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Editoria, la riforma per decreto

Il consiglio dei ministri vara i nuovi criteri per i contributi alla stampa ma non prende impegni sugli stanziamenti. Nel decreto legge nuovi rimborsi basati su occupazione e copie vendute. Ma l’erogazione effettiva slitta tra due anni, al 2014.

Il consiglio dei ministri ha approvato ieri un decreto legge e un disegno di legge delega che cambia i criteri e il riparto di contributi e incentivi per l’editoria. La riforma – per cui il manifesto si batte da anni con tutti i governi, di centrosinistra come di centrodestra – rischia oggi di suonare come una beffa.

Il decreto legge è una norma ponte che vale per il 2012-2013. E’ ancora in itinere e dunque non c’è un testo definitivo.

Le linee guida del governo però sono chiare: «razionalizzare, semplificare, rendere trasparenti e migliorare la qualità dei contributi pubblici destinati all’Editoria» in modo da 1) «contribuire» al pareggio di bilancio, 2) «indirizzare le imprese verso l’innovazione», 3) tutelare il pluralismo e i «prodotti editoriali reali».

Il decreto raddoppia dal 15% al 30% delle copie il rapporto tra distribuzione e vendite in edicola. Sono esclusi omaggi, strillonaggio, acquisti in blocco, etc (per i quotidiani locali il rapporto è aumentato fino al 35%). I giornali nazionali dovranno arrivare in almeno 5 regioni.

Vengono tagliati poi i «costi ammissibili». Il rimborso pubblico sarà limitato ai parametri fondamentali di produzione: non sono più ammesse cioè le spese per materiali di consumo e promozionali e, in particolare, consulenze e «service».

Oltre alle copie vendute, per individuare i giornali «veri» è inserito anche un tetto riferito all’occupazione a tempo indeterminato (per i quotidiani devono essere almeno 3 giornalisti e 2 poligrafici, per i periodici 2+1). Il tetto massimo per tutte queste voci di rimborso è 2 milioni di euro. A cui si aggiungono 20 centesimi a copia venduta (15 per i locali e 35 per i periodici). Il tetto massimo di questa quota è 3,5 milioni di euro euro per i quotidiani e 200mila euro per i periodici.

Ogni impresa dovrà essere in regola con i contributi previdenziali e i versamenti fiscali. E in totale il contributo statale non potrà più essere superiore a quanto percepito per il 2010. Ultimo ma non ultimo: il governo voleva sopprimere il regime di favore per i giornali di partito parificandoli agli stessi criteri (più restrittivi) di quelli in coop e non profit. Si vedrà dai dettagli della versione finale se l’intento è stato mantenuto.

Il decreto accoglie molte richieste dell’editoria di idee ma in attesa del testo finale si nota subito che il governo si limita a cambiare i criteri del riparto e dell’accesso ai contributi (migliorandoli) ma non prende nessun impegno di tipo finanziario.

Palazzo Chigi, per di più, ha ulteriormente allontanato l’erogazione effettiva del rimborso rinviandola a marzo 2014. In concreto, dunque, i fondi di quest’anno si prenderanno comunque tra due anni e con un nuovo governo.

Il decreto concede inoltre un credito d’imposta per le edicole che si informatizzeranno e apre anche la strada al passaggio dei giornali su Internet. Le imprese editrici che diffondono esclusivamente on line possono usufruire di un sostegno biennale che consiste nella copertura del 70% dei costi e 10 cent per ciascuna copia venduta in abbonamento. E’ tutto rimandato però a un regolamento attuativo del dipartimento all’Editoria.

Tempi lunghi e molte incertezze politiche anche sulla legge delega approvata ieri. Riguarda le linee generali della riforma “definitiva” dal 2014 in poi e istituisce un’apposita commissione. Impegni troppo lunghi e generali anche solo per parlarne adesso, visti il clima politico in parlamento e le future elezioni politiche.

dal manifesto del 12 maggio 2012