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Editoria, il vuoto pneumatico della Fieg

La percezione del disastro c’è, le idee su come uscirne sono poche e datate. La riunione annuale presso la Fieg dell’intera filiera industriale della carta – dalle macchine alla cartotecnica fino ai centri stampa e all’informazione su quotidiani e periodici – svela un ritardo clamoroso che rischia di cancellare un comparto industriale storico e di tutto rispetto. Carta, macchinari, imballaggi e stampa di ogni tipo coprono una filiera da 860mila addetti (il 5,1% dei lavoratori totali, un livello di occupazione paragonabile a quella dell’auto), che nel 2010 ha fatturato 36,2 miliardi di euro (+3,3% rispetto al 2009).

L’analisi del professor Alessandro Nova (università Bocconi) descrive un settore che si muove ormai da anni a due velocità. Cresce un po’ (+13,1%) il segmento meccanico – più legato alla produzione industriale e all’export -, ristagna a un +0,7% quello relativo a stampa e informazione, rallentato dal basso livello dei consumi interni. Come l’Italia, anche questo comparto cresce poco e lentamente. Tra i grandi d’Europa, Berlino è prima, Roma ultima: lo scarto con la produzione industriale della Germania veleggia ormai a una cifra superiore al 20%.

Di fronte a un quadro simile, ci si aspetterebbe che per evitare la scomparsa i rappresentanti degli editori e della carta avanzino proposte conseguenti, forti, innovative. Nulla di tutto ciò. Le imprese si accontentano del mini-credito d’imposta sulla carta ottenuto nell’ultima finanziaria. E chiedono timidamente una nuova «legge Tremonti» per detassare gli utili reinvestiti più altri incentivi fiscali. Insomma, le stesse identiche ricette che ci hanno portato alla situazione attuale.

Quasi a murare possibili obiezioni, Nova ammette che «due terzi delle imprese nel 2009 hanno denunciato perdite o profitti zero ma con questi incentivi pensiamo che possano tornare a crescere».

Richieste quasi rituali che lasciano perplessa perfino la platea, che nel giro di domande a Carlo Malinconico (Fieg) e Paolo Culicchi (Assocarta) pone alcuni interrogativi elementari. Che ne pensate del multimediale o del passaggio dei giornali sull’iPad? Risposte testuali dei relatori: «L’iPad l’ho comprato a mia figlia di 15 anni ma in Italia non è la soluzione perché siamo un paese di vecchi» (Nova, classe 1962).

Oppure: «Il credito d’imposta sulla carta è un primo segnale che va nella direzione giusta – dice Malinconico – ma come Fieg chiediamo anche l’irrigidimento del copyright verso i motori di ricerca e le rassegne stampa».

Come si può migliorare il sistema delle edicole? «Devono essere più belle e accoglienti, a Milano in vista dell’expò pensiamo di trasformarle in punti wifi» (ancora Malinconico).

L’assenza della banda larga è un problema? Nessun problema, tanto nessuno ha i soldi per farla (risposte unanimi). E quando il Sole 24 Ore chiede se un mercato più aperto e non ostaggio dei grandi gruppi editoriali possa essere la ricetta per crescere, l’imbarazzo è palpabile. E Carlo Malinconico si stringe nelle spalle: «Certo, ci piacerebbe una politica industriale e una programmazione da parte del governo».

Dialogo impossibile: in platea gli unici politici presenti sono del Pd (Richi Levi e Paolo Gentiloni). Sugli industriali e i loro rappresentanti aleggia lo spleen del declino, l’angoscia di parole tabù come deindustrializzazione e l’uscita dalla crisi con un ulteriore rafforzamento dei monopoli esistenti. Nessuno si sbilancia. Ma a volte i silenzi dicono più di mille parole.

dal manifesto del 23 febbraio 2011