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Editoria, Tremonti esaudisce Beppe Grillo/2

Ripubblico la risposta (necessariamente molto lunga)  ai tanti lettori che sul manifesto chiedono chiarimenti e notizie sul finanziamento pubblico all’editoria.

Ringrazio i lettori per i tantissimi commenti che arrivano sul sito e per posta su una materia molto complessa ma secondo noi decisiva come quella della libertà di informazione.

Innanzitutto due avvertenze generali e che possono essere tranquillamente saltate a piè pari.

La prima: diffidate delle semplificazioni e del qualunquismo e informatevi sempre in modo critico su tutto quello che leggete e pensate. Non perdete mai, insomma, il gusto della cultura anche quando sembra eresia.

La seconda: ha ragione Valerio. A monte di tutte le considerazioni sul finanziamento pubblico o privato dei giornali c’è un’enorme conflitto di interessi tra governo e informazione che non ha paragone in nessun paese del mondo civile. Un dato soltanto: più della metà di tutta la pubblicità italiana (avete letto bene: tutta, compresa quella nei cinema, sul Web e sui cartelloni stradali) va a un solo soggetto: Mediaset. Se ci aggiungiamo anche la Rai si arriva al sostanziale monopolio delle risorse private da parte di un unico soggetto: il governo e i partiti.

Esaurita la solfa, provo a rispondere alle vostre domande e/o perplessità.

1) Serve davvero il finanziamento pubblico ai giornali?
2) Quello attuale funziona? E come può essere migliorato?

1) Sull’idea di finanziamento pubblico ci sono due posizioni molto semplici.

a) Quella ultraliberista dice che lo stato non deve finanziare nulla e la «mano invisibile» del mercato premierà il migliore (mi pare sia la tesi di gonzo72). E’ un’idea. Però non si capisce perché allora lo stato finanzi la Fiat oppure – per dirne alcune – ogni anno dia 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli, 400 ai camionisti e 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili;
b) La seconda riconosce che il mercato come minimo va regolato e dunque deve intervenire o direttamente dando incentivi a determinati settori che da soli in quel momento non ce la fanno a essere competitivi (per esempio l’energia solare) o indirettamente concedendo sgravi per esempio ad assumere i giovani, i disabili, rinnovare i propri macchinari, etc.

A meno di non credere ai «Chicago Boys», crediamo che quest’ultima tesi sia quella prevalente. Diamo cioè per scontato che i soldi alla scuola pubblica si devono dare, l’assistenza sanitaria deve essere garantita a tutti e che i cittadini italiani abbiano diritto a un’informazione plurale e non controllata o autorizzata dal governo.

Qui nascono i problemi.

Come si garantisce il pluralismo e la libertà di informazione?

Beppe Grillo – non proprio un nativo digitale – sostiene in modo assoluto e un po’ naif il valore della Rete contrapponendolo a quello di tutti gli altri media (tv, giornali, stampa, radio, etc.). A nostro avviso dice una cosa e una sbagliata. Quella giusta è che la Rete per sua stessa natura cambia tutto (la risposta in diretta tra giornalista e lettori su questo sito è un esempio). Quella errata invece è vedere steccati o imporre pregiudizi dove non è necessario.

Il giornale inglese Guardian, per esempio, ha un sito bellissimo, dove pubblica tutti i propri articoli gratuitamente, discute con i lettori il giornale prima che vada in pagina, promuove il giornalismo dal basso e lo scambio di opinioni nei forum. E’ forse il miglior esempio mondiale di come un giornale mainstream e for profit riesca a promuovere l’innovazione senza rimetterci. Perciò non è che su Internet si leggono cose più “vere” che sui giornali. In generale, mi fido a occhi chiusi di un pezzo del «New Yorker» e diffido sempre di un blog semi sconosciuto. Sarà impopolare, ma “fare” informazione  è un mestiere. Banale come tanti altri ma un mestiere. Un giornale nasce dall’incontro quotidiano tra i lettori e i giornalisti. Gli uni senza gli altri non esistono. Un popolo solo di navigatori avrebbe informazione zero. E un popolo di blogger sarebbe intasato di notizie senza avere nessuna chiave di lettura o capacità di orientarvisi, un puro esercizio solipsistico.

Il punto, allora, è perché i giornali in Italia si vendono poco?

E perché solo in Italia non esistono editori “puri” (cioè che fanno solo questo mestiere, trovare e vendere notizie)?

In Europa infatti solo da noi tutti i mezzi di informazione sono in mano a banche e imprese manifatturiere, sanitarie o delle costruzioni. Oppure, come la Rai, in mano ai partiti. L’unico esempio di editori puri sono le cooperative come «il manifesto». Dispiace ma è così. Questo giornale è di proprietà esclusiva di chi lo fa (giornalisti e poligrafici) più un piccolo gruppo (meno del 30% delle quote) di 3mila sostenitori esterni. Non c’è nessun altro giornale nazionale come questo. E’ un’eresia che va in edicola da quarant’anni e, va riconosciuto, per merito anche del contributo pubblico. Non tutto il male vien per nuocere…

La domanda ricorrente di questi mesi la solleva Andrea: «Perché il Fatto quotidiano ce la fa senza aiuti di Stato e gli altri no? Così è concorrenza sleale!».

Caro Andrea, mi pare ci sia un equivoco. La stragrande maggioranza dei giornali non percepisce alcun contributo diretto da parte dello stato. In questo il «Fatto» è un giornale normale, come La Stampa, il Sole 24 Ore o Panorama. Ha degli editori (tra i proprietari ci sono anche i suoi direttori-fondatori Antonio Padellaro e Marco Travaglio, proprio come fece Scalfari con Repubblica). L’originalità del «Fatto» – che ha imparato molto da alcuni giornali e può insegnare altrettanto ad altri – sta soprattutto nel suo successo “iper-capitalista”. Non c’è in Europa nessun altro quotidiano che abbia raddoppiato le vendite pochi mesi dopo la sua nascita. Segno che c’era un vuoto di mercato che viene colmato magistralmente e giustamente: onore al «Fatto».

Non bisogna dimenticare però che quell’esperienza nasce da un lungo e inedito “traino” televisivo nella trasmissione di Santoro e da un altrettanto lunga direzione di un giornale eterodosso e schierato come «l’Unità». Come dimostrerà il prossimo successo della piattaforma di Santoro («Servizio pubblico»): c’è un pubblico vasto che né la Rai né i giornali esistenti sono in grado di intercettare. Inevitabile che qualcuni ci provi. E ci riesca.

Il punto qui è diverso. Un giornale che non ha padroni come questo ed è discriminato dal mercato pubblicitario come molti altri, può provare a stare in edicola o non ne ha diritto?

Un altro Andrea, omonimo, si chiede: «Da ignorante in materia, mi verrebbe da dire “meglio che lo Stato non dia contributi a nessuno piuttosto che pagare giornali che stampano copie e le distribuiscono gratis solo per far risultare una tiratura maggiore ed incassare di più” ed inoltre, come ad andrea qui sotto, anche a me viene subito in mente l’esempio del Fatto Quotidiano, che prosegue senza contributi statali e mi chiedo perchè anche gli altri quotidiani più diffusi non lo facciano.
In conclusione, può essere una soluzione eliminare del tutto i contributi all’editoria o sarebbe solo dannoso all’informazione? E’ meglio allora cambiare le modalità di erogazione di questi contributi? Se sì, come? Scusate l’insistenza ma mi premerebbe capire come funziona questo settore».

Allora. Sul giornale di carta abbiamo spiegato molte volte come funziona, o meglio, funzionava, il contributo pubblico.

Certo che i truffatori non hanno diritto ad esistere. Ma se qualcuno evade le tasse non vuol dire che queste non vadano pagate.

Sempre, sempre, sempre (antico vizio comunista) abbiamo proposto anche le modifiche secondo noi necessarie per migliorare il sostegno pubblico garantendo risparmi allo stato, trasparenza ai lettori più equità e giustizia nella distribuzione delle preziose risorse pubbliche.

Perciò Giampaolo, mi dispiace, ma hai torto marcio. O sei in malafede oppure perdi almeno qualche minuto a leggere in rete le posizioni che in questi anni «il manifesto», Fnsi, Mediacoop, Articolo21, Cgil e altri hanno fatto sulla riforma dell’editoria.

Allora, come funziona la legge attuale?

E’ lungo e complesso, comunque:

1) La legge non dà “finanziamenti”: rimborsa ogni anno una parte (circa la metà) delle spese documentate (per esempio stipendi, carta, distribuzione, tipografia, affitti, etc.). Quindi rimborsa a posteriori, non regala vitalizi. E’ chiaro che se gli editori presentano fatture false lo stato viene truffato. Ma è come per il falso invalido: non è che se qualcuno si finge cieco allora vanno cancellati gli assegni ai ciechi. Bisogna controllare, come dire, che vadano ai ciechi “giusti”.
2)Lo stato rimborsa queste spese un anno dopo che sono state fatte. A novembre di quest’anno, per esempio, «il manifesto» prenderà il rimborso delle spese già fatte e documentate del 2010. In passato i giornali potevano farsi anticipare il contributo pubblico in banca come qualsiasi altra impresa, con la riforma di Tremonti del 2008, invece, questo non è più possibile e si tratta dunque di rimborsi veri e propri e per questo del tutto aleatori (da un anno all’altro lo stato può decidere aribtrariamente di dare di meno o addirittura niente, vedi sotto).

Pregi e difetti della norma:

Pregi: a meno di falsi e truffe, ripeto, i bilanci, le vendite e le spese dei giornali finanziati dallo stato sono certificati e verificati. Quelli del «manifesto», vi assicuro, sono controllati con scrupolo prima dalle banche, poi dai revisori dei conti, poi da una società di certificazione internazionale, poi da Palazzo Chigi e infine, in caso di controlli, anche dalla Guardia di finanza.

In teoria il sistema offre molta trasparenza. In pratica è pieno di buchi.

Dov’è stata allora la falla principale?

1) I rimborsi erano legati soprattutto alla tiratura e non alla distribuzione. Cioè si prendevano soldi solo per stampare il giornale e non per farlo arrivare in edicola e dunque venderlo. Un buco della norma che ha consentito liquidazioni molto alte a giornali molto piccoli e quasi sconosciuti. Su questo, va detto, il regolamento Bonaiuti approvato l’anno scorso fa chiarezza e dal 2010 non è più così (peccato che nel frattempo Tremonti quel fondo l’abbia di fatto azzerato).
2) Non c’è nessun tetto legato ai dipendenti. E’ chiaro che un giornale “vero” ha bisogno di persone in carne e ossa che lo facciano. La norma attuale però non entra nelle redazioni né impone contratti di lavoro regolari. E’ una richiesta che il «manifesto» ha fatto pubblicamente e in tutte le sedi: oltre alle copie distribuite veramente, il rimborso va collegato anche al lavoro vero che si fa nel giornale. E’ l’unico modo plausibile che abbiamo trovato finora per distinguere i giornali “veri” da quelli “falsi” senza voler entrare nel merito dei contenuti (lo stato cioè non può dire cosa pubblicare e cosa no, può dire però come secondo lui lo devi fare).
3) C’è stata una gestione politica e non industriale dei rimborsi. Il capitolo editoria ha rappresentato, a volte, l’aiutino che il potente di turno concedeva all’editore nazionale o locale come scambio di favori. E’ una prassi che va contrastata innanzitutto a livello politico. Di sicuro fare come ha fatto Tremonti peggiora le cose. Prima c’era la legge che diceva quanto e chi poteva prendere i rimborsi (il cosiddetto «diritto soggettivo»). Nel 2008 Tremonti ha deciso che al posto della legge i rimborsi li avrebbe decisi di anno in anno il governo, snaturando completamente il senso e l’ispirazione della norma con una modifica apparentemente “tecnica” ma in realtà tutta politica.

Quello che lamentiamo nell’assurda situazione attuale è che in Italia non c’è né un vero mercato editoriale dove chiunque possa misurarsi né un vero intervento pubblico che ne limiti le distorsioni e ampli il pluralismo. E’ questo, soprattutto, quello che ci sta a cuore e che ci sembra debba interessare tutti, non solo i nostri lettori/sostenitori.

Pur criticando il mercato, «il manifesto» vuole stare “sul” mercato come tutti gli altri. Per questo chiede come mimimo di lottare ad armi pari senza rinunciare a essere se stesso. Tutto qui. Scusate per la lunghezza poco “internettiana” ma spero di avervi invitato almeno un po’ ad approfondire una questione così complessa, importante e controversa.

Matteo Bartocci

Sull’argomento, vale la pena di leggere il supplemento Ultima Ora, pubblicato nel 2010. Il pdf lo trovi qui.