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Antiviolenza

Effetto Pas: le suore querelano la mamma di Cittadella

Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma sul caso di Cittadella.

Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma emessa dalla giudice Gabriella Luccioli (Presidente di sezione della Cassazione) sul caso di Cittadella.

La notizia è passata un po’ inosservata, ma è vero che ora anche le suore vogliono portare in tribunale la mamma del bimbo che lo scorso autunno scioccò il mondo per il video in cui veniva trascinato via dalla scuola per essere collocato in casa famiglia, con un provvedimento del tribunale in cui si dichiarava il piccolo affetto da Pas (sindrome di alienazione parentale): una sentenza rimessa in discussione 10 giorni fa dalla corte di cassazione, che ha ricollocato il minore nella casa dove aveva sempre vissuto, disponendo un nuovo processo d’Appello davanti alla Corte di Brescia. Un caso che ha fatto scalpore perché il piccolo fu prelevato dalla scuola con un intervento della Polizia e con il trascinamento del bambino – come si vede dalle immagini trasmesse da “Chi l’ha visto”– a cui partecipò fisicamente anche lo psichiatra che aveva effettuato la Ctu (consulenza tecnica d’ufficio presso il tribunale) pur dovendo essere super partes. Un episodio che portò il ministero della salute, esperti e psichiatri, tra cui recentemente anche la SIP (Società Italiana di pediatria), a dichiarare l’inesistenza della Pas: una malattia che in Italia colpirebbe migliaia di bambini contesi tra genitori in via di separazione, da cui però si guarirebbe al 18° anno di età. Una teoria, quella della Pas, accettata in molti tribunali italiani ma messa in dubbio da più parti, compresa la sentenza di Cassazione che sul caso di Cittadella scrive non solo che “l’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) necessita di un conforto scientifico”, ma precisa riferimenti accademici internazionali che la disconoscono, sottolineando la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e facendo riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto anche per “l’aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che ha riportato il bimbo nella casa materna, dove era vissuto fino al momento di entrare nella struttura, e che ribadisce il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”(testo integrale della sentenza).

Eppure le suore della struttura in cui il minore è rimasto in questi mesi, ci sono rimaste male, perché ormai al bambino si erano affezionate, tanto che prima della querela alla madre, la stessa suor Parolin aveva scritto una straziante lettera in cui si ripercorreva l’indimenticabile periodo passato dal minore in casa famiglia, lontano dalla mamma e dagli affetti, ma insieme alle suore dove “Eri felice e mi facevi felice” (testo integrale della lettera).

Ma a far scattare Suor Parolin, responsabile della casa famiglia “Priscilla” di Padova, non è stata l’assenza di una risposta del minore ma le dichiarazioni in diretta che la mamma del bimbo ha fatto su Canale 5, che la struttura ha dichiarato di voler “smentire categoricamente”, negando “la rappresentazione fuorviante della struttura e del suo operato”, precisando che la comunità ha assolto al proprio compito “con la massima attenzione ed impegno per la tutela del bambino, nel pieno rispetto delle indicazioni tecniche e delle decisioni dell’autorità giudiziaria”. La mamma però, che ha sorvegliato la casa famiglia per tutto il periodo in cui il figlio ha vissuto fino al giorno in cui è stato riportato a casa, ha ravvisato alcune irregolarità di cui comunque la struttura dovrà rendere conto. Ricordiamo che la sentenza precedente a quella della Cassazione, che aveva tolto la patria potestà alla madre, era basata sulla Pas ma che a monte c’era l’interruzione del rapporto padre-figlio, un rapporto non desiderato dal minore ma neanche favorito dalla donna: una mancanza che ha portato a un contrasto senza fine, al di là della Pas.

Riguardo la struttura, l’avvocato Andrea Coffari – che assiste la signora e che ha precisato che continuerà a seguire il caso solo se saranno rispettati gli incontri padre-figlio – ha sottolineato come in generale sia importante che i genitori “siano il più possibile paritari nella frequentazione del bambino”, soprattutto se il minore è in una struttura e quindi lontano dal suo ambiente, una precauzione che sembra non sia stata osservata in questo caso, in quanto nella struttura la mamma, con cui il piccolo aveva vissuto fino a quel momento, “era passata da tre visite settimanali a una sola visita a settimana, perché dopo un primo momento di ripresa del rapporto padre-figlio, lo stesso stentava a decollare e quindi si è deciso di bloccare gli incontri con la madre”.

“Il padre qualche volta lo ha portato a casa sua a dormire  – continua Coffari –  ma il problema è stato che a un certo punto la struttura ha deciso che due bambini di sei anni accompagnassero L. nel pernottamento da suo padre, una cosa non scritta da nessuna parte. Per quanto mi riguarda ho fatto una segnalazione al comune di Padova, ai legali della casa famiglia, al tribunale dei minori e non ho avuto nessuna risposta. Il problema però è che dentro la struttura la stessa equipe di psicologi che consigliava le restrizioni delle visite della madre, erano gli stessi che facevano diagnosi di Pas: una teoria in cui la sistematicità dello screditamento della maternità si basa sul fatto che solo allontanando il genitore di riferimento del minore, il bambino è costretto ad avvicinarsi all’unico genitore che gli rimane”.

Per Giovanni Corsello, Presidente della SIP, non solo “la Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, ma “se i bambini soffrono per il divorzio dei genitori non devono essere etichettati con patologie, ma ascoltati, non obbligati ma aiutati”. Maria Serenella Pignotti, pediatra e neonatologa, aggiunge che “Innanzitutto non esiste alcuna evidenza che un procedimento giudiziario possa determinare una sindrome psichiatrica, e si diagnostica alla madre la PAS basandosi sull’esame dei figli e si prescrive un trattamento ai bambini basato sull’esame delle madri. Trattamento che invece di risolvere o alleviare il quadro clinico, è pura coercizione”.

Eppure i giudici accettano una soluzione sbrigativa, perché se la relazione dichiara che si tratta di un malato mentale in cui la colpevole è la madre, risolvono la questione rapidamente mettendo il minore in una struttura in cui “verrà resettato”. 

A parte il caso di Cittadella, che non riguarda quello che adesso andiamo ad affrontare, tra le mani dell’avvocato Coffari, che si occupa solo di minori, capitano anche “casi allucinanti” legati alla Pas ma che in realtà nascondono violenza domestica: “Nei tribunali si chiamano periti per capire se ci sono tare in famiglia, suggestioni sui bambini, e il risultato è sempre che è la madre la figura negativa, un paravento usato spesso per nascondere il vero tabu che è quello della violenza domestica, con una mancanza di serietà, logica e competenza, in cui il punto è solo salvare la figura paterna al di là della realtà. Dei casi di cui mi sono occupato – continua – circa il 10% nasconde un caso di incesto, bambini e bambine che non vengono ascoltati e aiutati e che poi soffriranno a loro volta di gravi disturbi. Noi ce lo siamo dimenticato ma l’incesto, in una società patriarcale come la nostra, è tollerato da sempre e qui da noi fino al ’68, secondo il codice civile del Regno delle due Sicilie, i bambini si potevano sposare a 12 anni. E da questo capisci che non è un’aberrazione ma è sistema”.

Eppure la Pas viene usata ancora in maniera massiccia con giudici che si affidano a diagnosi di una malattia inesistente che è sufficiente però a spedire un bambino in casa famiglia per colpa di un rapporto “simbiotico” con la madre, un paradosso che ha invaso soprattutto il nord Italia, tanto che un’avvocata che segue questi procedimenti, e che a sua volta è stata vittima di un procedimento del genere, ha dichiarato che “il triangolo è proprio tra Piemonte, Veneto e Liguria, in cui la maggior parte dei ricorsi vengono fatti da padri che in regime di affido esclusivo alla madre, concessa per lo più in casi di violenza domestica, tendono a impugnare ricorrendo alla Pas per sottrarre il minore all’autorità materna, una prassi sostenuta da avvocati ben pagati e psicologi altrettanto costosi, ma soprattutto da assistenti sociali che prelevano minori con molta facilità”.

Per colpa della Pas, ma anche per semplici “disturbi della personalità”, un numero crescente di minori viene rinchiuso in strutture, con un costo dello Stato che varierebbe da 3.000 a 6.000 euro al mese (ma anche di più): cifre che sfamerebbero un esercito di famiglie, nel caso in cui il prelevamento del bambino fosse causato, per esempio, dall’indigenza dei genitori. Sara Vatteroni,  assessora della Provincia di Massa Carrara, ha detto durante un convegno a Napoli che “un rapporto realizzato per conto del ministero dall’istituto degli Innocenti di Firenze ha messo in luce che i minori dati in affido al 31 dicembre 2010 e accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità erano 29.309”, dati che se confrontati con gli anni passati appaiono in aumento. “Come si è già detto all’inizio – spiega – i dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 42 per cento, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità. Un dato che se preso non come saldo di fine anno ma considerando tutti coloro che transitano nelle case famiglie nel 2010, raddoppia arrivando a 40 mila minori che sono circa il 3,9% della popolazione minorenne. Inoltre se a ciò aggiungiamo che il garante per l’infanzia ha dichiarato che i figli contesi sono 10 mila, potremmo arrivare a numeri impressionanti”. A occhio e croce, un bel business.