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Street Politics

Egitto: il risveglio amaro dei giovani rivoluzionari

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«Dobbiamo forse riprendere a lottare contro l’esercito al fianco dei Fratelli musulmani?»: si pone questa domanda la nota attivista e blogger Gehan Shaban, meglio conosciuta come Gigi Ibrahim. Ha iniziato subito dopo le rivolte del 25 gennaio 2011 a fare riprese con il suo cellulare delle proteste sgomberate, dei lanci di lacrimogeni, degli scioperi. Grazie a twitter, e all’attivismo tra i socialisti rivoluzionari insieme al marito Hossam el-Hamalawi (più volte intervistato dal Manifesto), è ormai conosciuta in tutto il mondo.

Abbiamo incontrata Gehan nel bar Costa di Medinat Nasser nelle poche ore del giorno quando è possibile muoversi per la città: l’attivista vive a due passi da piazza Rabaa e ha raccontato minuto per minuto l’orrore degli sgomberi; l’incessante uso di alto parlanti che invitavano i manifestanti a defluire prima della strage. Ma per Gehan, dopo lo sgombero e il rilascio di Mubarak, siamo già in una nuova fase del colpo di stato: la repressione dei movimenti rivoluzionari. «Hanno iniziato citando in giudizio Alaa Abd el-Fatteh (è sempre da lui che inizia la censura dei giovani rivoluzionari – nota), ma ora passeranno a criticare Wael Ghoneim, Wael Abbas, gli attivisti di 6 aprile, non mi meraviglierei se ci fosse una retata dei militari contro i socialisti rivoluzionari», prosegue preoccupata Gehan.

«I militari hanno messo in atto la controrivoluzione, mi meraviglia che intellettuali di lungo corso come Alaa Al-Aswany, Ahmed Foad Nigm e Hamdin Sabbahi non ne siano consapevoli. C’è il coprifuoco, vige la legge di emergenza, gli scioperi sono stati repressi, le televisioni chiuse, mentre scorrono in onda le immagini della giunta militare: i leader della controrivoluzione», prosegue Gehan. Per questo la spiegazione dell’attivista è molto chiara: «Il sentimento di opposizione a Morsi ha alimentato la campagna di raccolta firme Tamarrod (rivolta), questo ha dato l’opportunità alla giunta militare di cementare l’anti-rivoluzione».

Eppure all’inizio anche i giovani rivoluzionari hanno appoggiato i Tamarrod? «Ma c’era un clima di profonda delusione, creata dalla crisi economica e dalle morti di fronte al palazzo presidenziale del novembre e dicembre scorsi. Insomma tanta rabbia, la prospettiva della cancellazione dei sussidi e degli aumenti delle tasse: sembrava che non ci fosse una via d’uscita. Personalmente ero scettica nel raccogliere le firme, lo avevamo fatto nel 2010 e non aveva portato a niente. Ma l’esercito ha afferrato l’attimo, in questo modo ha saputo usare le aspettative di tutti i movimenti politici contro-rivoluzionari: in altre parole di chi alle presidenziali del 2012 aveva votato per Ahmed Shafiq», continua Gehan. Ma forse l’esercito ha agito per un ritorno immediato all’ordine? «Certo, tra gennaio e maggio ci sono state 5mila manifestazioni, principalmente proteste con forti rivendicazioni sociali, ed un esteso malcontento nelle fabbriche per le disastrose liberalizzazioni di Morsi. Sembrava chiaro che tra Mubarak e Morsi mancasse un’alternativa».

A quel punto è arrivata la decisione della sinistra di sostenere i Tamarrod. «Ha iniziato Sabbahi a dettare la linea: “sconfiggiamo la Fratellanza e poi ci concentriamo contro li militari”, diceva. Sabbahi è arrivato a dire in televisione: “Abbiamo sbagliato a gridare Abbasso al governo militare”». E così con il 30 giugno l’esercito ha trovato la necessaria legittimità per intervenire. «Quella è stata la più grande manifestazione della storia egiziana. Abbiamo impiegato cinque ore per raggiungere Heliopolis dal centro del Cairo: era tutto letteralmente bloccato». Ma poi è venuto fuori il vero volto dell’esercito: «Con l’ultimatum di 48 ore abbiamo iniziato a temere: i militari hanno sacrificato Mubarak per mantenere il sistema intatto e ora toccava a Morsi».

Com’è stato vivere per 40 giorni a due passi dall’enorme sit-in di Rabaa? «Era un piccolo assembramento divenuto una protesta militante, erano presenti persone armate e sono avvenuti alcuni episodi di tortura, ma i Fratelli non sono terroristi. Perché anziché disperdere il sit-in con la violenza, i militari non hanno semplicemente arrestato la leadership della Fratellanza?», si domanda Gehan. «A questo punto ci troviamo catapultati nella campagna di Bush contro il terrorismo, anzi peggio: l’esercito incita al settarismo, al razzismo, alla xenofobia, arresta gli operai, giustifica un massacro e migliaia di arresti sommari». E così il sostegno da sinistra, anche di politici come il ministro del Lavoro Kamal Abu Eita, secondo Gigi, come uno strumento pericoloso da parte del regime militare.

Articolo apparso sul Manifesto

  • alvise

    Non dubito su quanto racconta l’intervistata, ma forse sta sbagliando obiettivo,almeno in questo momento.
    I militari non dirigono tutti i ministeri, come di solito accade dopo un golpe. Hanno messo dei tecnici ed è a questi che a mio avviso andrebbe rivolta la principale sollecitazione di Gehan Shaban.
    Anche ai militari deve interessare la ripresa economica e sarebbe illogico censurare spinte critiche che venissero da quella direzione.
    Neanche Nasser fu tenero con i FM. Magari proprio per non vederli in strada tutti i giorni, allarmando i turisti, grande fonte di reddito e occupazione in quel Paese.
    Penso che il legittimo giudizio di Gehan Shaban sia un pò prematurò