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Street Politics

Egitto: le mani sulla cultura

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«Protestiamo per le condizioni della cultura e la chiusura della scuola di danza contemporanea», ci spiega Karima Mansour, direttore del Centro di danza dell’Opera House del Cairo. «Aprite le porte alla libertà: cinema, teatro, canzoni e scrittura», urlano i giovani che la circondano. Il ministro della cultura egiziano, Alaa Abdul Aziz, su posizioni islamiste e da pochi giorni in carica, ha licenziato in fretta e furia Ines Abdel Dayem, direttore della più antica istituzione artistica egiziana. «Non mi hanno neppure informata delle ragioni della decisione. Si tratta di un passo perpetrato dal nuovo ministro della Cultura per massacrare i dirigenti del Ministero», assicura l’ex direttore. Ma la reazione degli intellettuali al Cairo non si è fatta attendere. «In pochi giorni Alaa Abdul Aziz ha dimissionato Ahmed Megahed, capo dell’Organizzazione degli editori egiziani e Salah el-Meligy, al vertice del settore delle Belle arti», denuncia Nayer Nagui, direttore artistico dell’Opera del Cairo, che sorge sull’isola di Zamalek. Per questo, centinaia di artisti, scrittori e registi, tra cui Baha Taher e Khaled Youssef, hanno manifestato nella serata di giovedì per chiedere le dimissioni immediate del ministro e criticare la Fratellanza. E così, per lo sciopero di artisti e personale tecnico la programmazione dell’Aida di Giuseppe Verdi è stata cancellata. Mentre il noto compositore e pianista Omar Khairat ha cancellato tutte le sue performances in solidarietà con il movimento. Mentre Said Tawfiq, capo del Consiglio supremo della Cultura, ha presentato le sue dimissioni per protestare contro la crescente influenza della Fratellanza sul ministero. Secondo la stampa locale, Aziz avrebbe già sostituito il capo dell’opera dando l’incarico a Badr El Zakaziki, attualmente presidente dell’amministrazione del teatro.

Il controllo del ministero della Cultura è l’ultima frontiera della Fratellanza per una più diffusa islamizzazione della società egiziana. Mentre i salafiti continuano a scagliarsi contro le performance «immorali» e i «nudi» che vanno in scena quotidianamente all’Opera House. «Non è in corso una rivoluzione culturale, poiché i Fratelli musulmani già avevano un controllo decisivo sulle principali istituzioni del settore nell’era Mubarak e una generale visione islamista, da loro promossa, non porterebbe ad un controllo scientifico della società come avviene in Iran», considera Youssef Rakha, direttore della pagina culturale del settimanale Al Ahram weekly. Ma di fatto l’Opera House del Cairo è diventata campo di battaglia per sostenitori e oppositori dei Fratelli musulmani. Ed è il nuovo luogo di raccolta dei giovani liberali e socialisti, impegnati nella campagna Tamarrod (ribelli) contro la Fratellanza.