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Street Politics

Egitto: Mubarak e il suo regime non sono mai spariti

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Percorrendo il ponte 6 ottobre un gruppo di operai era impegnato ieri a saldare i blocchi di ferro dei parapetti della tangenziale, divelti dai manifestanti in fuga dallo sgombero di Rabaa del 14 agosto scorso. Fervevano i lavori per risistemare i marciapiedi di via Nasser, mentre i segni di incendi e devastazioni sono stati cancellati a tempo record. Sembra che il massacro di Rabaa non sia mai esistito, la televisione pubblica non fa riferimento mai alla strage. Siamo ritornati all’11 febbraio 2011, quando Mubarak era appena uscito dal palazzo presidenziale. Proprio questo è successo ieri: una giornata di festa per i nostalgici pro-Mubarak, un incubo per l’Egitto. La procura ha disposto nel pomeriggio la scarcerazione del rais. Dal carcere di Tora si è alzato quindi in volo un aereo militare che ha trasportato l’ex presidente all’ospedale militare di Maadi. Secondo i suoi avvocati, lui stesso avrebbe chiesto di essere trasferito nel nosocomio, mentre gli immancabili pro-Mubarak brandivano ritratti dell’ex uomo più temuto in Egitto fuori dai cancelli della prigione. Mubarak sarà presto trasferito a Sharm El-Sheikh, in attesa della decisione della Corte sull’accusa di aver ordinato di sparare sui manifestanti. Anzi, le lancette sembrano tornare proprio agli anni in cui Mubarak era ancora presidente: ritorna lo stato di emergenza. Tanto che i comitati popolari, responsabili anche di crimini contro gli islamisti, perché infiltrati da criminali, sono stati dichiarati illegali e sono spariti dalle strade. Non solo, alcuni attivisti tra i giovani rivoluzionari sono stati incriminati, tra loro Alaa Abdel Fattah. Mentre il procuratore egiziano Hesham Barakat ha disposto l’apertura di un’indagine contro i leader della campagna di raccolta firme per la dimissione di Morsi Tamarrod (rivolta) per aver proposto di manifestare contro la liberazione di Mubarak.

E la censura colpisce soprattutto il principale partito egiziano Libertà e giustizia. I leader islamisti sono tutti in prigione. Ma facciamo il punto sul loro stato di detenzione. L’anziana guida suprema emerita Magdi Akhef è in prigione dalla prima ora, come Mohammed Morsi, l’ex presidente rimosso dal suo incarico nel colpo di stato del 3 luglio scorso. Nei giorni scorsi è stato mostrato come un trofeo di guerra dalla televisione pubblica l’ormai ex guida suprema Mohammed Badie, che ha lanciato un anatema contro il governo ad interim. «Ve ne pentirete»: ha detto il leader che ha perso nello sgombero il figlio Ammar. Ma la Fratellanza va avanti e ha subito nominato un nuovo murshid pro-tempore Mohammed Ezzat, docente di Medicina dell’Università di Zagazig. Anche il predicatore Safawat Hegazy è stato arrestato al confine con la Libia. L’uomo che più ha motivato le proteste di Rabaa al-Adaweya con i suoi sermoni è stato trovato in possesso di valuta di sei diversi paesi (tra cui dollari, euro, rial sauditi, dinari kuwaitiani, ghinee egiziane e 17 carte di credito). In manette anche Murad Ali, portavoce di Libertà e giustizia; è stato arrestato senza barba e con jeans mentre prendeva un volo per l’Italia.  In generale è una corsa a tagliare la barba e appendere la tunica dei maggiori politici del movimento per adeguarsi al nuovo corso. E così, secondo la stampa locale, sono in tutto 75 i leader della Fratellanza in carcere, tra loro anche i noti politici Mohammed El-Prince, Abdel Mohamed Ibrahim e il portavoce della confraternita, sempre presente nelle conferenze stampa di Rabaa, Ahmed Aref, che non ha opposto resistenza all’arresto, avvenuto nella sua casa di Medinat Nassr. Mentre sarebbe stato localizzato al Cairo il segretario di Libertà e giustizia, Mohammed El-Beltagi. Secondo fonti in nostro possesso invece, Essam El-Arian e Gehad Al-Haddad sarebbero in luoghi sicuri ma sarebbero ricercati. Non solo la Costituzione, voluta dai Fratelli musulmani, è stata fatta a pezzi ed una nuova bozza è stata presentata ieri alla Commissione incaricata della sua definitiva approvazione. Per questo, i sostenitori di Morsi torneranno in piazza oggi con 28 cortei in tutto il paese per il «venerdì dei martiri».

In questo clima, il grande vincitore è il generale Abdel Fattah Sisi, la cui popolarità cresce da novello Nasser. E i suoi metodi autoritari e repressivi, la sistematica denigrazione delle critiche che vengono da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea vengono perdonati da tutti. Le sue immagini tappezzano il Cairo, i bambini pronunciano il suo nome in attesa di approvazione. Chi tra gli islamisti lo ha rappresentato come «assassino» è stato arrestato o ucciso perché «terrorista»; Mubarak riabilitato. Insomma la rivoluzione senza leader ha trovato il vero leader: un autocrate, il ciclo è chiuso. All’esercito non resta che lanciare dai cieli libretti per beni di lusso gratis per i suoi sostenitori di classe media, come la Fratellanza faceva con i suoi poveri fornendo latte e carne. Ma questa volta non è populismo: è regime militare.

Articolo apparso sul Manifesto