo che è in tutti noi. Secondo lui, solo così saremo completi.

   Anni dopo, conobbi Carlos Fuentes nelle feste da ballo. Pérez Prado lo faceva impazzire e prendeva appunti. Era innamorato pazzo di Tongolele e prendeva appunti. Andava a “Las Catacumbas” e prendeva appunti.

Passava molte ore nella Plaza Garibaldi e prendeva appunti. Passeggiava per San Juan de Letrán (oggi Eje Lázaro Cárdenas) e si infilava nei cinemetti rionali e prendeva appunti. Ascoltava con un’avidità insaziabile le donne con collane di perle e vestiti chemise, e prendeva appunti di come Jaime Saldivar, responsabile dell’incipiente Club di industriali, suonava il piano per corteggiarle. Vedeva la destrezza con cui i camerieri portavano su una mano i vassoi pesanti e immensi, ascoltava i tassisti, osservava Pimpinela de Ovando, e prendeva appunti. Rise a crepapelle quando una notte gli raccontarono che la principessa Ágata Ratibor s’era portata via per sbaglio una pelliccia che non era la sua. Tutto gli sembrava divertente, tutto era una novità, tutto era memorabile. Già da allora, Fuentes sapeva che la cultura può rendere migliore la società.”   

Elena con Monsivais e Carlos Fuentes

Ma torniamo a Elenissima – come l’ha chiamata Michael Schuessler in una biografia della scrittrice, riecheggiando il titolo di Tinissima, un romanzo della Poniatowska ispirato a Tina Modotti, edito in Italia da Frassinelli – perché è lei la festeggiata.

Elena Poniatowska Amor è nata a Parigi nel 1932 da Paulette Amor, rampolla di una ricca famiglia messicana espropriata dalla Rivoluzione, e da Jean Evremont Poniatowski, discendente dell’ultimo re di Polonia, Stanislao II, che abdicò nel 1795. I due esiliati del gran mondo si uniscono a Parigi, capitale spirituale degli esuli in quegli anni, e hanno due bambine, Elena e Kitzia. Nel 1941, per scampare agli orrori e ai pericoli della guerra, Paulette, che ha guidato fino a quel momento un’ambulanza della Croce Rossa, decide di rifugiarsi in Messico con le bambine. Jean, che rimane a combattere nelle file francesi al lato di De Gaulle, le raggiungerà a guerra finita.

Paulette fra Kitzia e Elena

E così, neanche decenne, fotografata appena scesa dall’aereo con un orsetto stretto al petto appesa alla mano della madre, Elenita sbarca se non proprio in Wonderland, certamente in una terra antica e misteriosa. Nessun cannibale con le ossa al naso, come le aveva raccontato la nonna, ma la magia di due vulcani che erano persone, i racconti di una balia con le lunghe trecce indie, i tramonti su una città che era ancora “la regione più trasparente dell’aria”. Elena si innamora di quel nuovo mondo con un coup de foudre e, non potendo appartenervi, lo fa suo, lo ama in un modo così completo e intenso che ne diventerà una voce.

“Elena è l’uccellino nel parco della letteratura messicana”, ha detto di lei Octavio Paz. La sua produzione letteraria è inestricabile dalla storia del Messico nel secondo Novecento. A 21 anni, nel 1953, Elena entra come cronista e intervistatrice nella redazione del quotidiano Excélsior. Poi passa a Novedades e si fa le ossa in un mestiere che, ancora oggi dopo quasi 60 anni, non riesce a mollare, ma che non gli impedito di produrre opere letterarie di grande valore. Il giornalismo anzi le ha fornito l’humus ricco in cui coltivare le piante della creazione letteraria. E se Lilus Kikus – il suo primo libro, pubblicato nel 1955 – ha l’apparenza di un diario giovanile, rivoluzionario e anarchico come solo l’adolescenza può esserlo, già in Hasta no verte, Jesús mío (pubblicato da Giunti con il titolo Fino al giorno del giudizio), del 1969, è la voce del Messico profondo, quello indio, popolare, che è passato dalla Rivoluzione alla “dittatura perfetta”, a prendere il microfono e raccontarsi. Storia orale di una soldadera che attraversa il Novecento messicano per diventare una vecchietta amareggiata ridotta a fare la lavandaia in un sobborgo della capitale, la biografia narrata di Jesusa Palancares è un’opera antropologica, storica e letteraria insieme, la cui materia proviene da innumerevoli ore di interviste registrate da Elena, ma è anche un corto circuito amoroso fra i due estremi della società.

Elenita tesoro vivente

Ma è già da prima, da Todo empezó el domingo, una raccolta delle diversioni popolari della domenica pubblicata nel 1960, che si sente che Elenita ha saltato la barricata, che sta senza mezzi termini dalla parte degli umili, degli esclusi, degli indios senza voce, in un paese che ha ancora molto, troppo di coloniale e di razzista.

E il suo impegno esplode nell’ottobre del 1968, quando la mattanza di Tlatelolco, in cui centinaia di studenti inermi vengono massacrati dal presidente Díaz Ordaz nervoso per le Olimpiadi, viene occultata e perfino giustificata dai grandi media. Relativamente protetta dal suo status sociale – è sposata con il famoso astronomo Guillermo Haro – Elena raccoglie le testimonianze dei giovani del movimento studentesco, intervistandoli nel tetro carcere di Lecumberri, dove incontra anche altre vittime della repressione del regime. E’ così che nasce La noche de Tlatelolco, un’opera polifonica che mette insieme il contesto e le voci dei protagonisti di un momento storico caratterizzato dallo scontro fra l’utopia di una generazione e la ferocia di un regime autoritario.

La noche dovette aspettare tre anni per essere pubblicata da un’editrice coraggiosa, Neus Espresate, e fu addirittura premiata dal presidente Echeverría, che come ministro degli interni era stato il responsabile diretto della strage del 2 ottobre. Elenita rifiutò il premio dicendo:Chi andrà a premiare i morti?”

scrittori gattari

Da allora la scrittrice, che prese nel 1968 la nazionalità messicana e ha tre figli – Emmanuel, Felipe e Paula – non ha mai smesso il suo impegno civile: dal 1985, quando un terremoto fece migliaia di vittime a Città del Messico, al 2006, in occasione dell’occupazione del centro della città in protesta per la frode elettorale, Elena non solo è stata presente per appoggiare i movimenti cittadini, ma ha prodotto opere letterarie su questi avvenimenti storici. Oggi stesso collabora con la campagna di Andrés Manuel López Obrador, il candidato della sinistra che fu scippato della vittoria nelle scorse elezioni presidenziali. Il popolare Amlo l’ha già nominata ministra della cultura, se riuscirà il 1 luglio a conquistare la presidenza, ma conoscendola è poco probabile che accetti. A Elena duole moltissimo il Messico così come è ridotto oggi ma ha una grande fiducia nei giovani. Lunedì scorso è stata festeggiata nell’auditorio della Unam, la più prestigiosa università del Messico. E’ di gran lunga la scrittrice più amata del paese.

il sorriso di madame la Poniatowska

E in tutto questo Elena, che in Giappone sarebbe dichiarata “tesoro vivente”, continua a scrivere, scrivere, scrivere, tessendo come le nonnine delle favole uno scialle di parole che attraversa gli oceani. Ha finito una biografia romanzata della pittrice Leonora Carrington, che ha ottenuto il premio Biblioteca Breve, sta per dare alle stampe una storia romanzata dei Poniatowski del XVIII e XIX secolo, ha altri due libri in forno, viaggia e dà conferenze in mezzo mondo, scrive articoli in difesa dei territori sacri degli Huicholes minacciati dall’industria mineraria, trova il tempo di visitare e coccolare tutti i nipoti, alleva due gattini che ha chiamato Monsi e Vais in onore dello scrittore Carlos Monsivais, un altro grande amico che se n’è andato due anni fa.

Nel giorno del suo compleanno ¡lunga vita a Elena Poniatowska Amor!