closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Editoria, da Grillo le forbici «liberiste» contro le cooperative

Abolire tutti i contributi pubblici ai giornali è uno dei 20 punti del governo 5 stelle. Strano che cinque anni dopo il gigantesco e indistinto «vaffanculo» alla stampa del secondo V-Day (25 aprile 2008) questa richiesta ci sia ancora.

Beppe Grillo non lo dice ma ha vinto (con la complicità di Tremonti prima e di Malinconico poi). I contributi diretti ai giornali oggi ammontano a 51 milioni, la Francia ne spende oltre 400. E dal 2015 non ci saranno più, aboliti da Monti.

I contributi indiretti invece – essenzialmente l’Iva agevolata al 4% come sui libri ed estimatoria sul 20% della tiratura – esistono in quasi tutti i paesi del mondo. Negli Stati uniti, per dire, i giornali ricevono sgravi fiscali per 2,3 miliardi di dollari all’anno. A Londra 594 milioni di sterline (oltre 750 milioni di euro). (leggi qui)

Le risorse destinate nel 2013 al sostegno diretto dell’editoria ammontano in tutto a 128 milioni di euro (-159 milioni rispetto al 2011). Di questi, ai giornali sono dedicati 51 milioni. Gli sconti sulle bollette elettriche e telefoniche costano in tutto 2 milioni (nota preliminare al bilancio di previsione 2013 di Palazzo Chigi, pagg. 26-28).
Contro il profitto a tutti i costi su molti temi (reddito minimo, beni comuni, banda larga gratuita, disarmo) i 5 Stelle sono più liberisti dei Chicago Boys solo sui giornali. Che vedono come un mondo in cui tutti, senza distinzioni, sono una «kasta» che copre gli «inciuci» e serve i padroni.

Eppure mai come oggi il mercato, da solo, dimostra di non poter garantire un’informazione corsara e indipendente.

La crisi finanziaria ed editoriale del Corriere della Sera è un esempio illuminante e drammatico della fine di un’epoca. Dovrebbe interrogarci almeno tanto quanto la crisi dell’Ilva. Si può fare l’acciaio pulito in Italia? Si può fare un buon giornale in questo paese?

Nella «macedonia» di liberismo e stato sociale apparecchiata dai 5 stelle, la mano pubblica in edicola è la fonte di ogni male. E certo di male ne ha fatto, quando è stata truffata dai Lavitola, dagli Angelucci, dai Ciarrapico… Ma l’esistenza dei falsi ciechi non porta a cancellare l’aiuto dello stato a chi non può più vedere. L’esistenza dei contributi pubblici, del resto, non ha impedito alla piccola Internet italiana di fiorire né a Grillo di essere uno dei blog più visitati al mondo.

Al manifesto non abbiamo mai creduto ai padroni. Anzi, siamo nati soprattutto perché non volevamo averne e perché non ne avesse nessuno. Da senza partito, di partite ne abbiamo combattute molte. Questo giornale è fin dalla nascita una «forma originale della politica». Forma e sostanza quotidiana di un’alterità e di un’estraneità radicale e irriducibile.

Nell’editoria non c’è nessun tappo da far saltare perché il tappo è già saltato. Più che distruggere bisogna ricostruire.

In America i giornalisti sono tornati ai livelli del 1978. In Italia i giornali chiudevano a decine già prima dello tsunami Grillo. Ma con i lettori e senza pubblicità molti altri – incluso questo – resistono su carta e si evolvono sul digitale.

Eletti in parlamento, i 5 stelle dovrebbero costruire una politica più solida e più adulta di un «vaffanculo» o di uno zero da scrivere su una riga del bilancio dello stato. Non rispondere alle domande, insultare chi lavora per un pubblico pagante, alimentare false paranoie su chiunque abbia in mano un taccuino «non certificato» sono un biglietto da visita irricevibile per il secondo partito italiano.