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Tremonti addio, ecco Monti e il governo del presidente

Walter Veltroni lo spiega così: «Non è pensabile andare a votare con uno spread tra titoli italiani e tedeschi a 300».

Perciò secondo lui (ma oltre a Veltroni ci sono dichiarazioni solenni e identiche anche da parte di Rosi Bindi e Massimo D’Alema) varata la manovra serve un «governo di coesione nazionale», quello che l’ex segretario del Pd in tempi non sospetti aveva vagheggiato sul «Corsera» insieme a Beppe Pisanu del Pdl.

Che l’esecutivo Berlusconi-Bossi-Tremonti sia alla frutta non ci piove.

E per una volta tutto il gotha del Pd e tutte le correnti (a parte, per ora, quella di Ignazio Marino) lavorano sulla stessa linea: in caso di crisi niente elezioni anticipate e governo più ampio possibile per varare le necessarie riforme economiche e istituzionali e la legge elettorale.

Una proposta che piace da sempre all’Udc, subito pronto a discutere con Alfano del «dopo Berlusconi», e non dispiace ai pochi finiani calpesti e derisi.

Con la regia occulta del Quirinale, proprio la manovra potrebbe essere il brodo di coltura ideale per questo futuribile governo «del presidente», «di responsabilità nazionale», «di transizione», «di salvezza nazionale» (new entry coniata da D’Alema) e chi più ne ha più ne metta.

Vocabolario a parte, visto che Draghi è volato a Francoforte, l’indiziato numero uno a bere l’amaro calice di Palazzo Chigi in caso di emergenza è rimasto Mario Monti, 68enne presidente della Bocconi ed ex commissario Ue. Il Corsera ospita regolarmente suoi editoriali programmatici e anche Carlo De Benedetti lo ha incoronato fin da marzo scorso in una fragorosa intervista a Die Zeit. Visto il via libera dell’establishment, chi lo appoggerebbe in parlamento?

D’Alema auspica «la maggioranza più ampia possibile». Ma dal Pdl sia l’ala berlusconiana che quella ex An già fanno fuoco e fiamme. Senza contare l’inevitabile no grazie della Lega.

A meno di una frattura clamorosa nel partitone berlusconiano (che ancora non è alle viste e farebbe impallidire la miniscissione finiana) l’ipotesi è destinata soltanto a qualificare chi la avanza con pervicacia sia quando è momentaneamente al governo, sia quando è all’opposizione. La fine di questo governo Berlusconi però è alle porte.

Lo stesso premier potrebbe mitigare la manovra con un’apertura ad alcuni «tecnici» o alle opposizioni in stile Obama. Coinvolgerle cioè ma rimanendo lui sulla tolda di comando. A Washington per ora non attacca. E un governo da Scajola a Pancho Pardi passando per Moffa e Scilipoti sarebbe tutto meno che un governo d’eccellenza.

dal manifesto del 13 luglio 2011