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Edicole verso uno sciopero record

La «liberalizzazione» del decreto Monti non scalfisce in nulla il monopolio della distribuzione e dei grandi editori

Se avete comprato questo giornale in edicola perdete un minuto di tempo per chiedere al vostro giornalaio se la settimana prossima sciopererà e perché. Fatevi raccontare che tipo di lavoro fanno i 33mila edicolanti come lui (o lei) che ogni giorno – feste e domeniche incluse – alzano la saracinesca alle 5 per dare a ciascuno la sua copia quotidiana.

Se il governo non interverrà, tra pochi giorni si verificherà un terremoto inedito per l’editoria italiana: le edicole saranno chiuse dal 25 al 29 (due giorni di festa e tre di sciopero). Il decreto Monti è riuscito a scatenare perfino una categoria “mite” come i giornalai, il cui sciopero più recente è del 1981. Trent’anni fa. Anche allora il settore era in crisi e il parlamento stava varando la legge 416 che avrebbe rivoluzionato la carta stampata.

Oggi la situazione è sicuramente peggiore. I numeri della crisi parlano chiaro: in dieci anni le edicole sono passate da 42mila a meno di 33mila. Copie diffuse e ricavi sono calanti per tutti, dagli editori ai rivenditori. In un panorama così disastrato la parola «liberalizzazione» si capovolge nel suo esatto contrario: maggiore concentrazione.

Chiediamo lumi al Sinagi: attualmente esistono solo 5 o 6 distributori nazionali ma i due principali (che coprono due terzi del mercato) sono una «diretta emanazione» dei principali editori, Rcs e Mondadori. I distributori nazionali a loro volta affidano la diffusione in edicola a circa 110 distributori locali (in genere servono una provincia o una grande piazza come Milano). Anche questi ultimi però operano in un regime di monopolio di fatto; cioè, spiegano dal Sinagi, «il rivenditore non sceglie il distributore locale ma deve obbligatoriamente farsi rifornire dalla ditta che ha l’incarico di fornire la sua zona». Il giornalaio, infine, ha l’obbligo di garantire la «parità di trattamento» a tutte le testate.

In Italia su 9mila prodotti in edicola oltre un terzo (3.500) non vende una copia. Si tratta di settimanali riciclati, fondi di magazzino di riviste di viaggi o cucina, vecchi dvd o prodotti talmente di nicchia da non trovare nessun acquirente. «In questo quadro – si chiedono dal sindacato – qual è il beneficio dalla liberalizzazione delle rivendite?».

La risposta è facile: nessuno. Anche perché le edicole sono già liberalizzate. Da dieci anni. Dal 2001 i giornali si possono già trovare presso migliaia di rivendite «non esclusive» come benzinai, librerie, bar, tabaccai e supermercati. Il risultato di questa lunga sperimentazione? Dal punto di vista delle copie diffuse complessivamente nessuno: i clienti continuano a preferire le edicole. Dal punto di vista dell’efficienza economica di un doppio sistema così costoso, è lecito dubitare.

Secondo Giuseppe Marchìca del Sinagi questa «cosiddetta liberalizzazione» è «una liberalizzazione al contrario che non genera occupazione ma la diminuisce, non riduce i prezzi dei giornali perché sono prezzi imposti, non produce vantaggi ai consumatori-lettori e in compenso rafforza l’oligopolio dei distributori che a livello locale già adesso possono decidere quali edicole fornire e quali no».

Con questo decreto il sistema pubblico rinuncia definitivamente a qualsiasi regolazione, mentre il distributore locale diventerà il «dominus assoluto» delle rivendite: «Quello che temiamo non è l’aumento numerico dei chioschi, bensì una loro drastica diminuzione perché è più conveniente consegnare dieci pacchi di giornale in una sola edicola che consegnare un pacco in dieci edicole», avvertono i sindacati.

In linea teorica i distributori potrebbero appropriarsi a costo zero dell’intera rete di vendita, aumentando la concentrazione verticale (già in corso da anni) e allargandola anche all’ultimo «miglio», quello di una rivendita attualmente polverizzata in 33 mila tasche diverse. Sui forum dei giornalai già ci si interroga: «Se il distributore locale apre una sua edicola e da gennaio dimezza la fornitura alle altre, chi glielo impedisce?».

A sostegno degli edicolanti, oltre ad alcune testate come il manifesto e Liberazione, anche il sindacato dei giornalisti: «Le riforme non devono essere fatte sulle macerie ma mirare al pluralismo – avverte Roberto Natale della Fnsi – il governo dovrebbe piuttosto intervenire sulla rete di distribuzione caratterizzata, questa sì, da evidenti oligopoli».

Dietro la parola magica «liberalizzazione» c’è quella, meno affascinante, di «ristrutturazione». Ciò che funziona davvero male, infatti, non sono le edicole ma gli abbonamenti postali. Spiega l’avvocato dello Snag Dario De Vitofranceschi: «Da noi si vendono 93 copie per 1000 abitanti, in Francia 128». Ma come sono diffuse? «In Italia 87 in edicola e 6 in abbonamento, in Francia 63 in edicola e 65 in abbonamento». Dieci volte di più.

dal manifesto del 20 dicembre 2011

  • lucia

    grazie ,
    sono un edicolante e grazie x quello che scrivi
    per favore ,pero’, metti una foto di un’edicola con il cartello dello sciopero…..perche’ non sembri che siamo in vacanza !!!!
    per la nostra categoria e’ un grosso sacrificio rinunciare a tre giorni di incasso, ma che faremo perche’ non abbiamo scelta ,soffocati come siamo da prodotti che paghiamo subito e che non venderemo mai e fidejussioni capestro
    grazie comunque lucia edicola modena

  • Isabella

    Grazie Matteo per il bell’articolo, chiaro ed esaustivo… anche per me 3 giorni in meno di incasso saranno tanti, ma li considero un investimento per il futuro, per il nostro futuro. Ancora grazie, Isabella, giornalaia in Bologna

  • http://www.matteobartocci.it Matteo Bartocci

    Grazie a voi!
    Resistete!

    @Lucia: un’edicola con il cartello dello sciopero non l’ho trovata perché non scioperate mai!!