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Editoria, scontro a Palazzo Chigi tra governo e Fnsi

Era quasi inevitabile. Dopo le dichiarazioni drammatiche del sottosegretario Bonaiuti sul sostanziale azzeramento del fondo editoria, la riunione di ieri a Palazzo Chigi del tavolo tecnico sul finanziamento pubblico ai giornali è finita in uno stallo che sfiora lo scontro. Da un lato del tavolo i vertici del Dipartimento editoria, dall’altro i rappresentanti di Fieg, Mediacoop, Fnsi, File, distributori e giornalai. Un mondo in ebollizione da anni a cui certo non bastano le ambigue rassicurazioni del governo. In cui non tutti la pensano allo stesso modo.

E’ quasi clamoroso il voltafaccia della Fieg. In passato riconosceva almeno il problema delle disuguaglianze nel mercato tra editori puri (essenzialmente quasi solo le cooperative) e tutti gli altri.

La gestione Malinconico invece sigilla la svolta. Leggi qui l’intervista al Sole 24 Ore.

I contributi diretti in editoria – è il ragionamento della Fieg – diventino uno «strumento trasparente di politica industriale dato con finalità oggettive, per incentivare l’innovazione e l’occupazione senza pregiudizio della concorrenza». Fuori dal burocratese, la tesi appare lunare e va letta così: i giornali tipo il manifesto farebbero concorrenza sleale (addirittura) ai mega-gruppi quotati in borsa. Ci sarebbe da ridere.

Ma evidentemente alla Fieg si sono accorti che molti dei suoi associati (tipo l’Unità, Europa o Liberazione) percepiscono il contributo pubblico. E allora ecco l’eccezione alla regola: la federazione – si legge in una nota ufficiale – ha poi chiarito che «da questa impostazione esula la contribuzione per i veri giornali di partito e per i giornali delle minoranze linguistiche» che «deve essere connotata in modo corretto quale contributo, non all’editoria, ma alla comunicazione politica e in favore delle minoranze». Cioè: lo stato rimborsi solo i giornali di partito e in sloveno. Non c’è da stupirsi se nella considerazione planetaria solo le banche sono peggio considerate dei politici.

Stupisce che gli editori non ammettano tra le loro deroghe anche la particolare sensibilità di Avvenire, il più grande quotidiano non profit associato alla Fieg. I partiti sì e i vescovi no? Più laici del manifesto

In sostanza quindi il male dell’editoria sono solo le cooperative? Di sicuro lo sherpa degli editori al tavolo di ieri era il rappresentante del Secolo XIX, che a Genova deve misurarsi con una cooperativa che gli dà parecchio filo da torcere come quella del Corriere mercantile. «Era prevedibile – denuncia invece Mediacoop – che lo spostamento della gestione dei contributi diretti dal parlamento al governo sarebbe stato un disastro, con grave danno per l’intero settore e il pluralismo. Non è possibile cancellare un modo diverso di fare informazione. Non si può accettare che l’unica proprietà possibile dei giornali è quella di banche e industrie».

E’ una battaglia su cui Fnsi, il sindacato dei giornalisti, si fa trovare pronta. «L’idea che si debba prendere atto di una riduzione dei fondi pubblici e da qui si debba disegnare un nuovo regolamento per circoscrivere l’area dei beneficiari è sbagliata e delittuosa perché uccide in maniera fulminante decine di testate», spiega Franco Siddi.

L’invito al governo è a svelare il bluff: «Se Bonaiuti vuole ricondurre tutto al mercato e al suo mito abolisca il Dipartimento editoria e metta in campo una politica di sviluppo, inesistente oggi, chiamando in causa i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo le cui negligenze sono note a tutti».

Oggi in edicola non c’è né un vero mercato né un vero intervento pubblico. Una terra di nessuno, senza legge, che significa salvare ora e sempre solo i fogli finti o quelli che convengono al sovrano di turno.

dal manifesto del 21 ottobre 2011