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Street Politics

Egitto: dalla street politics alla strage di stato

Giuseppe Acconcia (Il Cairo)

Tahrir

«Dio è più grande»: urlano gli islamisti della Repubblica di Rabaa el Adaweya quando gli aerei dei militari sorvolano sulle loro teste. Sono centinaia di migliaia, hanno occupato via Nassr: l’enorme arteria che ospita il monumento commemorativo ad Anwar al Sadat. Proprio il 26 luglio del 1952 gli Ufficiali liberi deposero il re Farouk: ora è arrivato il turno di Morsi, ma la resistenza non violenta della Fratellanza è snervante. Da ieri si conoscono finalmente le incriminazioni dell’ex presidente: contatti con Hamas per la sua evasione dal carcere nel 2011, ordine di uccidere agenti di polizia nelle rivolte del 2011 e spionaggio. Gehad Al Haddad ha parlato di accuse «ridicole», mentre Morsi veniva trasferito nella prigione di Tora, nello stesso carcere dove si trova Hosni Mubarak. Ma a Rabaa, Morsi è ancora un eroe: poster sterminati dell’ex presidente ricoprono l’asfalto dove decine di giovani sono stesi o pregano. È tutto perfettamente organizzato, la divisione delle file tra uomini e donne; la distribuzione di blocchi di ghiaccio per raffreddare i crani picchiati dal sole. Intorno all’Università di Al Azhar dormono in decine, pochi giorni fa su questi spalti gli assassini di Sadat delle gamaat al islmayya, rilasciati nel 2011, avevano paradossalmente assistito alla commemorazione della loro vittima. Gli altoparlanti qui echeggiano contro Sisi. La folla si fa incontenibile, alle spalle della moschea e nell’ospedale sono stati trasferiti i 25 feriti degli scontri della mattina di ieri nel quartiere popolare di Shubra. «Erano in decine, avevano bastoni, pistole e pezzi di vetro tagliente», ci racconta Amr Gamal, 19 anni, ancora steso a terra e con il capo e le braccia fasciate. «Hanno chiuso le loro scuole, i loro ospedali, i loro negozi e si sono trasferiti qui. Non andranno via finché Morsi non sarà liberato e se vengono per ucciderli si faranno ammazzare», chiude a ogni possibilità alternativa Mahmoud, giovane politico di Libertà e giustizia. «Pensiamo che ci attaccheranno stanotte, arriveranno polizia, esercito e criminali. Ma non siamo noi a decidere, solo i cospiratori (i militari, ndr) hanno le chiavi del gioco», prosegue criptico. «Nessuno di noi ha intenzione di usare violenza stanotte e ci hanno detto di non muoverci di qua perché devono essere loro a provocarci», conclude. Mercoledì Sisi aveva convocato questa manifestazione contro il «terrorismo», chiedendo una sorta di delega popolare per usare la forza contro i manifestanti. Giovedì le forze armate avevano lanciato un ultimatum alla folla di Rabaa, affinché lasciasse il presidio permanente. Mentre due sono le vittime ad Alessandria d’Egitto negli scontri tra oppositori e sostenitori del deposto presidente; 54 i feriti in tutto il paese.

In piazza Tahrir con i militari
Nonostante l’invito del predicatore Yussef Al-Qaradawi, che ha chiesto a tutti gli egiziani di non scendere in piazza, centinaia di migliaia di persone hanno accolto il richiamo dei militari di invadere piazza Tahrir. Teslam el Ayadi è la canzone pro-esercito che inonda l’etere egiziano. I cantanti Samir Iskanderani, Mustafa Kamel e Khaled Haggag tessono l’elogio di Sisi e dell’esercito, della funzione essenziale che ha avuto per le famiglie e il popolo egiziano. È vero che in queste ore il seguito dei militari cresce, perché raccoglie il sostegno degli accoliti del Partito nazionale democratico. In altre parole, con la fine di Morsi si prepara il ritorno del nazionalismo alla Mubarak. «Ci sono due forze che si combattono in questo momento: il Partito nazionale democratico e i Fratelli musulmani. Insieme al primo ci sono la polizia, i Servizi segreti e la Sicurezza di stato. Ma finché non sono certo che tutto si trasformi in un governo militare, scendo in piazza con l’esercito», è il racconto di Mahmoud, che rimprovera ai Fratelli musulmani di non aver cominciato dal basso: dai problemi delle periferie urbane. Mona odia gli islamisti: «sono loro ad aver fatto arrivare qui una quantità incredibile di siriani e palestinesi». Quando a Tahrir passano gli aerei militari a bassa quota, li accoglie una ola infinita. Mentre una lunghissima serie di sedie tra piazza Tahrir e il ponte Qasr el-Nil, a due passi dalla Lega araba, aspetta la folla dell’iftar. Si inizia con un dattero e poi si passa al pasto, portato da casa o regalato dai contestatori che placano per pochi minuti i loro animi, quando ormai è sopraggiunto il crepuscolo. Eppure la levata di scudi di Sisi non è stata apprezzata da tutti e molti giovani dei movimenti hanno deciso di non scendere in piazza ieri. Tra loro Ahmed Maher di 6 Aprile: «Non confidiamo in quest’accordo tra militari e liberali, agiscono come nelle fasi successive alle rivolte del 2011, non possiamo cadere nella stessa trappola». I carri armati chiudono piazza Talaat Harb e la via limitrofa. Decine di venditori hanno le tavole di legno coperte di poster di Sisi. Frotte di manifestanti arrivano ripetutamente a Tahrir da 50 punti diversi della città. Tutti i negozi sono chiusi per il Ramadan, spiccano le scritte contestatarie sulle saracinesche di un antico Centro commerciale abbandonato della catena Omar Effendi. Le immagini di Nasser e Sadat vanno a ruba, mentre alcuni giovani tengono tra le mani l’evocativo poster di Morsi e Mubarak: entrambi dietro le sbarre.

È una prova di forza dell’esercito, che ha trovato il sostegno dei ribelli della campagna Tamarrod, che di fatto non esiste più, ma continua ad apparire in momenti critici come questo. Tanto da arrivare a chiedere, per bocca di Mohammed Abdel Aziz, l’espulsione dell’ambasciatore degli Stati uniti in Egitto Anne Patterson. Ma Washington sta di nuovo ridimensionando la sua presa di posizione di qualche giorno che aveva ritardato la consegna di F-16 all’Egitto. Sembra che la confusione sulla definizione di questo golpe non abbia fine e che nessun paese voglia prendersi la responsabilità di dare un’altra chance agli islamisti. L’unica voce che ancora si leva contro l’arbitraria detenzione dei Fratelli musulmani è del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Centinaia di bambini corrono con cappelli e trombe, altri sventolano bandiere in cima a vecchi semafori spenti. La soluzione della crisi non arriverà forse stanotte.

Articolo apparso su Il Manifesto