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Editoria, il governo abolisce il contributo ai giornali

Dal 2014 il «salva Italia» abroga la legge del 1990 che regola i contributi diretti per l’editoria

di Matteo Bartocci e Carlo Lania

Giù le mani dagli stipendi dei parlamentari ma, a quanto pare, giù le mani anche dai giornali di partito ed ex partito. È proprio vero: come la legge anche l’edicola potrebbe non essere uguale per tutti se, come sembra, il decreto «salva Italia» sopprimerà il fondo editoria per tutti i quotidiani ad eccezione di quelli legati a un partito politico, a prescindere se il legame sia attuale o riguardi il passato.

I primi ad accorgersene sono stati i tecnici della Camera, che nella relazione che accompagna la manovra, spiegano come la parte relativa alla cessazione delle provvidenze sia in realtà poco chiara per quanto riguarda gli organi di partito, visto che i contributi destinati a questi ultimi (per esempio l’Unità, Europa, la Padania, Liberazione, Secolo d’Italia, Terra, etc.) sono regolati da norme specifiche diverse da tutti gli altri e, di conseguenza, non verrebbero tagliati. Se così fosse, il contributo a questi giornali sarebbe minimo ma garantito.

Attenzione però, per ora si tratta solo di un’interpretazione tecnica del decreto. Se fosse confermata dal governo, rappresenterebbe un ulteriore elemento di ingiustizia e contrasterebbe con il recente appello alla difesa del pluralismo dell’informazione lanciato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano proprio in risposta ai direttori di tutte le testate coinvolte dai tagli, di partito e non solo.

Il dubbio nasce dall’interpretazione corretta sul comma 3 dell’articolo 29 del decreto «salva Italia», quello che dal 2014 abroga la legge 250 del 1990 che regola i contributi diretti per l’editoria. Nella loro relazione i tecnici di Montecitorio ricordano come il nuovo regolamento Bonaiuti, entrato in vigore a gennaio di quest’anno come dpr 223/2010, abroghi la parte della legge 250 «concernente la concessione di contributi a quotidiani e periodici organi di forze politiche a decorrere dal bilancio d’esercizio 2011 delle imprese beneficiarie», che «continua a essere disciplinata, oltre dagli articoli 3, comma 3 e 4 del medesimo dpr 223/2010, da altre disposizioni normative». In sostanza, nel decreto Monti potrebbe essere cancellata solo la legge che concede i contributi ai giornali in cooperativa e non profit, lasciando quelli di partito ad altre norme.

Finora tutti i direttori interessati sono stati compatti nel difendere il contributo pubblico a testate così discriminate dal mercato. Ma se i dubbi dei tecnici della Camera sono concreti, in futuro i giornali di partito potrebbero essere gli unici a ricevere i rimborsi dallo stato. Per di più in una situazione di ingiustificato privilegio, visto che le norme già approvate da Bonaiuti concedono loro una copertura del 70% dei costi, molto di più di quanto previsto per tutti gli altri.

Oggi pomeriggio il sottosegretario con delega all’Editoria Carlo Malinconico riferirà in commissione Cultura alla Camera sulla situazione del settore. Sarà l’occasione per smentire o, speriamo di no, confermare i dubbi degli esperti di Montecitorio. Di sicuro sia il contenuto del comma 3, quello che sancisce la soppressione del fondo per l’editoria, sia la volontà di salvaguardare l’esistenza dei giornali ed ex giornali di partito rientrano tra le cose teorizzate dallo stesso Malinconico fino a poche settimane fa, quando ancora ricopriva la carica di presidente della Fieg, la federazione degli editori. Colpisce, anzi, come quanto previsto dal comma 3 ricalchi fedelmente quanto dichiarato il 28 settembre scorso da Malinconico all’assemblea di Mediacoop.

«La contribuzione pubblica- disse in quell’occasione l’allora presidente Fieg – deve essere finalizzata allo sviluppo delle imprese editoriali e dell’intero settore, non costituire una forma di sostentamento di imprese inefficienti o di alterazione della concorrenza, come segnalato dall’autorità Antitrust… le risorse disponibili devono essere utilizzate per promuovere l’innovazione tecnologica, la produttività delle imprese, l’occupazione, il passaggio alla multimedialità».

E per quanto riguarda i giornali di partito, la stessa Fieg il 20 ottobre scorso, nel corso di un tavolo tecnico presso la presidenza del consiglio, spiegò come da una eventuale riforma del sistema dei contributi diretti in editoria dovesse esulare «la contribuzione per i veri giornali di partito e per i giornali di espressione delle minoranze linguistiche» che «deve essere connotata in modo corretto quale contributo, non all’editoria, ma alla comunicazione politica e alla informazione in favore delle minoranze linguistiche».

dal manifesto del 14 dicembre 2011