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Economia, un disastro di nome Silvio

«Due diligence» spicciola Prima dell’unità nazionale ricordiamo perché e percome Berlusconi non è statista

Ricordiamocelo. Ripetiamolo insieme prima che l’unità nazionale, la sobrietà della ricostruzione e i sacrifici «equi ma necessari» lo facciano diventare senso comune a suon di talk show: Berlusconi non è uno statista. E non ha fatto un «buon lavoro» come presidente del consiglio. Il suo passo indietro nasce da uno stato di necessità, non da un normale galateo istituzionale e politico.

Visto l’appoggio a un governo comune, i democratici visti in tv sono apparsi fin qui molto imbarazzati nel criticare i ministri precedenti. Mentre i pidiellini, novelli riformisti, ricordano ogni due per tre che gli spread sono alle stelle anche senza Berlusconi e che la crisi mondiale è «la più grande dal 1929».

Tutto vero. Ma anche no. La crisi è globale ed europea ma secondo tutti gli osservatori internazionali pubblici e privati l’Italia è il suo epicentro. Troppo grande per fallire, troppo grande per non salvarsi da sola.

Prima dell’arrivo di Monti è perciò decisivo fare una due diligence del governo appena trapassato. Di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto.

Nonostante la cura Tremonti il debito italiano dal 2008 a oggi è aumentato di oltre 250 miliardi (su 1.900). Disoccupazione e crisi rischiano di desertificare «il secondo paese manifatturiero d’Europa» senza che sia ancora nata una paragonabile industria dei servizi.

Dal dibattito sul «declino» tipico degli anni ’90 siamo arrivati a quello sul «default». Il welfare è sul lastrico. Dal 2010 la sanità è stata tagliata di 17 miliardi, gli enti locali di 33. E le tasse sono al massimo storico: nel 2014 la pressione fiscale supererà il 48%. Più che in Svezia. Senza contare l’aumento dell’inflazione e dell’Iva, di prezzi e tariffe. E poi i super-ticket, il blocco del Tfr e degli stipendi, l’esodo forzato nel pubblico impiego, l’articolo 8, etc., etc.

E’ giusto che le istituzioni gli concedano l’onore delle armi. Ma Berlusconi è caduto perché era semplicemente insostenibile. Eppure sulla carta si è dato da fare: sommate tra loro tutte le manovre di quest’anno superano i 140 miliardi. Una correzione di rotta tanto gigantesca quanto incerta nell’applicazione.

Ancora l’11 luglio scorso (tra una manovra estiva e l’altra) Tremonti diceva a Repubblica: «Chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il Paese. La verità è un’altra. Ai mercati daremo un segnale forte. E sa qual è? – diceva il ministro a Massimo Giannini – Il fatto che la manovra è blindata, e sarà approvata dal Parlamento in una settimana. Una cosa che nella storia d’Italia non è mai accaduta».

Da allora quella che sembrava un’eccezione è diventata la regola. E sono apparsi subito chiari gli effetti reali della cura Tremonti. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe» (Istat).

Poi, il 4 agosto, è arrivata la lettera di Draghi e Trichet. Berlusconi e Tremonti, per una volta d’accordo, provano a convincere Bossi a intervenire sulle pensioni. Ancora una volta la spunta il Carroccio. Il 15 settembre, in una camera assediata e nell’aria acre dei lacrimogeni, il decreto di agosto è legge.

Ma non serve. A Roma Tremonti prepara l’ultima finanziaria. Allestisce un seminario sulla dismissione dei beni pubblici, chiede una mano a tutti i poteri che contano. Prova a salvarsi dal naufragio ma capisce che il tempo stringe ed è sempre più solo. Berlusconi è furioso. E Confindustria ripete come un mantra: «Il tempo è scaduto, il tempo è scaduto, il tempo è scaduto…».

Berlusconi chiede soldi freschi da mettere sul decreto sviluppo. Tremonti risponde parlando di Waterloo e Westfalia. Resiste: niente da fare, tutte riforme «a costo zero». Studia una legge per costruire le autostrade da sole, i costruttori asfaltano, si mettono al casello e non pagano le tasse. Rimarrà lettera morta perché il ministro Matteoli appena si fa vedere in giro viene coperto di fischi. Berlusconi invece infila nelle bozze del decreto 12 condoni e soprattutto la norma anti-Veronica per l’eredità delle quote societarie.
A fine ottobre tutti i nodi vengono al pettine. Tremonti e Berlusconi sono attesi in Europa e devono portare i «compiti fatti». Giuliano Ferrara intima di approvare per decreto, sic et simpliciter, la lettera della Bce.

Più saggiamente, Tremonti opta per spostare tutto nella legge di stabilità. Berlusconi non ci sta, chiude Calderoli, Sacconi e Brunetta a casa sua e gli fa scrivere una fumosissima lettera a Bruxelles mai approvata dal consiglio dei ministri. Sarà un caso ma in Europa appena la leggono decidono subito di mandare gli ispettori, con tanto di questionario scritto per avere chiarimenti. E a Washington il Fondo monetario sblocca 44 miliardi per le emergenze.

Il tempo è finalmente scaduto. Il 4 novembre, al G20 di Cannes, l’agonia italiana va in scena davanti agli occhi del mondo. Tremonti e Berlusconi provano a collaborare ma offrono uno spettacolo pietoso. Il Cavaliere assicura che «la crisi non esiste», i «ristoranti sono pieni» e «sugli aerei si fatica a trovare posto».

Dopo sei lunghi mesi di opposizione, Marcegaglia inizia a vedere la luce. Tremonti si arrende. Torna a Roma e scrive il maxiemendamento direttamente al Quirinale. Da allora non parlerà più.

Napolitano giganteggia sulle risse da pollaio, accetta il voto a rischio sul rendiconto generale (quota 308, Silvio cade) e poi anche la quarta manovra passa senza discussioni: bravo Berlusconi. Bravissimo. Ora però tocca a Monti.

dal manifesto del 17 novembre 2011