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Edicole 2.0, il governo ci prova

A che punto è la riforma dell’editoria? La domanda, non peregrina, fa capolino alla tavola rotonda che ha aperto il congresso Sinagi.

«Lavoriamo in silenzio», risponde Elisa Grande. Tuttavia la responsabile del Dipartimento all’Editoria di palazzo Chigi una promessa al sindacato la consegna: «Subito dopo le amministrative convocheremo a palazzo Chigi un tavolo per attuare l’informatizzazione delle edicole». Il governo potrebbe inserire la norma nella manovra di aggiustamento estiva e sarebbe anche disposto a metterci una fiche da 10 milioni di euro di fondi della presidenza del consiglio da utilizzare come credito di imposta per i giornalai che entrano – finalmente – in rete.

Di informatizzare le edicole se ne parla da anni ma finora l’uso dei software che consentono il controllo delle vendite in tempo reale è dipeso solo dalla buona volontà di singoli giornalai e distributori. Risultato? Computer e Internet si usano a macchia di leopardo perfino nella stessa regione: a Udine, per esempio, il 40% delle edicole è in rete, a Trieste solo il 2%.

E però «33mila edicole sono un presidio per il pluralismo e costituiscono una rete che può essere fondamentale per offrire servizi», spiega Grande. Con una premessa di metodo non secondaria: «Una rete senza i servizi sarebbe solo un aiuto a comprare il computer e non servirebbe a migliorare il sistema». Il governo insomma chiude a modifiche legislative sulla «parità di trattamento» ma prova a usare il cacciavite sul resto. Nei giorni scorsi, racconta Grande, c’è stata una riunione tecnica con l’Agenzia delle entrate proprio per discutere di convenzioni e l’adozione di servizi di pagamento verso lo stato.

Più caustico invece il contributo di Fabrizio Carotti, da pochi mesi nuovo direttore generale della Fieg. Alla sua prima uscita pubblica, Carotti (ex dg di Messaggero Spa e un passato ai vertici del ministero delle Finanze con Siniscalco) non nasconde il colpevole ritardo con cui gli editori stanno affrontando il rinnovo del contratto nazionale della filiera. «Sull’analisi dei guasti della distribuzione e dei ricavi siamo d’accordo, sulle soluzioni – ammette – siamo divisi». E di fronte alla minaccia del Sinagi di guerra totale se entro quest’anno non si trova un’intesa sul nuovo contratto nazionale fa spallucce: «La filiera va riannodata, ma non ad ogni costo. Se non c’è accordo ognuno andrà per la sua strada».