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Editoria, cinque cose che bisogna sapere su Malinconico e la Fieg

L’analisi degli uffici tecnici della camera sui tagli all’editoria decisi nel decreto Monti getta una luce inquietante sugli intenti del governo e in particolare del sottosegretario con delega all’editoria Carlo Malinconico.

L’abolizione dei contributi diretti decisa dal decreto non solo farà chiudere oltre 90 testate in cooperativa, non profit e di partito, ma getterà anche le basi per un sistema nuovo.

A esclusivo vantaggio dei grandi editori quotati in borsa e, probabilmente, anche dei quotidiani di partito.

Ecco il testo integrale del decreto Monti: articolo 29, comma 3 (Disposizioni in materia di editoria)3. Allo scopo di contribuire all’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine dell’anno 2013, il sistema di contribuzione diretta di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250, cessa alla data del 31 dicembre 2014, con riferimento alla gestione 2013. Il Governo provvede, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, a rivedere il regolamento emanato con decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 2010, n. 223, al fine di conseguire il risanamento della contribuzione pubblica, una più rigorosa selezione dell’accesso alle risorse, nonché risparmi nella spesa pubblica. Detti risparmi, compatibilmente con le esigenze di pareggio di bilancio, sono destinati alla ristrutturazione delle aziende già destinatarie della contribuzione diretta, all’innovazione tecnologica del settore, a contenere l’aumento del costo delle materie prime, all’informatizzazione della rete distributiva.

In questo scenario, ecco cinque punti del decreto Monti su cui vale la pena riflettere.

1) L’ipocrisia di Malinconico

Il sottosegretario Malinconico continua a dire alla Fnsi e al parlamento che il governo non ha affatto abolito i contributi diretti ma vuole solo ridurli e rivedere in modo più stringente i criteri di accesso.

Il dossier della camera però smonta questa tesi lunare affermando testualmente: “Il comma 3 dispone la cessazione del sistema di erogazione dei contributi diretti all’editoria di cui alla legge. n. 250 del 1990 dal 31 dicembre 2014, con riferimento alla “gestione 2013”, allo scopo di contribuire all’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine del 2013.”

Quindi il governo abolisce il vecchio sistema. E qual è quello nuovo? Andiamo a vedere.

2) il decreto prevede una riforma retroattiva. In quanto tale è una mannaia non negoziabile e imprevedibile per chi deve gestire un’azienda. In sostanza,  è una riforma che mira ad uccidere più che regolare un sistema.

E’ come dire: intanto abolisco i tabaccai, poi vediamo come vendere le sigarette.

Scrivono i tecnici della camera: l’articolo 29, comma 3, secondo periodo dispone che “Il Governo provvede, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, a rivedere il regolamento emanato con decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 2010, n. 223, al fine di conseguire il risanamento della contribuzione pubblica, una più rigorosa selezione dell’accesso alle risorse, nonché risparmi nella spesa pubblica”. Si tratta quindi di una autorizzazione a modificare il regolamento di delegificazione adottato con il citato DPR n. 223 del 2010, con indicazione della sola finalità della revisione. Tale regolamento avrà presumibilmente efficacia retroattiva, in quanto in base alla norma di autorizzazione avrà decorrenza dal 1° gennaio 2012, data entro la quale difficilmente potrà essere approvato, data la complessa procedura prevista (pareri del Consiglio di Stato e delle competenti Commissioni parlamentari)”.

3) La riforma è una licenza di uccidere

Di fatto quindi Malinconico farà un lavoro a babbo morto. Il che rafforza il sospetto di un intervento killer per liberare il fondo editoria ad altri scopi (i.e. quelli desiderati dalla Fieg). Stando alla lettera del decreto, infatti, il “nuovo” fondo – pur decurtato e riformato – finanzierà la ristrutturazione delle coop, l’acquisto di carta dei grandi giornali, l’informatizzazione delle edicole. Interventi a pioggia per soggetti molto diversi da quelli previsti dalle leggi vigenti (le società editrici). Il regolamento e la scusa della pulizia e della bonifica, dunque, sono solo uno specchietto delle allodole che libera quei soldi per fare altro.

Scrivono i tecnici della camera:

“Il comma 3 dispone la cessazione del sistema di erogazione dei contributi diretti all’editoria di cui alla L. n. 250 del 1990 dal 31 dicembre 2014, con riferimento alla “gestione 2013”, allo scopo di contribuire all’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine del 2013.

(…) Al riguardo, sembrerebbe opportuno chiarire il bilancio di esercizio delle imprese beneficiarie a decorrere dal quale avranno effetto la cessazione dell’erogazione dei contributi diretti, nonché le disposizioni di modifica del regolamento di riordino.”

4) Ma di quanti soldi stiamo parlando?

Attualmente il fondo editoria presso il ministero dell’Economia ammonta a 169 milioni.

Ma da questi bisogna togliere 50 milioni di rimborsi a Poste, circa 40 milioni di convenzioni con la Rai e anche i costi annuali di funzionamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (vedi sotto la nota 219). In tutto, quindi, i fondi che veramente vanno ai giornali in coop, non profit e di partito sono circa 44 milioni.

Le uniche riforme in corso nel settore dell’informazione cartacea – approvate qua e là senza fanfara – sono tutte dettate dai grandi editori della Fieg: norma anti-Google sul diritto d’autore, rassegne stampa a pagamento, svuotamento dei contributi diretti e incentivi all’online e alla carta aperte ai grandi gruppi, nessun limite alla concentrazione pubblicitaria su carta, rafforzamento degli attuali oligopoli nella distribuzione nazionale e locale.

Scrivono i tecnici della camera:

“I risparmi sono destinati – compatibilmente con le esigenze di pareggio di bilancio – alla ristrutturazione delle aziende già destinatarie della contribuzione diretta, all’innovazione tecnologica del settore, a fronteggiare l’aumento del costo delle materie prime, all’informatizzazione della rete distributiva.”

5) Tagli per tutti ma non per i giornali di partito, che hanno una legge speciale.

Se leggete bene il testo copiato qui sotto, i tecnici della camera suggeriscono che mentre il decreto taglia i contributi ai giornali in coop e di idee, per quelli di partito rimangono altre fonti normative.

L’idea di tagliare tutti i giornali lasciando un contentino ai partiti è una vecchia tesi Fieg, esposta al convegno di Mediacoop dallo stesso Malinconico e rilanciata in diverse interviste.

In sostanza, se la stampa cattolica potrà approvvigionarsi attraverso l’8 per mille e se i giornali di partito rimangono finanziati per vie traverse, gli unici giornali a morire per gli effetti del decreto sono quelli in cooperativa. Guarda caso, sono quelli che soprattutto a livello locale danno molto ma molto fastidio ai grandi editori.

A proposito di casta, quindi, il governo salva o no solo i giornali di partito? Leggi qui sotto:

“La prima disciplina organica degli interventi a sostegno dell’editoria è stata dettata con la L. n. 416 del 1981, successivamente modificata ed integrata da numerosi interventi, che hanno dato luogo a un sistema normativo frammentario. I principali tra questi sono la L. n. 67 del 1987, la L. n. 250 del 1990, e la L. n. 62 del 2001, anch’esse più volte modificate ed integrate.

L’intervento dello Stato si esplica in misure di sostegno economico, di tipo diretto o indiretto, agli editori. In particolare, gli aiuti economici diretti consistono nell’erogazione di un contributo calcolato in percentuale dei costi risultanti dal bilancio delle imprese editrici che presentino i requisiti previsti dalla legge, mentre gli aiuti economici indiretti sono costituti da riduzioni tariffarie, agevolazioni fiscali e credito agevolato.

Tra i beneficiari [217] di contributi diretti erogati ai sensi della legge n. 250 del 1990 si ricordano:

§      quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti (art. 3, co. 2 e 2-quater);

§      quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza del capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro (art. 3, co. 2-bis);

§      quotidiani o emittenti radiotelevisive editi o che trasmettano programmi in lingua francese, ladina, slovena e tedesca nelle regioni autonome Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (art. 3, co. 2-ter, primo e secondo periodo);

§      quotidiani italiani editi e diffusi all’estero (art. 3, co. 2-ter, terzo e quarto periodo);

§      periodici editi da cooperative, fondazioni o enti morali, ovvero da società con maggioranza del capitale detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro (art. 3, co. 3);

§      quotidiani e periodici organi di forze politiche(art. 3, co. 10[218]).

§      imprese radiofoniche organi di partiti politici che trasmettano quotidianamente programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o culturali (art. 4, co. 1).

(Questa parte la puoi saltare, è riportata per completezza: A causa della frammentarietà della materia, negli anni più recenti sono stati compiuti tentativi di razionalizzazione finalizzati a rendere più coerente la normativa di settore. Nel corso dell’attuale legislatura, è stato emanato – ai sensi dell’art. 44 del D.L. n. 112 del 2008 (L. n. 133 del 2008), come modificato dall’art. 41-bis, co. 3, del D.L. n. 207 del 2008 (L. n. 14 del 2009) – il Regolamento recante semplificazione e riordino dell’erogazione dei contributi all’editoria (DPR n. 223 del 2010).
Il regolamento – la cui vigenza decorre a partire dal bilancio di esercizio 2011 delle imprese beneficiarie – prevede la semplificazione della documentazione per accedere ai contributi e del procedimento di erogazione, stabilendo anche che le somme stanziate nel bilancio dello Stato per l’editoria costituiscono limite massimo di spesa[219] e che sono destinate prioritariamente ai contributi diretti.
(…) Con riguardo alla formulazione del testo, si valuti l’opportunità di sostituire le parole “contenere l’aumento” con le parole “far fronte all’aumento”. Poiché, inoltre, la L. n. 250 del 1990 è stata oggetto di numerose modifiche, occorre inserire le parole “e successive modificazioni”.)

Ecco infine il passaggio che lascia il dubbio:

“In ogni caso, con riferimento all’ambito di applicazione della norma in commento, sembrerebbe opportuno chiarire se si intenda effettivamente circoscrivere la cessazione delle provvidenze ai soli contributi diretti erogati ex L. n. 250 del 1990, considerato che, a legislazione vigente, sussistono tipologie di beneficiari cui le medesime provvidenze sono concesse in virtù di altre disposizioni normative.

A titolo esemplificativo, si ricorda che l’art. 21, comma 1, lettera a), n. 10), del DPR n. 223 del 2010 ha abrogato il comma 10 dell’art. 3 della L. 250/1990, concernente la concessione di contributi a quotidiani e periodici organi di forze politiche (v. supra), a decorrere dal bilancio d’esercizio 2011 delle imprese beneficiarie.

L’erogazione di contributi diretti in favore di tale categoria di quotidiani e periodici continua ad essere disciplinata, oltre che dagli artt. 3, comma 3, e 4 del medesimo D.P.R. 223/2010, da altre disposizioni normative[220].

Note:

[217]  Sul sito del Dipartimento per l’editoria sono disponibili i dati relativi ai contributi erogati dal 2003 al 2009http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_2009/contributi_editoria_index.html

[218]  Ora abrogato dal DPR n. 223 del 2010 (v. infra).

[219]  Le spese per interventi di sostegno ai settori dell’informazione e dell’editoria, di competenza del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio, sono attualmente collocate per la gran parte nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze (tab. 2), all’interno della missione Comunicazioni (15), Programma Sostegno all’editoria (15.4).

Nel bilancio di previsione dello Stato per l’anno 2012 (L. n. 184 del 2011) sono complessivamente stanziate per tale programma risorse per 169,3 milioni di euro (nello stanziamento sono incluse, tra l’altro, le spese relative alle agevolazioni tariffarie per l’editoria – cap. 1501 – e le spese di funzionamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – cap. 1575). Ulteriori stanziamenti per interventi nel settore dell’informazione insistono, a partire dal 2009, nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico. In particolare, nell’ambito della missione Comunicazioni (15), Programma Servizi di comunicazione elettronica e radiodiffusione (15.8)sono previsti stanziamenti per contributi alle emittenti radiofoniche e televisive in ambito locale, che insistono sul cap. 3121.

[220]  In particolare, l’art. 153, co. 2, L. 388/2000 ha stabilito che le disposizioni di cui all’art. 3, co. 10, della L. 250/1990 si applicano esclusivamente alle imprese editrici di quotidiani e periodici, anche telematici, che, oltre che attraverso esplicita menzione riportata in testata, risultano essere organi o giornali di forze politiche che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o rappresentanze nel Parlamento europeo o siano espressione di minoranze linguistiche riconosciute, avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano, nell’anno di riferimento dei contributi. Inoltre, il co. 4 del medesimo articolo ha consentito alle imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici, in possesso dei requisiti di cui all’art. 3, co. 10, della L. 250/1990, di costituirsi, entro la data del 1° dicembre 2001, in società cooperative il cui oggetto sociale sia costituito esclusivamente dalla edizione di quotidiani o periodici organi di movimenti politici. A tali cooperative la disposizione prevede che siano attribuiti i contributi di cui all’art. 3, co. 2, della L. 250/1990.L’art. 20, co. 3-ter, del DL 223/2006 (L. 248/2006), successivamente modificato, ha stabilito che il requisito della rappresentanza parlamentare richiesto dall’art. 153, co. 2, L. 388/2000 non è richiesto per le imprese e le testate di quotidiani o periodici che risultano essere giornali od organi di partiti o movimenti politici che alla data del 31 dicembre 2005 abbiano già maturato il diritto ai contributi.L’art. 2, co. 61, della L. 191/2009 (legge finanziaria 2010) ha precisato che anche le disposizioni dell’art. 20, co. 3-ter, del DL 223/2006 si intendono riferite alle imprese e alle testate ivi indicate che abbiano i requisiti richiesti, anche se abbiano mutato forma giuridica.