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Editoria, per Monti il contributo pubblico è indispensabile

Il governo è pronto a garantire il pluralismo: le proposte sono tante ma il tempo è poco. Le testate a rischio chiusura si incontrano oggi nella redazione del giornale di Rifondazione comunista. Conto alla rovescia per 90 pubblicazioni. Il premier «glissa» sulle frequenze tv ma si impegna a fermarlo.

«Dopo 41 anni di storia questa potrebbe essere l’ultima volta che il manifesto fa una domanda al presidente del consiglio»… Parole che mai avremmo voluto pronunciare ma che, purtroppo, sono vere. Per noi come per altri novanta giornali di idee, in cooperativa, non profit e di partito, che rischiano di morire strangolati da un disimpegno pubblico totale e da un mercato unico al mondo come quello italiano, che concentra nella televisione nazionale (Rai e Mediaset) quasi il 50% delle risorse private complessive.
Una competizione truccata. Che l’ex commissario europeo alla concorrenza promette di correggere solo in parte. Nella sua conferenza stampa di fine anno, infatti, il Professore ha glissato sulla domanda relativa alle frequenze tv e alla pubblicità ma ha lasciato aperto uno spiraglio sul fondo all’editoria.

Nei tre anni del governo Berlusconi-Tremonti – va ricordato – gli stanziamenti pubblici totali sono passati da 564 milioni a 53 (leggi qui).

Una via di mezzo è necessaria. «Sarebbe impensabile eliminare completamente i contributi – ha detto Monti – che sono il lievito di una informazione pluralistica e della coesistenza di correnti culturali e politiche vitali per un paese, ma sarebbe altrettanto superficiale e brutale eludere il problema della scelta in una fase in cui ogni euro che lo Stato spende deve essere oggetto di verifica».

E’ una posizione che trova d’accordo il comitato per la libertà di informazione che da anni offre ai vari governi possibili soluzioni normative. Sui contributi statali alla stampa, ammette Monti, «la cosa molto difficile è scegliere», ma il governo sta lavorando per criteri «obiettivi ed il più possibile persuasivi, di tipo quantitativo e di effettiva diffusione».

In parole semplici, come ha spiegato il sottosegretario all’editoria Carlo Malinconico in un’intervista al manifesto del 17 dicembre, il governo vuole legare il rimborso pubblico alla «diffusione effettiva» e al «numero effettivo di dipendenti». Basta con giornali inesistenti o con redazioni ridotte al lumicino. Il premier ha detto di confidare in una «soluzione pragmatica, pluralistica e difendibile».

E’ un’apertura di credito importante, al massimo livello (Monti è anche ministro dell’Economia) ma che ora deve essere effettivamente portata a compimento in tempi rapidi.

Come dimostra il caso di Liberazione (e tanti altri a livello locale) anche l’intervento governativo rischia di arrivare troppo tardi. «A questo punto diventano urgenti atti di governo che diano respiro a decine di testate, oggi avviate alla sospensione delle pubblicazioni, – dice Franco Siddi della Fnsi – che, prima ancora di fare i conti con eventuali nuove regole, debbono misurarsi con i vuoti di cassa e con i tagli di contributi pubblici drasticamente effettuati dal precedente governo e sin qui confermati».

La Fnsi, Mediacoop, la Cgil, Articolo 21 e tanti altri chiedono, da sempre, «regole per contributi a giornali veri, con giornalisti veri, che tengano conto innanzitutto dell’occupazione giornalistica, fonte primaria della realizzazione di qualsiasi giornale abilitato al sostegno pubblico».

Mancano 90 milioni, avvertono i parlamentari Giulietti e Vita, che invitano il governo a riferire nelle commissioni competenti per risolvere definitivamente una questione spinosa per tutti. I fondi al momento non ci sono.

Ma le proposte per reperirli sono note. E pescano tutte all’interno del sistema, senza pesare su altri capitoli di bilancio come salute, welfare, etc. Sono tre: un piccolo prelievo sugli utili delle Fondazioni bancarie da destinare a finalità culturali; una tassazione dell’1% sulla pubblicità televisiva a parziale ristoro dell’attuale squilibrio di mercato; l’asta delle frequenze.

Monti, se davvero vuole essere conseguente ai suoi impegni, può partire da qui. Rigore, equità e crescita sono impegni che vanno benissimo per tutti, anche per i giornali.

dal manifesto del 30 dicembre 2011